Cose che ho fatto, che avrei dovuto fare, che non ho più voglia di fare

Buongiorno,

mi sorprende piacevolmente notare che qualcuno ancora  lo leggiucchia questo blog. Mi strappa anche un sorriso il recente commento, calcolando la mia totale sparizione da un forum che ho bazzicato abbastanza per un certo periodo, perché ho il brutto vizio di esprimere pareri non richiesti. Grazie, ho molto apprezzato.  Questo piccolo segnale mi ha fatto venire voglia di “battere un colpo” su queste pagine. Vorrei tanto aggiornarvi con le mirabolanti avventure di un’adorabile (sì, sono adorabile, sapevatelo!) paranoica, ma fondamentalmente si potrebbe copia/incollare il post di luglio dello scorso anno. Vita sentimentale pressoché identica, così come la residenza. L’unico piccolo sussulto l’ha registrato il conto in banca, visto che tra primavera ed estate ho svolto un lavoro tritaneuroni, monotono e totalmente insoddisfacente, ma quantomeno lo stipendio era a quattro cifre (non pensate a robe incredibili, ma di ‘sti tempi vedere un 1 seguito da altri tre numeri non è malaccio). E ora sono di nuovo in quella tragicomicamente ricorrente fase della mia vita in cui non so che fare, in cui avrei voglia di cambiare tutto perché mi sento piccola e incompresa, ma sono travolta dalla sgradevole fissazione di essere una minuscola particella di sodio in acqua Lete. Ho un po’ la sindrome della damigella in pericolo, mettiamola così. Solo che non arriva il Principe Azzurro sul cavallo bianco a portarti il lavoro dei tuoi sogni e magari un buco in cui vivere all’ombra delle Due Torri (no, non quelle della Terra di Mezzo, quelle in Emilia). Sarebbe un’interessante rivisitazione delle fiabe classiche tra l’altro, una sorta di eroe 2.0, che ‘sta cosa del castello, il reame, la prigionia nel bosco e le matrigne sono un po’ troppo old-school oramai. Le donzelle al giorno d’oggi vanno liberate dal precariato, porca miseria. Vabbè, che di questi tempi pure il Principe Azzurro verrebbe assunto solo come stagista. Questo più o meno è quanto, un po’ un post generico di “raccordo”, se così si può chiamare. Avrei potuto scrivere un post lo scorso anno sul mio piccolo viaggio di agosto nei Balcani, ma vi farò solo presente quanto è bella Sarajevo. Anche perché ormai è un po’ tardi per parlare di quell’esperienza. Potrei invece, quasi verosimilmente, fare un piccolo resoconto delle ferie concluse da poco a Oporto e Lisbona; ma questo più avanti. Per intanto, ho battuto un colpo.

Anni che passano e cose che a volte ritornano…

Erano parecchi parecchissimi mesi che non loggavo su WordPress. L’inedia ha preso il totale possesso della mia esistenza e dal criptico post del 30 luglio di praticamente un anno fa, non è che sia successo poi granché… La vita scorre pigra e lenta, coi suoi lunghi momenti di deleterio piattume e i brevi sprazzi che ti tengono ancorato ad un barlume di sanità mentale. Così, piccolo aggiornamento personale, se a qualcuno dovesse importare: nel frattempo NON mi sono sposata (:D), NON mi sono trasferita (:\), NON ho trovato un’occupazione stabile (;O), NON ho contribuito all’aumento del sovraffollamento del globo (:P). Ah, però sto ancora con Tatolino❤

Però ecco, stanno QUASI succedendo cose. Nel senso che lo scorso autunno, dopo lo strano luglio all’estero e un agosto in ferie, mi sono infilata in quel magico tritacarne che è la Garanzia Giovani, il simpatico programma statale per i giovani dai 18 ai 29 anni. E dopo rimbalzi di uffici, colloqui, code, corsi, mail e puttanate assortite, a distanza di tipo 10 mesi da quando mi sono registrata sul portale (sig!), settimana scorsa ho iniziato uno stage che potrebbe quasi essere figo e sensato per quanto riguarda la mie “ambizioni” lavorative.

E poi, visto che su questo blog se n’è parlato  anche in passato, volevo dire che sono stata a due concerti in tempi più o meno recenti: i Placebo il 20 maggio all’Arena di Verona ed i Libertines al Fabrique di Milano sabato scorso. Avevo già visto Brian Molko e Stefan Olsdal al Castello Scaligero a Villafranca, quando alla batteria c’era Steve Forrest. E devo dire che pur essendo stato un buon concerto in una location meravigliosa, in cui non ero mai stata, il cambio di batterista, o forse anche gli anni che avanzano, si sono fatti sentire.

I Libertines invece sono stati decisamente impattanti. Un concerto come questo, così come lo sono stati i Blink 182, è prima di tutto un viaggio dell’anima, poi un’esperienza musicale. Perché sono più vicini ai 40 che ai 30 e sembrano ancora un adorabile gruppo di coglioni scapigliati che fanno le prove in garage. Perché sono dei cazzari. Perché sono sensibile agli stereotipi romantici e alle relazioni disturbate e vedere Pete e Carl dividersi un microfono è meraviglioso. Perché adoro la musica semplice e secca. Perché l’alone di “belli e dannati” ha su di me una presa da bimbominkia di cui quasi mi vergogno. Ma soprattutto perché live certe canzoni fanno venire letteralmente i brividi. Up the bracket mi ha esaltato live da pazzi, così come mi ha esaltato dal primo ascolto, così come continua ad esaltarmi e così come mi esalterà domani. L’apice per la sottoscritta comunque è stata You’re my Waterloo, dove è quasi scesa la lacrimuccia. Immensi.

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P.s. John Hassall è dietro la colonna…tipo era imbullonato lì, visto che si è mosso pochissimo😀

Random feelings

Non credo di essere ancora pronta a metabolizzare e mettere per iscritto quello che è stato tra il 27 giugno e il 24 luglio. Credo di essere ancora emotivamente provata, turbata e parzialmente in lutto, per il tritacarne emotivo che ho passato. Nel frattempo, la canzone che fa da colonna sonora a questo mio peculiare momento esistenziale.

Bastille (Milano 22/03/13)

E’  un po’ che non scrivo di musica. In realtà è un po’ che non scrivo e basta, ma tendenzialmente lo faccio per lamentarmi e al momento, strano ma vero, non mi sento particolarmente lagnosa. Aggiorno il blog per sottolineare un piccolo/grande highlight della mia monotona vita recente. Sabato scorso sono stata a Milano, al Forum di Assago a vedere i Bastille.

Le vicende di questo concerto in realtà hanno inizio l’11 febbraio. Io ed una mia amica in quella data ci rechiamo in un punto vendita TicketOne per comprare i biglietti. La fortuna ci è avversa è nel negozio, quel pomeriggio, stavano effettuando lavori di manutenzione alla linea e quindi era impossibile accedere al circuito ed effettuare l’acquisto. Non perdendomi d’animo, vado da MediaWorld, dove assisto a divertenti scene di delirio tra una coppia di installatori e il responsabile di reparto. Non so bene come si sia conclusa la faccenda, perché poi è finalmente giunto il mio turno al banco TicketOne. A quel punto, il simpatico (e parecchio carino :D) ragazzo che mi sta di fronte mi comunica che non sono più disponibili biglietti per i rivenditori e di provare magari a prenderli online direttamente dal sito. Io resto basita, perché la mattina avevo preventivamente controllato la disponibilità e il “semaforo” era verde. Tornata a casa, mi trovo la notizia del sold-out e l’annuncio delle tre date estive.

Ma…se la faccenda si fosse conclusa così, non ci sarebbe questo post. E quindi, armata di santa pazienza, mi sono lanciata nell’ardua impresa di recuperare biglietti per me e i miei amici. Un po’ per culo, un po’ per tenacia, un po’ (molto in realtà) per Twitter e soprattutto grazie alla preziosa mediazione di Bastilleblog sono riuscita a reperire ben quattro biglietti.

Flash forward fino al 22 marzo. Per la recensione del concerto e la scaletta vi rimando al blog di cui sopra, io aggiungo solo alcune considerazioni personali. La prima negativa, riferita all’organizzazione. Come precedentemente dicevo, l’11 febbraio è stato dato l’annuncio ufficiale del sold-out, in concomitanza con quello delle tre date estive. Quale non è stata la mia sorpresa, quindi, nel vedere che l’anello superiore delle tribune del Mediolanum Forum non era accessibile, bensì era chiuso con dei teloni. A fronte di una capienza di 13.000 e rotti posti, i presenti ad Assago erano poco meno di 10.000, il che personalmente mi è sembrato parecchio strano, visto che il FINTO sold-out era stato annunciato ben 40 giorni prima della data del concerto. Parlando un po’ in giro l’idea che ci siamo fatti è che, per non influenzare negativamente le vendite delle date estive, siano stati limitati i biglietti dell’appuntamento di Milano. Il che, francamente, mi pare un’idea abbastanza idiota, visto l’impatto incredibile che hanno i Bastille in questo momento. Il fanatismo che circonda la band, per certi versi, un po’ mi lascia perplessa, visto l’isterismo che mi è capitato di leggere per i 4 ragazzi inglesi. Sarà che ho quasi 27 anni, ma certe esternazioni da fandom (parola che ho mio malgrado imparato recentemente) bimbominkiesco mi sembrano abbastanza strane, soprattutto riferite ad un gruppo che, personalmente, non mi sembrava così incline alle urla di ragazzine in fregola. Mi fa sempre un po’ strano trovarmi ad un concerto con adolescenti accompagnati dai genitori, sarà perché i concerti ai quali sono andata con mia madre erano di gruppi che comunque piacevano anche a lei e in ogni caso io avevo già più di 18 anni. Insomma, i miei non si sarebbero mai sognati di spendere tempo e soldi per portarmi ad un concerto di cui non fregava loro nulla, quando avevo magari 14 o 15 anni. Sarà che sono vecchia dentro, ma penso che certe esperienze vadano fatte in un’ottica un pochino differente. Poi…ovviamente ognuno fa quel cazzo che gli pare, ci mancherebbe, just an opinion! La cosa che più mi ha lasciato basita in ogni caso è stata la bambina, avrà avuto 8 anni, che avevo seduta dietro. Che cazzo ci faceva una bambina di 8 anni a un concerto di quel tipo?! A un certo punto era seduta con l’aria di chi avrebbe preferito essere a casa a guardare una puntata delle Winx.

Ma passiamo alle (TANTE) cose belle…Partiamo da…DAN SMITH.

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Quest’uomo è un qualcosa di altamente ormonale. Come ho avuto modo di dire sabato, “mi scoperei la sua voce”. E mica solo quella in realtà, perché oltre a un timbro meraviglioso e a un accento di quelli che mi fa andare in fregola, è pure parecchio carino e ha quella carnagione da albionico che mi fa uscire dai gangheri. E il modo in cui ha fatto ciao con la manina al pubblico, i suoi timidi tentativi con l’italiano, il suo costante ringraziare mi hanno dato l’idea di un ragazzo estremamente umile e timido. A tratti pareva quasi stupito che quella gente fosse lì per il suo gruppo, per ascoltare le sue canzoni, per lasciarsi cullare dalle melodie uscite dalla sua testa. E davvero dal punto di vista interpretativo, musicale e compositivo, non mi viene altro da dire che TANTA, TANTA, TANTA ROBA! Stavo pensando se ho avuto una canzone preferita, ma in realtà non me ne viene in mente una in particolare, ogni brano era il pezzo di un puzzle che si incastrava perfettamente con gli altri. Mi piace un sacco anche il modo che ha di stare sul palco, perché in realtà si muove come uno che non sa bene cosa fare e l’effetto vagamente grottesco ti fa volergli ancora più bene. Il “bagno di folla” durante l’esecuzione di Flaws poi mi ha colpito parecchio: non è cosa da tutti i giorni vedere uno che salta giù dal palco e si fa il giro del parterre circondato da un’orda urlante continuando imperterrito a cantare! Altra cosa che mi piace moltissimo di questo gruppo è l’uso che fanno delle percussioni, l’effetto live è davvero notevole!

Ora, la data del 25 luglio a Ferrara mi tenta davvero molto. In realtà non sono così convinta di riuscire ad andare, visto che se tutto va come dovrebbe/parrebbe il giorno prima torno da un mese all’estero (racconterò, forse, quando la cosa avrà preso un po’ più forma). Boh, vedremo…mi piacerebbe un sacco.

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L’educazione sentimentale

It’s Christmas Eve! Ma a me della vigilia di Natale non interessa un granché. Mi chiedo se esistano adulti senza figli a cui il Natale piace davvero. Probabilmente sì e tanti, mica viviamo in un mondo di Grinch. La mia riflessione notturna random con questo in realtà non c’entra nulla, riguarda invece il “giudizio” sul sentimento altrui. In Italia viviamo all’interno di una società che si scandalizza per le coppie omo, ma ritiene “culturalmente” accettabili tutta una serie di comportamenti REALMENTE lesivi all’immagine della coppia voluta dai simpatici cristiani. Non voglio fare la massmediologa di ‘sta ceppa, quindi evito di soffermarmi su tutte le soap-opera melense e melodrammatiche che ci sono. Io mi limito ad una considerazione nata da una situazione estremamente vicina a me (mia sorella, 18 anni). Come si fa a dire “ti amo” a tre persone diverse nell’arco di 2 anni e mezzo? Come si fa ad entrare ed uscire dalle vite delle persone (con tanto di cene con parentame della “dolce metà” di turno) con tanta facilità? Ora io mi rendo perfettamente conto dei miei limiti di sfigatella repressa che ha perso 5 anni dietro ad un ragazzo con gusti FIN TROPPO simili ai suoi (you know what I mean…). Mi rendo conto che non tutti possano dannarsi l’anima per un altro essere umano tanto a lungo, senza reciprocità. Mi rendo assolutamente conto poi che da teenagers uno abbia anche voglia di “provare”. Ma perché depauperare l’esperienza relazionale? Pur ammettendo i miei fondamentalismi, le mie stramberie, le mie intransigenze, non posso pensare che un qualsiasi essere umano sia in grado di AMARE qualcuno, porre fine alla storia e una settimana dopo AMARE una persona completamente diversa. Non posso pensare che sia normale infilarsi nelle FAMIGLIE della controparte perché si è innamorati e poi tutto finisce e 15 giorni dopo si PORTA A CASA un altro. Sarò io che dò troppo importanza alle cose, alle parole, agli atteggiamenti, sarà l’invidia, sarà il rancore del mio passato Amore frustrato, ma questa roba qui mi turba proprio. Sarà che la vivo in “diretta”. Sarà che dalla prima superiore sono passati SOTTO QUESTO TETTO almeno 5/6 morosini di mia sorella. E mi chiedo se sono io particolarmente bacchettona (e probabilmente lo sono). Non mi sconvolge che un teen sia un po’ farfallone, non mi sconvolge l’idea di storie superficiali, senza importanza. Mi lascia perplessa invece il somministrare steroidi emotivi a relazioni graciline e poco “palestrate”. Sarà anche che io ho un senso della riservatezza (figlio diretto del mio egocentrismo) enorme. Perché non si può limonare e financo copulare con Tizio e Caio di turno senza per forza dovergli dire TI AMO e andare a mangiare la torta al compleanno di sua nonna? E, di contro, perché non ci si fanno scrupoli il mese dopo ad amare, copulare e mangiare la torta per il compleanno della nonna di un altro? A me personalmente lascia immensamente più nauseata lo sfoggio tanto ridicolo di relazioni amorose che si rivelano interscambiabili, piuttosto che i dettagli anatomici del sesso tra due persone che davvero condividono qualcosa in quanto uniche l’una per l’altra. Perché siamo esseri umani schifidi e insignificanti, detestabili e sostituibili. Ma se c’è una cosa in cui dovremmo essere “speciali” è l’Amore, perché SE si ama, lo si fa verso UNA persona per il modo in cui lei È. E se questo finisce si viene privati di un pezzo importante di se stessi, di ciò che si era messo in gioco, di ciò che si era visto nell’altro. Un Amore che finisce è un lutto, è una necrosi dell’anima, una ferita lancinante, sanguinante che ha bisogno di tempo per rimarginarsi. E le catene di montaggio notoriamente spersonalizzano, alienano e privano l’umano della sua identità di persona. A me sembra un po’ la storia di “al lupo, al lupo!”. Per quante volte in un limitato lasso di tempo (e in senso assoluto in realtà, ma su questo sono più “agnostica”) si può dire “TI AMO” risultando credibili? Lo so, lo so…non esiste un numero. Lo si può fare il numero di volte in cui il pirla di turno è disposto a crederti. E poi si “timbra” il compleanno di un’altra nonna. E nella percezione comune questi non vengono delineati come “mal-educazione sentimentale” e identificati come il germe della decadenza di un sistema di valori improntati sulla famiglia e sul matrimonio. No, l’importante è che i gay spariscano dal pianeta! Ma vaffanculo vah,,,

P.s. La citazione nel titolo dell’omonimo romanzo di Flaubert è voluta, anche se non c’entra …

10 years

Vorrei scrivere un post su quanto faccia contemporaneamente sia male, sia bene incontrare persone alle quali non si abbia voglia di aprire la testa con un’accetta. Ma…al momento scrivo da tablet e per quanto sia funzionale per gli scritti brevi, riportare pensieri complessi da una tastiera “digitale” fa schifo. E allora questo è un altro di quei post abortiti prima di nascere. O forse se vedessi un po’ più persone che non mi suscitino disprezzo a pelle potrei scrivere di più…che mica una si può lagnare sempre! Potrei invece…insomma…il blog è mio e faccio quel che mi pare. In ogni caso, poiché, come sperimentato più e più volte, WordPress e iPad sono un binomio pessimo (o forse sono io, ma chissenefrega), la faccio breve.

Cazzeggiando inutilmente su Facebook nel cuore della notte, ho scoperto che i Blink 182 sono in giro per  gli USA a suonare tutto il loro self-titled album per celebrarne l’anniversario. Insomma, dall’album con lo simile sono passati 10 ANNI!!!  Ci sono un sacco di cose a ricordarci costantemente che il tempo passa (per fortuna non c’è ricambio politico…sennò sarebbe peggio! Just kidding, of course), ma ovviamente ognuna sortisce un effetto più o meno intenso a seconda del legame che abbiamo con essa. Per me, “delongiana” convinta da più di metà della mia vita, questo è un primo, grande indice di anzianitudine. Più traumatico ancora dell’assurdo disco celebrativo per i 20 anni (20 anni!!!!) dall’uscita di Hanno ucciso l’uomo ragno. È trascorsa una decade dall’album “della maturità” del gruppo che ha cambiato la percezione musicale di una me non ancora adolescente. Passare dalla prima alla seconda metà dei 20 anni è turbante. Soprattutto considerando quanto spesso ancora io mi senta la 13enne psicolabile che ascoltava Enema of the State nel lettore cd. Che ansia!

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Cose un po’ così

In questi giorni, un po’ di viaggio, un po’ di svago, un po’ del solito scazzo e senso di spaesamento esistenziale, ho pensato ad un sacco di cose diverse delle quali avrei voluto/potuto/mi sarebbe piaciuto scrivere. Ma come in un banale cliché le idee più prolifiche mi sono sempre giunte ben oltre il calar delle tenebre e per pigrizia o impossibilità nulla si è concretizzato. Riflessioni trite e stantie su partenze e ritorni, sul genere umano, sull’essere innamorati, su me stessa und so weiter. La verità è che mi trovo in uno di quei (frequenti) periodi in cui non ho una gran voglia di essere me. Stando al mio profilo di Facebook poi si è verificata un’inquietante tempesta di matrimoni, il che mi fa pensare che ci sono persone convinte (quantomeno in un dato momento) di una scelta di vita. E io tutto quello che so è quanto mi sembrino odiose e scontate la maggior parte delle scelte del genere umano. Alla volte poi viene da chiedermi su cosa si basino queste mie considerazioni, cosa ci sia di sbagliato in me per non volere ciò che sembra ovvio a chiunque altro. E questo, in parte per il solito inutile e malcelato senso di superiorità, in parte per invidia, mi induce a pensare agli stereotipi. Perché credo sia proprio questo a rendere certe categorie stigmatizzate: l’ottusa e sterile tendenza trincerarsi dietro convinzioni rigide e difenderle senza esserne davvero in grado. Ad esempio, leggendo il famigerato FB e altri vari commenti in giro per internet mi è venuto da chiedermi se le risposte di certe donne ai commenti (presunti) sessisti non siano poi il motivo per cui nel 2013 certe affermazioni hanno ancora senso di esistere. Che poi sì…è vero…parlo per invidia, perché io una “bandiera”, quale che sia, non sono mai riuscita ad averla e quindi quest’identificazione, seppure becera e bigotta, in qualche modo mi manca. Tutto quello che ho è la paura di essere me o forse piuttosto quella di non riuscire ad esserlo. I just don’t know what to do with myself…

Twice

Avrei voluto sorvolare. Avrei voluto sorvolare per un’infinità di ragioni: per il tempo trascorso, per il fiume di parole già a suo tempo tracimate dagli argini della mia psiche malconcia, per la mia situazione sentimentale attuale, per l’inutilità di tutto questo. Una decina di giorni fa circa ho sorvolato sul meraviglioso incontro. Ritrovarmelo davanti nell’arco dello stesso mese, mi sembra troppo surreale per non scriverne. Di chi sto parlando? Miei cari lettori (?!) dell’ultim’ora, dovreste farvi un giro sull’archivio ante-2008 di questo blog per capire di chi parlo. Perché il protagonista più o meno latente, agli albori di questo sito (che ai tempi era un qualcosa tipo elucubrazioni.livespace.com), è stato lui. Sempre lui. Lui, coi suoi occhi malsanamente azzurri (che mi scatenano sempre turbini di imprecazioni), lui col suo modo di parlare, lui col suo sorriso timido, lui con la sua mimica facciale, lui e i suoi capelli (un po’ meno in realtà) castano rossicci. Insomma, lui…in tutta la sua “cipollinitudine” . E alla fine, basterebbe andare a ripescare uno di quei post (e sono certa ce ne sarà almeno una decina) e riproporlo. Ma no, perché…perché sono passati 8 anni, 5 mesi e 11 giorni dal fatidico 17 febbraio 2005. Perché dopo la maturità e “quella” lettera l’ho “perso”. Perché l’ho rivisto verso Capodanno 2010, ho provato a chiedergli di restare in contatto, ma niente. Perché nel frattempo ho un moroso che amo da 4 anni e mezzo. Ma nonostante tutti questi perché che rendono diversa la situazione, penso che le emozioni potrebbero essere più o meno le stesse. Le sensazioni tipo 9 giugno 2007, quando dopo non ricordo che evento studentesco ed il concerto di Frankie Hi-nrg abbiamo fatto tipo “Lilly e il vagabondo”  raccogliendo i cavi sul palco, quando per qualche secondo ci siamo abbracciati e io ricordo chiaramente di aver pensato “All I ever wanted, all I ever needed is here in my arms”. E ancora una volta, di nuovo, ho bisogno di fissare con le parole questa “cosa”. Ho bisogno di lasciare traccia delle mie mani che ancora tremano vicino a lui. Ho bisogno di lasciare traccia del Nulla che mi attraversa quando lo sfioro. Ho bisogno di lasciare traccia dell’insensata felicità che mi pervade all’idea della sua esistenza. Ho bisogno di lasciare traccia che incrociarlo scatena nella me 26enne laureata inoperosa, le stesse identiche sensazioni che dirompevano nella non ancora 18enne liceale nichilista. E diamine, quando scrivevo del “per sempre” di cui questa strana straziante vicenda mi è sempre sembrata intrisa, non immaginavo fosse così intenso anche a distanza di anni. Innamorarmi di lui ha cambiato irrimediabilmente il corso della mia esistenza e questo l’avevo capito anche in quella fatidica mattinata di autogestione. Quello che non potevo prevedere era quanto sarebbero perdurati altri aspetti della vicenda. E a questo punto, da innamorata ricambiata e morosa convinta e fedele, rimane ancora più deleterio tentare di connotare il tipo di “sortilegio” che mi lega   a questo “strazio” di gioventù. Sarà che l’empatia di fondo è talmente radicata da non sentire il tempo che passa. Sarà che, al di là di ogni stupida retorica, lui mi ha realmente cambiato la vita. Sarà che ha tenuto in ostaggio i miei neuroni per più di 3 anni. 8 anni fa tutto questo lo chiamavo Amore. Ora non lo so. Perché l’Amore per me si chiama Tatolino. E quindi? Alla fine, so che non dovrebbe importarmene nulla. Se una volta morivo dalla voglia di assaggiare il sapore delle sue labbra (e diamine quanto c’ho fantasticato), ora assolutamente no. Eppure, pur senza la componente fisica, so che se lui facesse parte della mia vita, mi sentirei un po’ meno smarrita, un po’ meno spaesata (o forse sarebbe il caso di dire “impaesata”? xD) e il mondo mi farebbe un po’ meno schifo. In ogni caso, sia come sia…la sensazione della mia guancia contro la sua barbuta per i  classici bacini di saluto, sarà un pensiero che mi strapperà un sorriso per le settimane a venire. Perché per la parte di me che è rimasta intrappolata nei suoi occhi un giovedì del 2005 il tempo sembra non passare mai. E, ora come allora, se da un lato questo mi turba immensamente, dall’altro mi fa sorridere come una povera stronza. E non mi resta altro che dirmi va bene così e ringraziare non so chi per averlo messo sulla mia strada.

Nothing to do, nothing to say

Sono ufficialmente disoccupata da un mese e due giorni. O più che altro sono in una fase prettamente italiota di…come li chiamano? Ah sì…NEET. Bene, al momento penso di essere un numero all’interno di quella statistica lì. Sì, sono una brutta persona. A mia “discolpa” (ma colpa de che? Ma che ve frega a voi?) dico che sto (quasi) facendo progetti, epperò con la classica lentezza, pigrizia, indolenza e scazzo cosmico che caratterizzano la mia esistenza. A dirla tutta ho anche un po’ di quel “sano” malessere atavico che serve a farti sentire vivo e un po’ meno cerebroleso della media. Eh sì, che a noi animi afflitti da cicliche fasi di paranoia senza motivo apparente, piace ergerci al di sopra del “popolino”, perché così almeno ci consoliamo pensando di essere un po’ speciali. Che poi non è vero perché anch’io sono “la canticchiante e danzante merda del mondo”, ma alla fine uno dovrà pur raccontarsi delle cose per appoggiare i piedi fuori dal letto la mattina, o no?

In ogni caso, questo voleva essere un post vagamente “libroso”. Nel senso che, questa mia ennesima fase di impasse esistenziale, mi ha riportato a leggere abbastanza regolarmente ed ho da poco finito “Il seggio vacante” di J. K. Rowling. Ora, tutti sanno che la Rowling è l’autrice di Harry Potter ed è per quello che sempre verrà ricordata. Credo però fosse giusto che come scrittrice si cimentasse in qualcosa di molto diverso dalla saga del celeberrimo mago. Quindi, tenendo ben in mente questo, mi sono fatta regalare la sua ultima fatica. In realtà il libro giaceva da parecchi mesi su una mensola, ma non riuscivo a conciliare il mio ruolo di dipendente pubblico con quello di lettrice.
La trama in estrema sintesi: il consigliere comunale di un piccolo paese inglese muore improvvisamente e dev’essere sostituito. Sullo sfondo le rogne, le invidie,  le storie e gli intrallazzi di una comunità ottusa e antipatica. I personaggi sono tanto ben descritti, quanto odiosi, stereotipati, irritanti e noiosi. Le loro vicende non appassionano e mentre le pagine scorrono sotto le dita aumentano il fastidio e il desiderio che facciano tutti la fine di Barry Fairbrother (il consigliere morto). Le dinamiche sapientemente raccontate sono quelle che chi abita in un paese di merda già conosce. Non è difficile riconoscere in Shirley Mollison la vicina impicciona, bigotta e ipocrita che chi si ritrova a vivere in un posto tipo quello dove abito io sicuramente conosce. I “tipi” identificabili sono molti, ma quello della moglie del più grande avversario politico del povero defunto Barry, Howard Mollison, è il più fastidioso. Forse perché, per la sottoscritta, ha lo stesso atteggiamento di quella che abita sotto di me. Il giudizio finale è: seppur ben scritto, se avevo voglia di rompermi le balle coi pettegolezzi di una realtà claustrofobica e rurale stavo ad ascoltare i sermoni di quella di sotto e non mi sorbivo 553 pagine.

Infine, una roba che non c’entra nulla, ma era un mese che volevo pubblicarla cercando un pretesto. A questo punto me ne frego del preteso e l’accodo qui.

Le geometrie dell’anima

Il titolo melodrammatico non è voluto, mi è uscito così e non avevo voglia di pensare ad altro. Anzi, potrebbe essere che quest’espressione sia già stata usata da qualcuno, tipo quei manuali di auto-aiuto, o i libri della Tamaro, o tutta quella letteratura prettamente donnesca. Ho inavvertitamente cancellato, poi, l’incipit di questo post (le prime tre righe) e stavo riflettendo sugli infiniti modi di dire una stessa cosa. E’ un tema affascinante. (E sticazzi, Mrs. Macabrette di ‘sta ceppa, vorresti fare l’editor, ci mancherebbe che non trovi affascinante i diversi linguaggi con cui può essere detta una stessa cosa). In questo caso comunque ho già scritto troppo…volevo solo lasciare una citazione in forma di foto. (Citazione che ho già condiviso su Facebook, ma calcolando che dovrebbe esserci un solo “lettore” di queste pagine, tra gli amici del social network di Zuckerberg, preferisco ripetermi. Lettore, che tra l’altro è quello che ha consigliato questa lettura, scusate il giro di parole).

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(foto al libro Flatlandia, di Edwin A. Abbott, ed. Adelphi).