Vilnius

Avrei un sacco di elucubrazioni da esternare sul mio attuale stato mentale, ma uno dei motivi per cui, in questa soleggiata mattina di ottobre, ho iniziato questo post è proprio non pensare al milione di paturnie che mi ronzano in testa nelle ultime settimane. Cose già scritte, aggravate dai 30 anni e dalla “sindrome della scimmia ammaestrata”.

Partenza da Bergamo – Orio al Serio nel primo pomeriggio del 10 agosto, arrivo in (vado a controllare, perché non riesco a farmi entrare in testa quale sia la Lettonia e quale la Lituania, cribbio!) Lituania previsto per le 18:20. Nel mese di agosto l’aeroporto di Vilnius era chiuso per lavori, abbiamo quindi prenotato con Wizz Air, atterraggio a Kaunas, a circa 1 ora e 30 di distanza dalla capitale. Il volo peggiore della mia vita a causa di un paio di scossoni violenti che mi hanno provocato più di un attacco di tachicardia e che mi hanno permesso di solidarizzare con Tatolo per la sua fobia dell’aereo, cosa per cui lo avevo sempre perculato. Comodissimo il servizio di trasporto di Ollex (10€ a testa) che “scarica” di fronte al MacDonald’s in Seinu gatvè, pullman comodo e non affollato.

Ho prenotato l’ormai consueto appartamento con Airbnb in Bernardinu gatve, che sbuca nella centralissima Pilies. I circa 25 minuti di tragitto a piedi tra la stazione e l’appartamento con trolley al seguito sono stati complicati da qualche sporadico scroscio di pioggia, ma niente di troppo disagevole. Dopo qualche fatica ad aprire la porta del gigantesco alloggio di Neringa, siamo andati a dormire.

Il giorno successivo, dopo aver fatto colazione lungo il percorso, siamo andati a prendere un bus per Trakai. Le due cittadine sono collegate molto bene (3/4 autobus all’ora in entrambe le direzioni) da diverse compagnie, tutte con un biglietto inferiore ai 2€ per singola tratta.  Dopo circa 40 minuti si arriva si arriva a destinazione e con una piacevole passeggiata di una mezz’oretta si giunge al castello, che svetta con la sua pietra rossa in un’isoletta in mezzo a un lago.

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Abbiamo fatto un giro di tre ore scarse, passeggiando tra le amene stradine sterrate che percorrono l’isola, piluccando frutti di bosco comprati da una delle signore strategicamente appostate all’ingresso. A parte l’imponente fortezza, la zone è priva di ulteriori attrattive, verso le 16 abbiamo quindi preso un pullman per tornare nella capitale.

Al rientro abbiamo passeggiato senza meta per le vie di Vilnius, col semplice scopo si facesse ora di cena. Ai tempi delle scuole superiori, in quarta precisamente, la mia classe di russo aveva trascorso una decina di giorni tra Voronezh e San Pietroburgo, durante i quali ho imparato ad apprezzare le brodaglie sovietiche, che volevo riassaporare durante questo giro baltico. A cena quindi minestrina di brodo con pollo e verdure galleggianti e piatto tipico lituano i cepelinai (in lingua locale) o più comunemente zeppelin, ovvero dirigibili, nome derivato dalla forma della pietanza. Sono in pratica degli gnocconi di patate ripieni di un macinato grossolano di carne (manzo e/o maiale) serviti con contorno di panna acida e pezzetti di pancetta croccante. Ce ne sono più di una decina di varianti, ma francamente a me sembravano un po’ tutte la stessa identica cosa. Io non so dire se la colpa fosse del ristorante (Forto Dvaras, in Pilies g.) o se proprio non siano di mio gusto, fatto sta che mi hanno lasciata piuttosto insoddisfatta: impasto esterno insipido e gommoso, ripieno di carne bollito e poco saporito. 

Il giorno dopo giro intensivo:

la Chiesa di Sant’Anna, il monumento vicino al quale dormivamo e quello che più mi è piaciuto

la Cattedrale, che più di un edificio sacro sembra un palazzo, col suo colonnato da tempio greco 

il quartiere ebraico (Vilnius è stata un importante centro per la cultura yiddish), che a parte le scritte col doppio alfabeto non ha molto di caratteristicoil palazzo presidenzialee la fortezza di Gedimino, o ciò che di essa rimane, che troneggia sull’omonima collina, sulla quale val la pensa salire anche se la cremagliera è rotta, poiché si gode una vista panoramica sulla città: il quartiere vecchio, la nuova zona commerciale e le altre colline circostanti, su una delle quali sorge il monumento delle Tre Croci.Verso le 16:30 partenza con pullman Lux Express (spesa circa 19€, prenotato una decina di giorni prima) dalla stazione dei bus. Viaggio iper confortevole con wifi, distributore di bevande e bagno a bordo. Davanti a ogni sedile c’era un piccolo schermo con presa per le cuffie col quale era possibile guardare un film, io ho guardato Sings in inglese sottotitolato. Dopo circa 4 ore siamo giunti a Riga… (to be continued, prima o poi :D)

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Aggiornamenti rapidissimi per i pochi a cui interessano

Come da titolo insomma…cose random successe nella mia (irrilevante) esistenza negli ultimi tempi. Procediamo con elenco numerato che fa blogger (?!) figo:

  1. 21/5/17 Ho raggiunto una nuova decina, ovvero ho compiuto i fatidici 30 anni di vita, “festeggiandoli” sommessamente a Bologna al Caffé Olè (da Linda) in porta Mascarella, piccola tradizione dell’ultimo triennio.  Che in realtà non è esattamente vero, perché ero lì la sera del 20, allo scoccare della mezzanotte ero in auto col mio amicone che andavamo verso casa sua in Riviera Romagnola. Il giorno del genetliaco ho fatto 2h di treno per arrivare in Emilia da Tatolo, per celebrare la mia “vecchiezza” anche con lui.
  2. 17/6/17 I-days di Monza per il concerto dei (quasi) Blink 182 e Linkin Park. Siamo arrivati che iniziavano a suonare i Sum 41 (non ho idea di chi ci fosse prima :D), dopo una fila assurda sotto un sole delirante e in mezzo a un polverone da Far West. Decisamente impattante sentire live gli inni della mia adolescenza cantati da qualcuno che non fosse il vero, detestabile, tragicamente inimitabile Tom Delonge; resa live sicuramente migliore con Matt Skiba alla voce (Skiba che ricordiamo io apprezzo moltissimo per gli Alkaline Trio), ma che vi devo dire…per me era tutto troppo strano. I pezzi dell’ultimo disco California invece una resa live pazzesca. I Linkin Park, che onestamente non ho mai seguito, una presenza scenica e una potenza vocale da panico. E alla luce dei tragici eventi successivi, sono felice di aver sentito Chester Bennington dal vivo prima del suo suicidio. Al di là dell’aspetto prettamente musicale, vi inviterei a leggere le recensioni dell’evento sulla sua pagina Facebook, perché davvero location e logistica del concerto sono stati una cosa oltre i confini dell’assurdo. Mai più Monza e w l’I-day all’Arena Parco Nord di Bologna!
  3. 18/7/17 Poi, ringraziando l’Orologiaio Cosmico, anche giugno è finito in archivio ed è giunto luglio, mio ultimo mese di lavoro, di quel posto che se mi leggete assiduamente…avete capito. Ultimo mese per “colpa mia”, calcolando che ho deliberatamente rifiutato la proroga al 31 agosto, che sarebbe in ogni caso stato il termine ultimo del contratto. Ma queste sono pippe, era solo per dare completezza di informazioni. (Sono una brutta persona). In ogni caso, la data riportata ad inizio del punto 3 riguarda il concerto dei Biffy Clyro a Rimini, per cui vale ancora e di più il post adorante di febbraio, con l’aggiunta che questa volta Simon Neil ha cantato una versione acustica da brividi di God&Satan e io ho quasi pianto. Aggiungerei anche che questa volta ero decisamente più vicina 😀 Primo gruppo spalla locale non l’ho visto, sono arrivata che stava finendo, You me at six notevoli live come energia, ma dopo le prime 3/4 canzoni un po’ ridondanti a mio parere. E niente, viva la Scozia e mon the Biff!biffy intro @rimini
  4. Ultima settimana di luglio Ho sfidato la torrida estate emiliana, questa volta io e Tatolo anziché fare soltanto i divanati ci siamo concessi una gita a Fontanellato, per esplorare il labirinto ideato da Franco Maria Ricci. A dirla tutto l’ho dovuto quasi costringere, ma ero davvero curiosa di vederlo! E’ decisamente caro, 18€ per visita alla collezione (che francamente meh…) e labirinto non è sicuramente un prezzo stracciato, ma per una volta vale la pena, perché è una cosa da vedere.labirinto.JPGDopodiché, percorso opposto a quello del mio compleanno e rotta verso la Romagna, dove il 29/7/17 ho partecipato alla Rimini Summer Pride, con il solito amico ormai storico. Ce lo eravamo ripromessi da qualche anno e finalmente ne abbiamo avuto l’occasione. Esperienza sicuramente gioiosa e piacevole, alla quale sono felice di aver preso parte.atei.JPG

In mezzo a tutto questo ho lavorato nel delirio di un ufficio con carenza devastante di “quote azzurre”, ferie concesse a caso, pratiche che si ammucchiano, colpi bassi, incompetenza generalizzata e senso di menefreghismo a condire il tutto; tuttavia, ciò è estremamente noioso e preferisco sorvolare. Last but not least, domani parto per le ferie e se sono brava prima o poi su queste pagine troverete un post sulle capitali baltiche.

Cibarie ed eventuali (ovvero Porto&Lisbona, best of the rest)

Ordunque, sparuti lettori, eccoci al post di cui blatero da parecchi mesi! Non prima però della solita, inutile introduzione carica di malcontento, inadeguatezza e senso di scazzo cosmico assortito. Sono stati mesi faticosi, incredibilmente lunghi e discretamente rognosi. Ciò che più ha caratterizzato il trimestre che separa questo “articolo” dal precedente è la gastrite. Verso fine marzo mentre ero fuori a cena mi si è piantato un boccone di pollo nell’esofago, cosa che mi ha fatto finire in pronto soccorso. Dopo una serie di accertamenti e una gastroscopia a notte fonda (o di prima mattina, come preferite chiamare le 3 di notte) finalmente il pollo se n’è andato nello stomaco. Ma il precitato esame ha evidenziato una serie di problematiche che hanno richiesto cure e accertamenti, in parte ancora in corso. Dal risultato della biopsia di 15 giorni fa sembra sia meno grave di quanto inizialmente prospettato, tra un mese ho la terza gastroscopia di questa “stomachevole” primavera e speriamo che sia l’ultima per un po’ di tempo.
Ora, mi par di ricordare che mi ero proposta di parlare di quello che ho mangiato in Portogallo, delle giornate in spiaggia e dell’escursione a Sintra. Comincerei da una delle stupide ossessioni che mi porto dietro dai tempi del viaggio in Belgio e Olanda del 2012: Wok to walk. Da quando, per puro caso, in una via di Amsterdam ho incontrato un “ristorante” di questa catena, me ne sono perdutamente innamorata, tanto da controllare se c’è la simpatica insegna arancione prima di andare a visitare una città. Per quanto concerne il concept, se interessa, vi rimando al sito, io vi dico solo che decisamente vale la pena provarlo. Ce ne sono alcuni sia a Porto sia a Lisbona (spesso nei centri commerciali) e se vi piace il cibo asiatico cucinato bene, che potete “comporre” a piacimento, spendendo ragionevolmente questo fa sicuramente per voi. Potete sedervi o prendere d’asporto, nel primo caso tenete però tenere presente che dovrete essere i camerieri di voi stessi, ovvero verrete chiamati quando è pronto il vostro piatto e ve lo dovete portare al tavolino, simile a quelli di un barIMG_7248.jpegIMG_7207.jpeg

Mi rendo perfettamente conto sia vergognoso cominciare un post sul cibo in Portogallo parlando di una catena olandese (WtW nasce ad Amsterdam) che cucina cibo asiatico, perdonatemi. Mh, tra l’altro, ora che mi viene in mente, sarebbe stato utile fare una premessa, che a questo punto dovrei chiamare “mezzessa”: colazione era tendenzialmente a “casa” (ricordate? Appartamenti Airbnb) con succo Compal (meraviglioso in particolare quello al mango) e prodotti da forno random, a volte freschi dalla pasticceria, a volte del supermercato; qualche colazione al bar forse, ma niente di troppo rilevante. Il pranzo era uno spuntino abbastanza volatile, nel senso che difficilmente ci si sedeva da qualche parte, il più delle volte si comprava qualcosa al supermercato e si mangiava su una panchina. A  parte quando ci siamo trovati davanti 100 Montaditos e non abbiamo resistito a sederci, mangiare 2 panini a testa, le patatine, scroccare wifi e ripartire (mi pare sia successo 2/3 volte). Quello della foto se non ricordo male era nel Bairro Alto a Lisbona.
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Questo sproloquio per dire, che l’unico pasto “serio” della giornata era la cena. Ho ovviamente mangiato il bacalhau almeno un paio di volte, a dirla tutta non mi ha entusiasmato granché, anche perché tende ad essere abbastanza salato e dopo averlo provato in alcuni posti ho preferito ripiegare sul altri pesci. Intendiamoci, non che sia sgradevole, ma non è nemmeno degno di grandi elogi. Quello nella foto mi pare di averlo mangiato a Porto ed è a lagareiro, ovvero cotto nell’olio d’oliva e servito con patate lesse passate al forno, cipolle e olive.
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Grande rivelazione del Portogallo invece è stato il robalo, ovvero il branzino, che non avevo mai assaggiato ed è un pesce meraviglioso! Altra grande scoperta, in un ristorante piccolino nel quartiere di Alfama, su una salita che parte da vicino al Museo del Fado, è stato il tamboril, la coda di rospo, un pesce di cui è meglio scoprire l’aspetto solo dopo averlo assaggiato. L’ho mangiato in una specie di zuppa, cotto nel latte con le verdure, è un pesce bianco dal sapore non accentuato, ma davvero polposo e gustoso!
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Queste le cibarie più rilevanti, ora passerei a disquisire delle “escursioni” durante la permanenza nella capitale lusitana, iniziando dalla spiaggia. Esiste un treno che parte dalla stazione Cais do Sodré percorre tutta la costa del Tago e arriva fino a Cascais. Io ero andata con la metro, ma la stessa linea ha una fermata vicino al monastero dos Jerónimos e torre di Belem. Ogni 20 minuti parte un comboio e in circa 40 minuti, con una spesa di 2,20€ a testa per tratta (A/R 4,40€ quindi) vi porta dal centro di Lisbona a Estoril, dove grazie ad un pratico sottopassaggio siete subito in spiaggia! Non si cono lettini e ombrelloni, ma c’è un giornalaio, due chioschi di gelato e un bar, anche se su quest’ultimo non sono sicura al 100%. E cosa, che non guasta, c’è pure il wi-fi libero! Non so se è perché era settembre, ma l’acqua era gelata, il tempo di immergersi per una rinfrescata e subito fuori, non aspettatevi di nuotare!
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Last but not least, Sintra! Anche questa raggiunta col treno, spesa e tempistiche di percorrenza molto simili a quelle per Estoril (forse qualcosa di meno sia in termini sia di tempo, sia di costo, ma più o meno siam lì!), così come la frequenza dei convogli in partenza; differente è invece la stazione: si “salpa” (esiste l’equivalente ferroviario di salpare? Boh) dalla Stazione di Rossio, che paradossalmente è più vicina alla fermata della metro Restauradores, rispetto all’omonima. I treni portoghesi sono ben tenuti, economici e puntuali e sono un’ottima scelta se volete muovervi sul territorio. Il centro storico di Sintra è decisamente carino, ma ciò per cui la città  è famosa è senza alcun dubbio il Palácio da Pena. Arrivarci a piedi dal centro è pressoché impensabile (vero che sono 3km, ma non dimentichiamo che è su una collina!), arrivarci in autobus, data la folla di turisti, è un’ardua impresa. Noi abbiamo optato per il taxi, se non ricordo male un esborso di circa 10€, davvero ben spesi. Infatti, non solo il tassista ci ha dato un mucchio di informazioni utili e interessanti, ma si è anche fermato in un punto da dove la visuale sull’impressionante costruzione è spettacolare! Al ritorno abbiamo optato per farla a piedi, per immergerci appieno nella lussureggiante vegetazione dei giardini sotto al palazzo. Lungo il tragitto si possono ammirare il Castelo dos Mouros e la Quinta da Regaleira dall’alto, ma la cosa più apprezzabile secondo me è la flora che circonda il ripido (ecco perché conviene farlo in discesa!) percorso che porta verso il centro.
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Con questo post si conclude (ed era anche ora!) il “reportage” portoghese della sottoscritta. Spero non sia troppo sconclusionato e che sia interessante. Per le ferie di quest’anno è ancora tutto molto work in progress,  ma dato che negli ultimi 3 anni è stato mare e sud Europa, per il 2017 vorrei tornare a destinazioni più settentrionali. Ho bisogno di una pausa da sole e mare.

Biffy Clyro@Padova 7/2/2017

L’ultimo post portoghese non me lo sono dimenticato, è che sono abulica in modo (forse) più pressante del solito. E’ una vita che non finisco un libro, in realtà sono arenata nella lettura di 1984 in inglese, ma in generale ho poca voglia. Negli ultimi mesi ho seguito e sto guardando una serie di telefilm, non solo recenti, dei quali potrei anche pensare di parlare, giusto per tenere in piedi il blog, visto che i cavolacci miei in senso stretto sono ripetitivi e interessanti quanto il placido pascolare dei bovini sui pendii montani. Tra l’altro nemmeno so perché mi sto giustificando, ma bando alle ciance.

In questo grigiume cosmico, martedì della scorsa settimana sono riuscita a convincere il mio migliore amico ad accompagnarmi a vedere i meravigliosi Biffy Clyro. Ed è stato bellerrimo! La cosa che ti fa apprezzare di avvicinarti a lunghi passi ai 30 anni e che finalmente ti ritrovi ai concerti da adulti, con gruppi che hanno alle spalle almeno 5 album e che possono reggere una scaletta di quasi due ore! Gruppi con un pubblico tra il quale non dico che abbassavo l’età media, ma quasi. Gruppi con una voce, una carica, un’identità e la personalità per reggere il palco con un’energia stratosferica.

Mi sono innamorata dei Biffy col loro disco Only revolutions, del 2009 o giù di lì. Ho recuperato poi i loro lavori precedenti e poi non li ho più mollati. Il modo in cui riescono a coniugare una carica musicale incredibile e i testi “filosofici” di Simon Neil è spettacolare. E diciamocelo, lui è pure bello da paura. No, dico, ma avete visto la loro partecipazione a Sanremo e quanto era meraviglioso?

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La scaletta del concerto è la seguente:

Wolves of Winter
Living Is a Problem Because Everything Dies
Sounds Like Balloons
Biblical
Victory Over the Sun
On a Bang
Opposite
Bubbles
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Friends and Enemies
Black Chandelier
The Captain
Re-Arrange
Herex
Medicine
Glitter and Trauma
Mountains
In the Name of the Wee Man
Flammable
That Golden Rule
Many of Horror

BIS

Machines
Animal Style
Stingin’ Belle

ed è stata portata avanti con poche pause in maniera assolutamente egregia.  Io ero presissima e adorante e alla fine pure il mio amico, che era lì per farmi un piacere, ha apprezzato questo meraviglioso trio di scozzesi. E sono stati talmente convincenti sul palco che ho perdonato loro pure la mancanza in scaletta di God&Satan, che in ogni caso spero prima o poi di veder eseguita live. E niente, se vi capita andate a vederli, amateli, ascoltateli e fangirlate potentemente Simon Neil come faccio io.

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(Volevo caricare il video di un pezzo di Opposite, ma WordPress mi fa presente che sono un’utente pezzente e quindi vi beccate solo l’unica foto decente che sono riuscita a fare).

Denatalità

Se qualcuno ha letto il blog con una certa frequenza o se ha scorso qualche articolo un po’ meno recente, non avrà mancato di notare che non sono la fan numero uno del genere umano. So di averlo fatto presente in più circostanze, ma la mia ottennale stramba relazione col signor Tatolo nasce grazie all’aforisma bukowskiano “Umanità mi stai sul cazzo da sempre, questo è il mio motto”. Insomma, forse gli ultimi post sono stati un po’ fuorvianti, perché piuttosto neutri, ma sono un essere umano  complicato e scontroso, caratteristiche che forse si evincono dal post “Trained monkey”. E, a proposito del buon Hank e della mia attuale occupazione, ci sarebbe da scrivere “School office”, che non avrebbe assolutamente nulla da invidiare a “Post office”. Ma ho il vago sentore di aver già detto una cosa del genere, perdonatemi è un momento piuttosto difficile per me dal punto di vista intellettivo. Anche per un sacco, sacco, sacco di altra gente che ho intorno, ma almeno loro non lo sanno, io, ahimè, ne sono fin troppo consapevole.

Involontariamente, quest’ultima parte di quest’introduzione un po’ così, si è rivelata un ottimo tramite per esprimere un ennesimo parere non richiesto che, com’è facilmente intuibile, rimanda al titolo. Sarebbe fin troppo facile giocare sull’impossibilità di trovare parcheggio, sullo stare in fila nel traffico, sul prenotare una qualsiasi visita medica, sul prendere un treno e perfino sul fare la fila alla cassa. Credo che molto pochi di noi, nella loro vita quotidiana, abbiano la percezione di una qualche carenza nella produzione di esseri umani. Ma, ci dicono, in Italia si fanno sempre meno figli e da qui partiamo, prendendo per buona quest’affermazione.

Non ho voglia di parlare di numeri. Non ho voglia di stare a sviscerare il fatto che sul Pianeta siamo più di 7 miliardi e nel complesso non stiamo affatto diminuendo. Non ho voglia di parlare di costi, previdenza sociale, invecchiamento della popolazione e “ommioddio qualcuno pensi al patrimonio genetico italiano, salviamo l’italianità dall’estinzione” e altre farneticazioni del genere. Tutto probabilmente molto giusto, ma tutto estremamente ‘sticazzi. In milioni di anni nella storia dell’umanità si sono succeduti popoli e razze e la Terra ha continuato a girare. Struggetevi voi per la pizza e Dante, io credo nella Grande Irrilevanza del particolare, all’interno del grande meccanismo del Flusso Cosmico. Ho pure fatto pace con l’horror vacui.

Io, nella mia infinita presunzione, vorrei provare a dare una prospettiva, al solito estremamente personale, che vada al di là dell’aspetto economico, femminista o strettamente sociologico. Io non mi sono mai interessata ai grandi mutamenti della struttura familiare, dei rapporti personali, della condizione della donna nella società moderna e bla bla bla. Sono figlia di un goldone bucato o di un coito interrotto mal riuscito, chi lo sa, non ho alcun tipo di background per farmi un’idea su un contesto domestico come dovrebbe essere. (Non ce l’ho anche per una serie di altri motivi, ma non sono interessanti né da leggere, né tanto meno da raccontare).

Io, molto più basilarmente, ho osservato con il mio sguardo distorto la realtà e mi sono posta delle domande. Mannaggia a me e agli interrogativi ai quali non riesco a sottrarmi. E mi sono chiesta come si legittima questo gran parlare di culle vuote. E mi è tornato in mente Schopenhauer, tutto questo blaterare di fertility day e di necessità di riprodursi, mi ha fatto ripensare alla Vita come Volontà il cui solo scopo è perpetrare se stessa. E se proprio vogliamo dirla tutta, sarebbe anche umanamente semplice e consolante. Ma se devo guardare i miei genitori o la stragrande maggioranza di chi ho intorno, io, nel loro vivere da soli, andare a lavorare, guidare nel traffico, fare i pranzi di Natale ecc. non vedo niente di buono in sé. Cioè, se io devo alzarmi la mattina, starmene in ufficio maledicendo ogni cellula del mio corpo, per guadagnare dei soldi, mettermi un tetto sulla testa e dare vita ad un’altra generazione…anche no. Perché se non lo faccio io, ci sono altri miliardi di persone che lo fanno. E non c’è niente di buono, né meritevole, né originale in tutte le politiche familiari immaginabili. Cioè, ma come diamine fanno “tutti loro” a pensare che la loro insulsa, immutabile, stantia routine valga la pena? Perché io ho solo voglia di tirare le testate contro il muro. La società non può legittimarsi semplicemente con il suo costante sussistere. Abbiamo bisogno di pazzi, visionari, persone che hanno progetti che vadano oltre lo spingere carrozzine e aprire mutui per case a schiera.

Tuttavia, mi rendo conto che giro sempre intorno alla stessa cara ossessione, senza fare nulla per sfuggirci. Che sono stanca di meccanismi ai quali non ho mai fatto poi molto per sottrarmi. Che sono sempre e solo stata in un angolino a compatirmi. Che questo è l’ennesimo, ciclico, post di rabbia e disprezzo pseudoadolescenziale e alla soglia dei 30 o ti sottrai o ti arrendi. Amen.

P.s. Arriverà anche l’ultimo post sul Portogallo. Solo che l’inizio anno, il rientro in ufficio e la vita che ti passa sulla schiena come un trattore mi hanno debilitato nello spirito. Sì, insomma, niente di più, niente di meno, rispetto alle “cicliche fasi di paranoia e pessimismo, senza motivo apparente” con cui mi presento in “About”.

Lisbona

Mi devo impegnare nell’ardua missione di difendermi dal decadimento neuronale e per una persona intrappolata in un’apatia atavica come la sottoscritta non è per nulla facile. Quindi mi sono fatta forza e ho abbandonato il divano, dove il televisore stava guardando me, e mi sono posizionata alla scrivania per scrivere il preannunciato post sulla capitale lusitana.

Ordunque, ci siamo lasciati alla stazione di Porto, dove  ho preso un treno locale dalla stazione di São Bento, cambiato a Campanhã, dove  sono salita sull’Alfa Pendular per Lisbona Santa Apolonia. Sono passati ormai circa due mesi e diventa difficile per me ricordare i dettagli dei costi, mi sembra comunque di aver speso tra i 30 e i 35€ per il viaggio. Treno pulito, puntuale, col wi-fi (che funzionava a tratti, a dir la verità) e la possibilità di guardare dei programmi tv grazie alle cuffiette infilate nel sedile; personalmente non mi sono lasciata sfuggire l’opportunità di godermi un programma di cucina in portoghese. La durata del viaggio è stata di circa tre ore.

Anche qui ho prenotato un appartamento su Airbnb, la padrona di casa ci aspettava davanti al Museo del Fado, distante circa un quarto d’ora a piedi da Santa Apolonia. L’appartamento, nel caratteristico quartiere Alfama, era vicinissimo a questo luogo d’interesse, in una posizione allo stesso tempo molto centrale, ma tranquilla.  In pochi minuti a piedi, attraverso un intricato dedalo di stradine sali-scendi, si arriva alla Sè, la cattedrale.

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A circa 15 minuti a piedi dal quartiere Alfama si trova Praça do Comércio, la piazza principale di Lisbona e il simbolo più evidente della ricostruzione voluta dal marchese di Pombal a seguito del terremoto che demolì la città nel 1755. È una piazza a pianta rettangolare, di notevolissime dimensioni delimitata da una serie di edifici e dal fiume Tago nella parte inferiore.

Passando sotto l’arco tra le due ali dei palazzi che racchiudono la piazza, si giunge al quartiere Baixa, che può essere considerato un po’ il centro storico vero e proprio della capitale portoghese.  È la zona più spiccatamente turistica, dove si può fare shopping, facendo slalom tra i “buttadentro” che ti incitano a mangiare al ristorante a qualsiasi ora del giorno; tutte le vie si incrociano seguendo uno schema ad angoli retti, modello castrum romano.

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A questo punto, confesso che per me è faticoso organizzare le idee e proseguire in ordine e in maniera comprensibile col post. Mi sono fermata a Lisbona 7 giorni e non mi ricordo assolutamente tutto ciò che ho fatto, né tanto meno con quale ordine. Comincerei con una nota di ordine pratico: come a Porto è possibile acquistare a tipo 0,50€ una carta ricaricabile, che ha validità un anno dalla data di emissione, sulla quale è possibile caricare sia importi per tratte singole che vengono scalate quando viene “obliterata” la tessera, sia abbonamenti. Io, ad esempio, alcune giornate ho caricato il giornaliero (mi pare per 7€, ma non sono sicura), che vale 24h dalla prima “validazione” ed è utilizzabile su TUTTI i trasporti: non solo la metro, i tram e gli autobus, ma anche l’Elevador de Santa Justa e tutte le varie funicolari che si trovano in città. Per quanto riguarda queste ultime (Bica, Gloria e Lavra) la fila è abbastanza contenuta, per prendere l’ascensore che dalla Baixa vi porta fino alla Chiesa del Carmo, invece, armatevi di tanta pazienza, perché l’attesa è lunga. Consiglio spassionato, almeno per una giornata a Lisbona, fate la tessera trasporti, perché è veramente un ottimo lasciapassare: nelle foto potete notare 3,60€, prezzo che si riferisce ad un viaggio A/R  ed è valido per tutte le funicolari, Santa Justa (salita+discesa) costa invece 5€…fate due conti. Il mio preferito è stato l’Ascensor do Bica e porta da a Rua de São Paulo a Largo Calhariz.

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 Sempre in tema di trasporti, è pressoché impossibile parlare di Lisbona senza citare quello che forse è il suo simbolo più famoso: il tram 28! Partiamo col dire che anche questo mezzo  è compreso nell’ormai “celeberrima” carta di cui sopra. Questo dettaglio mi rende i portoghesi particolarmente simpatici, perché temo che in Italia questo peculiare “scatolotto” giallo,a tutti gli effetti più un’attrazione che un sistema per spostarsi, sarebbe estremamente più caro. Purtroppo però, come nel caso dell’Elevador, è comprensibilmente un’ardua impresa salirci, visto il quantitativo di turisti ad ogni ora del giorno! Prenderlo fuori da uno dei due capolinea è pressoché impossibile, la scelta più saggia, a mio avviso è mettersi in fila a Martim Moniz e attendere. E attendere. E attendere. E attendere un altro po’. Perché viaggiando su rotaia il tram è soggetto ad ogni sorta di ingorgo del traffico. Può succedere, causa intralci al suo percorso, che non ne arrivino per un’ora e poi ce ne siano tre di fila. Il perché ve lo spiega la foto…scattata in presa diretta dalla sottoscritta. Non so dirvi come sia finita, perché ad un certo punto, dopo tipo mezz’ora di attesa, sono scesa e tornata all’appartamento a piedi.

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La parte più interessante del tragitto si ha nel quartiere Alfama, dove il tram lambisce da molto vicino le pareti delle case e degli altri edifici. Un altro aspetto che ho apprezzato del Portogallo, tra l’altro, è stata la mancanza di avvisi paternalistici: nel senso che, se sporgi la faccia dal 28 in corsa, rischi di schiantarti contro un muro, ma il mezzo non è tappezzato di segnali di pericolo vari ed eventuali. Insomma, se sei scemo, ti fai male, cosa che dalle mie parti si chiama “descanta bauchi”.  Il 28 termina la sua corsa a Campo Ourique, anche se non si sa bene in quanto tempo! In ogni caso, se esaurite la pazienza, potete in alternativa optare per il tram 12, che pur eseguendo un tracciato più breve, garantisce gli stessi suggestivi scorci del suo più celebre “fratello” in un abitacolo sicuramente meno affollato. A meno che, non abbiate una botta di fortuna notevole e non vi accontentiate di un giro al buio! Dopo una certa ora, infatti, i percorsi del 28 possono accorciarsi e quindi, quasi per magia, si svuotano considerevolmente. A me una sera è capitato di prenderlo da Campo Ourique fino a Praça de Luís de Camões e inizialmente era completamente vuoto, come da testimonianza fotografica. Poi qualcuno è salito, ma decisamente pochissime persone!

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È nei dintorni di Praça Camões che si trova anche la celeberrima statua di Fernando Pessoa, subito dietro le scale per l’uscita dalla fermata Baixa-Chiado della metro.

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Personalmente, reputo il Castello di Sao Jorge abbastanza trascurabile, più bello da vedere da lontano che non da raggiungere. Rimangono a questo punto tre cose di Lisbona della quali vale la pena parlare: il giro in battello, Belem e l’acquario (a parte il post “Varie ed eventuali portoghesi” che sarebbe mia intenzione scrivere, viste le cose che non riuscirò ad infilare in questo che sta diventando lunghissimo!).

 Lo Yellow Boat Tour, a mio personalissimo avviso, è il modo più suggestivo per raggiungere Belem. L’imbarco si trova proprio di fronte a Praça do Comércio, i battelli partono ogni ora e mezza, il primo salpa alle 11.00. Il biglietto costa 19€, c’è uno sconto se lo si fa online, ha la formula “hop on/hop off” e dura 24h. La prima sosta si ha dopo circa un quarto d’ora, quando, se si vuole, si può scendere a Cacilhas, un anonimo porticciolo sul fiume Tago che si trova più o meno di fronte al punto di partenza. Ci sono un faro carino, un sacco di meduse gigantesche nell’acqua, qualche negozietto trascurabile e il “solito” vialone di ristoranti per turisti.  Il punto comunque non è la location in sé, anzi, in realtà essere costretti a starci 1h e 30′ è un po’ una rottura, ma la vista che si ha sulla città di Lisbona, sicuramente vale un giretto.

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Per arrivare a Belem da qui sono necessari circa 45 minuti di navigazione, durante i quali si passa sotto il suggestivo ponte 25 de Abril, realizzato dalla stessa compagnia del Golden Gate di San Francisco, con il quale condivide lo stile. Durante il viaggio si gode anche di un’ottima visuale sulla statua del Cristo-Rei, che svetta maestosa sulla riva sinistra del Tago; alla fine è una”taroccata”di quello di Rio de Janeiro, eretto per ringraziare Dio per non mi ricordo quale guerra scampata. Prima dell’attracco si trova il Monumento alle Scoperte, che raffigura e celebra i marinai che parteciparono alle grandi esplorazioni marittime. Purtroppo durante la mia visita erano in corso lavori di ristrutturazione, quindi l’opera era completamente ricoperta dai ponteggi.

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L’arrivo è praticamente di fronte al Monastero dos Jerónimos, uno spettacolare edificio bianco in stile gotico manuelino, costruito per celebrare il ritorno di Vasco da Gama, dopo aver scoperto la rotta per l’India.

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Nei pressi della suggestiva costruzione c’è anche la più famosa e antica pasticceria (si chiama “Antiga confeitaria de Belem”) che sforna i “pasteis de nata”: i super tipici pasticcini portoghesi a base di sfoglia e una specie di crema pasticcera molto “budinosa”. Si narra siano nati proprio all’interno del monastero e si siano diffusi in seguito alla rivoluzione liberale del 1820, quando g li ordini religiosi vennero aboliti. I dipendenti laici del convento iniziarono a cercare lavoro altrove, così il pasticcere dei Jèronimos si portò dietro l’antica ricetta e la diffuse nel mondo. La fila per l’asporto è notevole, forse vale la pena sedersi un attimo, mangiare con calma, fare pipì e ripartire, perché il servizio e rapido e efficiente, il locale è grande e secondo me vi sbrigate prima!

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Ovviamente poi a Belem sorge sulla riva del fiume Tago la celeberrima omonima torre, posta a difesa della foce del corso d’acqua.

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Il ritorno dura un’oretta scarsa, durante la quale potete avere un’ottima panoramica della torre dall’acqua, ovviamente tutte le attrazioni viste all’andata e Praça do Comércio all’attracco.

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L’ultimo capitolo, prima del post di contorno al quale accennavo prima, nel quale vorrei parlarvi di Sintra, cibarie e delle giornate al mare, è l’acquario. Partiamo col dire che lo scorso anno sono stata a quello di Valencia, dove mi sono follemente innamorata del tricheco. Ma la di là di improbabili lovestory transpecie, sicuramente l’attrazione spagnola mi è piaciuta di più. Tuttavia anche l’acquario portoghese vale sicuramente una visita. Se non ricordo male, ma prendetela col beneficio del dubbio, potete comprare i biglietti online e stamparli nelle biglietterie automatiche che trovate all’ingresso, il prezzo è intorno ai 17€ (credo).

Innanzitutto è comodo da raggiungere: ci si arriva con la metro amaranto, la fermata è “Oriente” e se avete intenzione di andare solo lì vi conviene fare il biglietto A/R e non il giornaliero. La vasca centrale è enorme e tutto il percorso, fatto anche di zone più piccole, le gira intorno. Di questa notevole quantità d’acqua le cose che più mi sono rimaste impresse sono due: gli orrendi pesce sole e la maestossima manta gigante.

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Per il resto non mi sembra rimanga molto da dire, semplicemente vi metto le tre foto delle cose che mi sono piaciute di più: i puffin, che “rincorro” per vederli dal vivo dal almeno 4/5 anni, le adorabili lontre e la piccola figliola di Chtulhu, la seppia. Spero il”reportage” sia interessante e comprensibile e spero di sbrigarmi con l’ultimo capitolo di quest’avventura lusitana!

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E’ passato del tempo. Però dai, in relazione agli ultimi due anni di vita del blog, nemmeno troppo. Nel frattempo, negli ultimi giorni, le mia vita “lavorativa” è diventata noiosamente frenetica. E lo so che “noiosamente frenetica” più che un ossimoro suona come una grossa idiozia, ma quando le opportunità che si susseguono in maniera inattesa riguardano cose che non pensi abbia un gran senso fare (citandomi nel post di fine settembre “un lavoro tritaneuroni, monotono e totalmente insoddisfacente”), alla luce di questo, forse l’espressione apparentemente strampalata acquista un senso. Quindi da domani si ritorna a fare la scimmia ammaestrata, perché così dice di fare la società. Perché la mia devastante abulia causa questo genere di situazioni da mal di stomaco. Per un po’, finché si regge, ce la faremo andare bene così. Al limite poi nessuno ti lega mai ad una sedia, “viviamo in gabbie con le porte aperte”, disse una volta qualcuno al cui nome non sono riuscita a risalire.

Vabbè, parliamoci chiaro, altrimenti tutto risulta inutilmente oscuro. Il mio babbo lavora in una scuola, fa il tecnico di laboratorio informatico. E siccome la maggior parte degli umani viene al mondo per essere il più conservativo possibile, un lustro fa, il mio signor genitore mi ha fatto iscrivere alle graduatorie per supplenze nelle segreterie del magico mondo dell’istruzione. Ora io eviterò i dettagli, perché il world wide web alle volte non è proprio così “wide”. Anni sono passati senza che nulla accadesse su quel fronte, fino a quando, da fine marzo ad agosto dello scorso anno, mi sono ritrovata a fare il coadiutore amministrativo scolastico. Questo è ciò che accadrà nuovamente a partire da domani. Nella medesima scuola del sopracitato donatore di patrimonio genetico, tra l’altro. In realtà negli ultimi 10 giorni è stato un turbine di chiamate in quel senso: sei scuole. Ho avuto offerte di contratti lunghi e altri decisamente più brevi. Ho optato per questa soluzione perché non è né l’una, né l’altra, nel senso che potrebbe durare tre settimane (quelle al momento sono piuttosto certe) o parecchi mesi, con il vantaggio che si rinnova (o rinnoverebbe) di mese in mese; ovvero, se decido che ne ho piene le palle, so che ad un certo punto posso rifiutare la proroga al mese successivo senza perdere la disoccupazione. Mi rendo perfettamente conto del ragionamento italiota da “figlia del benessere” che può permettersi queste soluzioni, ma francamente ‘STICAZZI.

Sappiate che il fertility day era un po’ per colpa mia, perché questi pensieri, che oggettivamente sono abbastanza sbagliati, nascono dal fatto che io non ho intenzione di accasarmi e riprodurmi. A me non INTERESSA accumulare punti, avere per forza uno stipendio e un lavoro poco soddisfacente, perché “fare il nido” non è mai stato un mio obiettivo. E se sapessi qual è, questo blog non si chiamerebbe “Elucubrazioni” e non sarebbe permeato di disfattismo, apatia e scazzo cosmico. Sono un animo irrequieto ed è faticoso. E pensare che ero partita con l’idea di scrivere un post su Lisbona. Invece ecco qui, un inutile pippozzo sul mio essere un pessimo individuo. In tutto questo, tra l’altro, ci perdo le ferie che avevo prenotato la penultima settimana di novembre a Bruxelles e Sofia (destinazioni apparentemente inconciliabili, ma accomunate dalle super offerte RyanAir di questa primavera). Però prometto che prima o poi arriverà anche il “reportage” dalla capitale portoghese!

P.s. Tanti auguri a me e a Tatolo, oggi sono otto anni che ci consideriamo morosi. Che anniversario inquietante…

P. p. s. Speriamo nessun CAS finisca a leggere questa pagina, sennò si offende o.O

Porto

Chi l’avrebbe mai detto che in tempi relativamente brevi avrei effettivamente iniziato a scrivere il “reportage” sul mio viaggio in Portogallo. Non aspettatevi troppi dettagli, ma forse potreste recuperare qualche informazione utile se decideste di visitare Porto e Lisbona. Visto che qui mi pare diventi lunga, spezzerò in due post: uno per ogni città.

Partenza da Orio al Serio e atterraggio a Porto. Comodissima la metro proprio sotto all’aeroporto, dove alla biglietteria automatica dovete obbligatoriamente fare la tesserina magnetica ricaricabile (mi sfugge il prezzo esatto, ma mi pare fossero 50 cent) e “caricare” la tratta desiderata. Un modo veloce ed economico per raggiungere il centro. Avevo prenotato su Airbnb nel quartiere Lapa, in un vicolo proprio dietro la Igreja de Lapa. Se siete amanti dei cimiteri monumentali, quello dietro la chiesa merita davvero una visita: ha delle cappelle funebri che sembrano uscite da un racconto di Edgar Allan Poe.

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Da lì comunque in circa un quarto d’ora a piedi si raggiunge la piazza sulla quale si affaccia il Municipio della città di Porto. Lungo il tragitto non mancano le opportunità per fare colazione a prezzi decisamente abbordabili. La strada è in leggera discesa, questo significa, ovviamente, che al ritorno dovrete fare un po’ di salita, ma se vi spaventano i saliscendi il Portogallo non va per noi, perché lo stesso “problema” si ritroverà a Lisbona.

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La città non è particolarmente grande e si può tranquillamente visitare in un weekend, le attrazioni principali sono la Cattedrale (Sè), la Estação de São Bento coi suoi interni magnificamente decorati con le azulejos e lo spettacolare ponte Dom Luis, che unendo le due sponde del Douro permette di raggiungere Villa Nova de Gaia, parte della città famosa soprattutto per le cantine del celeberrimo e omonimo vino. Restando ancora su questo lato del fiume troviamo la libreria Lello e Irmao, alla quale J. K. Rowling (che ha insegnato inglese in Portogallo) si è ispirata mentre scriveva Harry Potter, con la sua scala dalla strana forma ad elica. Per entrare bisogna fare un biglietto che costa 3€ in un “baldacchino” dall’altro lato della strada. Personalmente la trovo un pochino sopravvalutata, ma merita una visita, se non altro per togliersi lo sfizio.

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La sponda del fiume è dominata dalla Torre Dos Clerigos che svetta sul panorama della città.

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Più in basso troviamo forse il quartiere più caratteristico di Porto, Ribeira. Si trova in prossimità del ponte Dom Luis e sorge proprio sulla sponda del Douro, acquisendo la magia tipica dei quartieri che si specchiano nell’acqua. Alla “caciara” dei turisti seduti nei ristoranti  sulla riva, preferite un giro tra gli stretti vicoli che si nascondono lì dietro.

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Perché la vera magia di Porto sta proprio nelle case a volte sbilenche e malandate, nelle lamiere traballanti, nel senso di “‘sticazzi” che pervade una città alla cui anima sembra fregare davvero poco dell’essere turistica. Ed è l’aria che si respira in vincoli come questi a renderla un posto nel quale vale la pena semplicemente perdersi tra le vecchie abitazioni almeno un paio d’ore.

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Ma non si può parlare di Porto senza citare l’omonimo vino. E allora andiamo sull’altra sponda del fiume Douro, a Villa Nova de Gaia, come vi dicevo prima. Disseminati per la città trovate delle “torrette” che fungono da mini ufficio turistico dove è possibile comprare dei pacchetti con le varie cose da visitare in città. Io ho fatto quello 2 cantine con degustazione+funicolare, che mi pare costasse 8€. Avevo visitato le cantine Florio a Marsala qualche anno fa e in proporzione qui il gioco non vale la candela. Il costo è tutto sommato contenuto, vi danno un assaggio del loro vino, ma la visita alla cantina vera e propria non è particolarmente interessante, soprattutto per quanto riguarda le cantine Cruz, che sono fondamentalmente un bar con dei video sulla produzione del vino. Più interessante invece l’altra cantina del “pacchetto”, di cui mi sfugge il nome, mannaggia a me, e che non sono riuscita a recuperare su internet. Le foto comunque si riferiscono a questa seconda location. Estremamente trascurabile da un punto di vista paesaggistico la “cabinovia” che ha semplicemente lo scopo di riportarti dalla riva del fiume alla parte alta del ponte Dom Luis.

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Ciò che ricordo con più piacere della due giorni a Porto comunque è stato il viaggio sullo storico tram 1 Infante – Passeio Alegre, che partendo dal centro città, davanti al Palacio de Bolsa, in circa 20 minuti di tragitto, arriva fino ad un faro sull’oceano. Il biglietto lo fate direttamente in carrozza, andate e ritorno mi pare siano 5€ a persona.  Nelle foto vedete i due capolinea.

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Io poi ho una particolare passione per i fari, nata credo al Mull of Galloway in Scozia nell’ormai lontano (credo) 2007 e notevolmente nutrita durante il viaggio in Bretagna e Normandia del 2011. E poi c’era la nebbia. Io adoro la nebbia. Peccato non avessi voglia di fare un post l’anno scorso in novembre quando sono tornata dalla “full immertion” linguistica di York, perché lì  è stato davvero spettacolare.

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Ordunque, così si conclude la prima parte del resoconto di viaggio. Spero di scrivere di Lisbona tra qualche giorno.

Cose che ho fatto, che avrei dovuto fare, che non ho più voglia di fare

Buongiorno,

mi sorprende piacevolmente notare che qualcuno ancora  lo leggiucchia questo blog. Mi strappa anche un sorriso il recente commento, calcolando la mia totale sparizione da un forum che ho bazzicato abbastanza per un certo periodo, perché ho il brutto vizio di esprimere pareri non richiesti. Grazie, ho molto apprezzato.  Questo piccolo segnale mi ha fatto venire voglia di “battere un colpo” su queste pagine. Vorrei tanto aggiornarvi con le mirabolanti avventure di un’adorabile (sì, sono adorabile, sapevatelo!) paranoica, ma fondamentalmente si potrebbe copia/incollare il post di luglio dello scorso anno. Vita sentimentale pressoché identica, così come la residenza. L’unico piccolo sussulto l’ha registrato il conto in banca, visto che tra primavera ed estate ho svolto un lavoro tritaneuroni, monotono e totalmente insoddisfacente, ma quantomeno lo stipendio era a quattro cifre (non pensate a robe incredibili, ma di ‘sti tempi vedere un 1 seguito da altri tre numeri non è malaccio). E ora sono di nuovo in quella tragicomicamente ricorrente fase della mia vita in cui non so che fare, in cui avrei voglia di cambiare tutto perché mi sento piccola e incompresa, ma sono travolta dalla sgradevole fissazione di essere una minuscola particella di sodio in acqua Lete. Ho un po’ la sindrome della damigella in pericolo, mettiamola così. Solo che non arriva il Principe Azzurro sul cavallo bianco a portarti il lavoro dei tuoi sogni e magari un buco in cui vivere all’ombra delle Due Torri (no, non quelle della Terra di Mezzo, quelle in Emilia). Sarebbe un’interessante rivisitazione delle fiabe classiche tra l’altro, una sorta di eroe 2.0, che ‘sta cosa del castello, il reame, la prigionia nel bosco e le matrigne sono un po’ troppo old-school oramai. Le donzelle al giorno d’oggi vanno liberate dal precariato, porca miseria. Vabbè, che di questi tempi pure il Principe Azzurro verrebbe assunto solo come stagista. Questo più o meno è quanto, un po’ un post generico di “raccordo”, se così si può chiamare. Avrei potuto scrivere un post lo scorso anno sul mio piccolo viaggio di agosto nei Balcani, ma vi farò solo presente quanto è bella Sarajevo. Anche perché ormai è un po’ tardi per parlare di quell’esperienza. Potrei invece, quasi verosimilmente, fare un piccolo resoconto delle ferie concluse da poco a Oporto e Lisbona; ma questo più avanti. Per intanto, ho battuto un colpo.

Anni che passano e cose che a volte ritornano…

Erano parecchi parecchissimi mesi che non loggavo su WordPress. L’inedia ha preso il totale possesso della mia esistenza e dal criptico post del 30 luglio di praticamente un anno fa, non è che sia successo poi granché… La vita scorre pigra e lenta, coi suoi lunghi momenti di deleterio piattume e i brevi sprazzi che ti tengono ancorato ad un barlume di sanità mentale. Così, piccolo aggiornamento personale, se a qualcuno dovesse importare: nel frattempo NON mi sono sposata (:D), NON mi sono trasferita (:\), NON ho trovato un’occupazione stabile (;O), NON ho contribuito all’aumento del sovraffollamento del globo (:P). Ah, però sto ancora con Tatolino ❤

Però ecco, stanno QUASI succedendo cose. Nel senso che lo scorso autunno, dopo lo strano luglio all’estero e un agosto in ferie, mi sono infilata in quel magico tritacarne che è la Garanzia Giovani, il simpatico programma statale per i giovani dai 18 ai 29 anni. E dopo rimbalzi di uffici, colloqui, code, corsi, mail e puttanate assortite, a distanza di tipo 10 mesi da quando mi sono registrata sul portale (sig!), settimana scorsa ho iniziato uno stage che potrebbe quasi essere figo e sensato per quanto riguarda la mie “ambizioni” lavorative.

E poi, visto che su questo blog se n’è parlato  anche in passato, volevo dire che sono stata a due concerti in tempi più o meno recenti: i Placebo il 20 maggio all’Arena di Verona ed i Libertines al Fabrique di Milano sabato scorso. Avevo già visto Brian Molko e Stefan Olsdal al Castello Scaligero a Villafranca, quando alla batteria c’era Steve Forrest. E devo dire che pur essendo stato un buon concerto in una location meravigliosa, in cui non ero mai stata, il cambio di batterista, o forse anche gli anni che avanzano, si sono fatti sentire.

I Libertines invece sono stati decisamente impattanti. Un concerto come questo, così come lo sono stati i Blink 182, è prima di tutto un viaggio dell’anima, poi un’esperienza musicale. Perché sono più vicini ai 40 che ai 30 e sembrano ancora un adorabile gruppo di coglioni scapigliati che fanno le prove in garage. Perché sono dei cazzari. Perché sono sensibile agli stereotipi romantici e alle relazioni disturbate e vedere Pete e Carl dividersi un microfono è meraviglioso. Perché adoro la musica semplice e secca. Perché l’alone di “belli e dannati” ha su di me una presa da bimbominkia di cui quasi mi vergogno. Ma soprattutto perché live certe canzoni fanno venire letteralmente i brividi. Up the bracket mi ha esaltato live da pazzi, così come mi ha esaltato dal primo ascolto, così come continua ad esaltarmi e così come mi esalterà domani. L’apice per la sottoscritta comunque è stata You’re my Waterloo, dove è quasi scesa la lacrimuccia. Immensi.

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P.s. John Hassall è dietro la colonna…tipo era imbullonato lì, visto che si è mosso pochissimo 😀