Riga…i dintorni di

Leggendo i reportage di viaggio disseminati qua e là su Internet siamo venuti a conoscenza di due luoghi interessanti che avevano come punto di partenza Riga: Saulkrasti e Sigulda. Inizialmente l’idea era quella di noleggiare un’auto per raggiungere queste destinazioni, alla fine per una questione di rapporto costi/benefici abbiamo invece ripiegato sul treno, scelta che si è rivelata decisamente efficace.
Nella mattinata di martedì abbiamo quindi preso un più che dignitoso regionale verso Saulkrasti, ad un costo inferiore ai 2€ a persona per singola tratta, per il tragitto della durata di circa un’ora. Vagone pulito, ordinato, tutti i posti a sedere occupati, qualcuno in piedi, controlli frequenti e silenzio irreale. È sempre incredibile notare quanto il sistema di trasporto pubblico sembri sempre più “educato”, funzionale, economico e pratico in qualsiasi parte del mondo che non sia l’Italia. La ferrovia si snoda attraverso boschi di alberi ad alto fusto. Giunti alla stazione c’è da camminare 15/20 minuti per arrivare in spiaggia, dove non troverete ombrelloni e lettini, però ci sono alcuni locali dove è possibile mangiare e bere. E niente, semplicemente siamo stati lì, abbiamo passeggiato sul bagnasciuga, preso il sole, superato lo schifo per le alghe e fatto il bagno (freddino, ma fattibile). Piacevole per una giornata da dedicare al più totale relax. Rientro per cena a Riga. Qui  se volete trovate la webcam.
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Sigulda invece è un po’ più articolata come esperienza. Partenza mercoledì mattina, viaggio sempre in treno, convoglio della stessa tipologia, durata simile e anche prezzo sempre intorno ai 2€. La stazione è il punto di partenza per una serie di attrazioni, tutte inserite all’interno dello spettacolare contesto naturalistico del Parco Nazionale del Gauja. Il giro a piedi è abbastanza tortuoso e francamente non ricordo bene con che ordine siano state fatte le cose, se voglio scrivere dei miei giri dovrei abituarmi a farlo a memoria fresca, non 7 mesi dopo, cacchio! Comunque abbiamo visto il castello medievale di Sigulda e poi quello dell’Ordine Livoniano. O viceversa, francamente non ricordo.
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Poi bisogna prendere la funivia per passare sopra al fiume Gauja. Se siete dei temerari è possibile fare un pezzo di tratta sopra la cabina…non so come spiegarvelo, metto una foto che ho trovato su Google…18655330_U0xhdJI-ocebKFkGwU6phhGAqzl4xaBLkWo0z_NHW8U

Questo aggeggio viene trascinato dalla cabina e praticamente ci si trova appesi per delle corde sopra una gola allucinante. La cosa ancor più agghiacciante è che a metà percorso si viene lasciati a penzoloni e si deve aspettare che la funivia torni indietro e “rimorchi” questa specie di deltaplano, facendo fare agli impavidi la tratta in retromarcia. Se siete a caccia di adrenalina, è anche possibile, nello stesso posto, fare il bungee jumping. Noi comunque banalmente l’abbiamo fatto dentro la cabina.

Sempre camminando in un tracciato tutto sommato comodo si arriva poi alle rovine del castello di Krimulda. Io le ho trovate estremamente romantiche, sarà che mi ricordano un quadro di Caspar David Friedrich.IMG_3683

Dopo una mezz’ora di strada in leggera discesa, sempre passeggiando su un sentiero comodo e battuto, si arriva alla Gūtmaņa ala, una grotta legata alla leggenda della Rosa di Turaida:

“A Turaida, una piccola località della Lettonia, c’è un castello e tra le sue stanze vive ancora la leggenda della bellissima Maija, “la Rosa di Turaida”.
Era il 1601 quando la piccola Maja venne trovata dopo un’aspra battaglia, tra le braccia della madre senza vita. Venne portata e allevata nel Castello dove crebbe, diventando una fanciulla di una bellezza unica, corteggiata da uomini provenienti da luoghi vicini e lontani, dove pure era giunta la sua fama.
La fanciulla attrasse però anche le attenzioni di un nobile polacco che ne chiese la mano, ma il cuore di Maja batteva solo per Victor, il giovane giardiniere di corte del Castello.
Il nobile, vistosi rifiutato la rapì portandola nella grotta di Gutman, dove Maija però alla sua sottomissione e ai suoi desideri preferì la morte.
Portava sempre uno scialle Maija e finse che fosse magico e che avrebbe reso immortale chiunque lo indossasse invitando l’uomo a provarne i poteri.
Questi, sfoderando la spada la uccise, decapitandola.
Maija ora è libera, e il suo amore eterno e fedele verso il suo amato, sono diventati una leggenda.
La tomba della Rosa di Turaida, all’ombra del rigoglioso tiglio piantato da Victor sono oggi la meta preferita dalle giovani coppie che si dichiarano amore eterno”. (presa dal sito http://www.vertexenterprise.it/la-leggenda-da-maija-la-rosa-di-turaida/).

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Da qui, da un punto di vista “escursionistico” le cose si fanno un po’ più complesse: per arrivare al castello il percorso è lungo e non proprio comodissimo; per lunghi tratti dovrete fare su e giù nel bosco con delle scale di legno (vedi foto) e a tratti il sentiero è abbastanza scomodo. Niente di proibitivo, però non esattamente alla portata di tutti.

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Il Castello di Turaida non lo abbiamo visitato, perché le tempistiche iniziavano a diventare strette per il rientro e da fuori non è che si veda molto, essendo circondato da un grande parco. Questa è la visuale migliore che si riesce ad avere arrivando dal bosco. IMG_3686

Dopodiché, abbastanza provati, o quantomeno parlo per me, dalla camminata abbiamo deciso di prendere un bus per tornare alla stazione di Sigulda, riprendere il treno e rientrare a Riga. Il giovedì ci siamo goduti con calma un’altra mezza giornata nella capitale lettone, poi nel primo pomeriggio abbiamo preso il “solito” comodissimo pullman Lux Express al costo di circa 20€ a testa con destinazione, dopo circa 4 ore, l’ultima tappa di questo viaggio baltico: Tallinn, capitale dell’Estonia. Prossimamente l’ultimo capitolo, la città che a me personalmente è piaciuta di più.

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Panico

Mi prendo una pausa da “travel blogger” per fare un rapido aggiornamento sul mio stato attuale. Sì, lo so che questi post sul tour delle Repubbliche Baltiche arrivano a distanza di mesi e quindi fa abbastanza ridere parlare di “pausa”, ma volevo far presente che…in realtà non so nemmeno io il perché di questa premessa. È un blog che si chiama Elucubrazioni, non un reportage turistico, quindi le pippe mentali dovrebbero essere il contenuto principale. Il fatto è che stando con Tatolo sono piuttosto più stabile dal punto di vista emotivo, peccato che nel corso dell’ultimo anno e mezzo l'”adultezza” ha bussato prepotentemente alle mie porte e io nel profondo sono ancora la stessa ragazzina mentalmente traballante che ha dato vita a questo blog in un periodo estremamente complesso della sua esistenza.

Vero, quando queste pagine erano un Windows Live Space, il momento era doloroso e contorto per motivi completamente differenti rispetto a ciò che mi sta attanagliando le viscere in questo ultimo periodo. Tuttavia, mi è capitato recentemente di rileggere Quaderno Nero, il diario che copre da primavera a fine anno 2006 e, a prescindere dal soggetto delle paranoie esistenziali dell’epoca, il senso di spaesamento, di identità barcollante, di necessità di un senso di appartenenza e tutto il substrato di malessere che emerge sporadicamente su queste pagine, l’ho ritrovato in quei fogli.

Il mio immobilismo non è una novità. Il problema è che negli ultimi 40 giorni circa mi è esploso in mano. Ho raccontato del mio lavoro da scimmia ammaestrata, ho accennato anche ai miei guai gastrici, decisamente aggravati (se non causati) da un contesto “professionale” umanamente debilitante. L’apice di tutto questo “disagio” è arrivato a ridosso del ponte dell’Immacolata, quando i tre giorni di supplenza (tra l’altro nella scuola che era stata la mia prima esperienza nel “backstage” dell’istruzione) che avevo accettato, pensando tutt’al più a una proroga fino a Natale, sono magicamente diventati un contratto fino al 31/8/18, a seguito delle dimissioni della titolare.  Ho lavorato martedì, mercoledì e giovedì, facendo pomeriggio sia il primo, sia l’ultimo giorno di servizio effettivo. Beh, io suppongono siano state le 3 ore del dopo pranzo di giovedì, dopo aver accettato 8 lunghi mesi in quella situazione, a sconvolgermi. Sapevo bene o male a cosa andavo incontro, ma sperimentarlo in quei 180 minuti, con quella particolare collega, con quei particolari discorsi, beh…non ho retto. Non credo sia stato il pensiero del lavoro in sé a mandarmi al tappeto, sono convinta sia stato proprio quel relativamente piccolo lasso di tempo nell’arco di una settimana. Il “cosa” di questa professione è una parte sgradevole, ma è soprattutto il “con chi” a portare il tutto ad un livello gastritico. E a quel punto, è crollata una diga di cui avevo tenuto insieme i pezzi per quelli che mi sono sembrati eoni.

Dal venerdì alla domenica ho iniziato ad aver attacchi di tachicardia e iperventilazione a intervalli estremamente ravvicinati. Ho sperimentato la fame d’aria, la mancanza di controllo, il senso di straniamento, la paura di uscire completamente di senno, la totale carenza di sonno. Sabato pomeriggio sono stata dalla guardia medica che mi ha prescritto il Valium, il quale non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Al battito accelerato e al respiro spezzato si sono aggiunti tremori incontrollati, oserei dire convulsivi, di braccia e/o gambe. È stata un’escalation di angoscia, paura, delirio, impotenza, terrore. L’apice è stato nella notte tra domenica e lunedì, con l’avvicinarsi di quello che avrebbe dovuto essere il primo giorno del nuovo contratto, verso le 4 di mattina ho chiamato il 118, perché non riuscivo più a resistere. Solo che nevicava, l’ambulanza era già occupata in un intervento e se già sembrava ridicolo farla arrivare in una situazione normale, figuriamoci con  condizioni meteo avverse. Mia madre poi mi ha fatto presente che al pronto soccorso sarebbero state ore di lunga attesa, da sola, poiché lei non sarebbe salita sul mezzo di soccorso. E mannaggia, pure la guardia medica, causa strade impraticabili, non poteva muoversi per venire a somministrarmi qualcosa che potesse placare i miei nervi.

A quel punto si è deciso che il lunedì, o meglio che poche ore dopo, non avrei preso servizio: in massima parte per il mio stato di salute, ma un po’ anche per le condizioni meteo. Ho chiamato scuola per dire che ero malata e poi ho preso appuntamento col mio medico. Ragionavo di ora in ora, di minuto in minuto, qualsiasi altra forma di pensiero a medio termine mi mozzava il fiato. Eh niente, il dottore mi ha prescritto il Lexotan e mi ha dato una settimana di malattia. Certificato che poi si è rivelato provvidenziale, poiché non avendo io fisicamente preso servizio il lunedì, primo giorno effettivo della proroga, sarei stata cancellata da tutte le graduatorie di istituto, perdendo di fatto la possibilità di ottenere supplenze per tutto l’anno scolastico. Questo l’ho scoperto perché quella del personale mi ha chiamato nel corso della mattinata per comunicarmi che il nuovo contratto non aveva mai assunto valore, ma dato il giustificato motivo (il certificato medico), potevo venir chiamata altrove.

Il sollievo di non aver davanti quei mesi e il Lexotan hanno poi fatto il loro lavoro, mi sono finalmente data una calmata e ho dormito. Ho poi preso appuntamento con una psicologa, dalla quale sto andando da un mese e mezzo. Dopo quei tre giorni, veri e propri attacchi di panico non ce ne sono più stati. È stato particolarmente difficile tornare a casa dopo aver passato Capodanno da Tatolo: pianti a singhiozzo, vomito, isteria generale. Tachicardia e respiro affannoso di sono presentati anche quando ha chiamato un’altra scuola e ho rifiutato una supplenza su una maternità. Tutto sommato eventi circoscritti che in qualche modo ho gestito senza farmaci.

Ora, nuovamente (come se avessi mai smesso), non so che farne di me stessa. Mi sembra di sprofondare nelle sabbie mobili e non so come uscirne. Mi sento incapace, perché razionalmente so quanto sia stupido ciò che mi è successo, dare di matto per una cosa del genere è una roba che fa giustamente incazzare l’orda di gente che non arriva a fine mese. Eppure, rispetto a questa situazione, io vivo una forma di invalidità, mi sembra mi manchi un braccio o l’uso della parola. Non è affatto facile da spiegare, ma tutta la mia essenza in blocco si è categoricamente rifiutata di adeguarsi alla prospettiva. Adesso nella mia nullafacenza sto più o meno normale, solo che mi sveglio almeno 3/4 volte a notte, tra le 3 e le 6 di solito, come se riemergessi da sott’acqua e con una spaventosa tachicardia. Al mattino ho la fobia di accendere il telefono, perché ho paura mi chiamino e non mi sento in grado di iniziare in una nuova segreteria. Mi sento una larva di essere umano e ho solo voglia di imbozzolarmi.

Riga

Arrivo a Riga verso le 20 di sabato, solito alloggio Airbnb e credo non mi fosse mai andata meglio di così! Posizione centralissima (Alfreda Kalnina iela) in una palazzina signorile, apertura della porta d’ingresso allo stabile con codice da inserire tramite tastierino numerico. L’appartamento di Kirils era al terzo piano ed era a dir poco ENORME. Ingresso, angolo cottura non grandissimo, ma fornito di tutto l’occorrente, salone gigantesco con due grandi finestre dove c’era un letto matrimoniale (oltre ad un camino, il divano e la tv), bagno con doccia e lavatrice, lungo corridoio fino a quella che i “Fratelli in affari” definirebbero stanza padronale, con tanto di bagno ensuite e vasca enorme, purtroppo rotta.
La posizione si è rivelata comoda soprattutto considerando che era abbastanza tardi e dovevamo ancora cenare. Io ho proseguito col mio proposito delle zuppe con cose galleggianti “alla russa” e poi ho preso un secondo di pesce. Aggiungerei una considerazione trasversale che mi pare di non aver ancora fatto, almeno non in occasione di quest’esperienza baltica: chi pensa che viaggiare sia particolarmente caro tenga sempre presente che in Italia i prezzi sono folli e che al giorno d’oggi ci sono tutti gli strumenti per muoversi e nutrirsi bene senza spendere patrimoni. È vero, non abbiamo mai mangiato in ristoranti stellati, ma abbiamo sempre trovato di che soddisfare l’appetito senza restare in mutande!
Riga è la sosta più lunga prevista in questo tour della Repubbliche Baltiche fai da te e sicuramente è quella che ha il maggior numero di attrazioni. Innanzitutto, essendo una città multi-confessionale, vi sono quattro edifici religiosi principali:
  • La Cattedrale della Natività di Cristo, il principale luogo di culto ortodosso della capitale lettone. Se fuori la struttura a torri e le cupole tondeggianti lasciano intendere il tipo di funzioni che si celebrano nella struttura, l’interno doratissimo e pieno di icone lascia pochi dubbi. Discretamente pacchiano, a mio modesto avviso, ma nel lontano 2005 sono sopravvissuta a Carskoe Selo e non ho ancora trovato qualcosa che mi ferisca gli occhi come quell’eccesso di ridondante barocco.

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  • La Cattedrale di San Giacomo che dal 1923 è il principale edificio cattolico. Sinceramente non me la ricordo e non ho trovato nessuna foto che ne testimoni una mia visita, vi riporto la foto di Wikipedia. (Probabilmente è quella che era chiusa per le prove del coro in vista di un importante concerto…boh)

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  • La Chiesa di San Pietro e la Cattedrale di Riga sono i due principali luoghi di culto della chiesa evangelica Luterana di LettoniaIMG_3669IMG_3665
  • Chiesa Anglicana di San Salvatore, se sapete contare questa è la quinta chiesa in elenco e all’inizio ho detto “quattro edifici religiosi principali”…beh, semplicemente questa non viene tendenzialmente citata nelle attrazioni di spicco, ma a me è piaciuta, sia la struttura, sia il cartello affisso sulla porta d’ingresso. IMG_3662.JPGIMG_9997

Passiamo ora dal sacro al profano, con una rapida carrellata dei luoghi di interesse più significativi della capitale lettone:

  • la Casa delle Teste Nere, sede dapprima di alcune corporazioni, in seguito luogo di ritrovo dei mercanti celibi. Sempre in Piazza del Municipio, davanti all’edificio appena descritto, troviamo la statua di Rolando; la punta della sua spada è il luogo di riferimento per il calcolo delle distanze da Riga (purtroppo durante il mio soggiorno c’erano i ponteggi a causa di una ristrutturazione)IMG_0007
  • i Tre Fratelli, in Maza Pils iela, che francamente non ho ben capito quale significato particolare abbiano. La casa bianca un po’ storta è la più vecchia, quella giallina è oggi sede del museo lettone di architetturaIMG_0001
  • la Torre delle Polveri, un imponente torrione a pianta rotonda, unico sopravvissuto di quelli eretti ad intervallare la cinta muraria costruita nel 1330 a difesa della Città Vecchia. Il nome non le deriva dall’essere un antico laboratorio per gli studi della Swiffer, ma come facilmente intuibile era un tempo luogo di stoccaggio per la polvere da sparo; oggi invece al suo interno troviamo un museo militareIMG_3658
  • Porta svedese, sempre restando in argomento di cinta muraria, percorrendo Torna iela, ci si imbatte nell’unica porta rimasta IMG_3672
  • Ristorante Felicità, questa è una cosa che non trovate sulle guide turistiche, né sulla pagina di Wikipedia dedicata a Riga, ma sappiate che in Skarnu iela si trova il ristorante di Albano Carrisi, difronte alla statua dei musicanti di Brema, dove pare possiate trovare prodotti della sua tenuta pugliese; il giardino del locale si affaccia su un vicoletto e lì troverete un gigante ritratto del cantante di Cellino San Marcoalbano.png
  • la Casa del Gatto, tornando alla cose serie, eccoci a quello che forse è uno dei simboli più riconosciuti di Riga o quantomeno il tema più ricorrente sui souvenir nei negozi turistici. Si trova all’incrocio tra Meistaru e Maza Smilsu iela ed è caratterizzata dai mici sui tetti appuntiti agli angoli dell’edificio; felini che, riguardando ora le foto, sembra siano in posizione per fare pipì. Il che dopotutto potrebbe essere vero, poiché l’edificio è stato commissionato da un commerciante che, vistosi negare l’accesso alla Camera di Commercio Maggiore, ha deciso di mostrare ai suoi membri, che si radunavano in un edificio lì di fronte, le chiappe di un gatto. Lì sotto, tra l’altro, trovate il ristorante dove ho mangiato meglio in tutto il viaggio, si chiama “Melna Kaka Majas Restorans” e serve una zuppa di pesce spettacolare e delle costine di maiale davvero succulente.casa del gattoIMG_0022
  • Castello di Riga, probabilmente la cosa più deludente da un punto di vista estetico, quantomeno paragonato sia ai castelli “da fiaba” (Neuschwanstein su tutti, ma anche quelli della Loira), sia ai palazzi (stile Buckingham), sia ai classici manieri con torri e merli tipicamente italiani. Insomma, ‘na mezza schifezza (non si offendano i lettoni) che si affaccia sulla Dougava. È la residenza ufficiale del Presidente. riga's castle

Tra indolenza, pigrizia, un po’ di giornate lavorative, attacchi di panico nell’ultimo mese e mezzo (di cui potrei/dovrei parlare), le festività e altre scuse che potreste benissimo inventarvi da soli, questo post ci ha messo circa 4 mesi per finire ignorato nel web. In realtà, più che altro per la quantità notevole di foto, è più lungo di quanto avessi inizialmente previsto. Pensavo di condensare tutto in un unico articolo, ma (prima o poi) ci sarà una seconda parte sulle “gite fuori porta” a partire da Riga, ovvero Sigulda e Saulkrasti. Dimenticavo di dire che il giro della città e la visita ai luoghi di interesse elencati ha richiesto le due intere giornate di domenica e lunedì.

Last but not least, se avete letto precedenti “reportage” di viaggio, avrete notato la mia passione per Wok to Walk (lo so, c’è anche a Vilnius, ma per il rapporto tempo/provare cucina locale non ci sono andata) e quindi non posso evitare di segnalare che ce n’è uno all’angolo tra Aspazijas bulvāri e Audeju iela. Ordinato da asporto e mangiato nell’appartamento galattico di cui sopra. Lo voglio in Italia, cribbioooooo!

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Vilnius

Avrei un sacco di elucubrazioni da esternare sul mio attuale stato mentale, ma uno dei motivi per cui, in questa soleggiata mattina di ottobre, ho iniziato questo post è proprio non pensare al milione di paturnie che mi ronzano in testa nelle ultime settimane. Cose già scritte, aggravate dai 30 anni e dalla “sindrome della scimmia ammaestrata”.

Partenza da Bergamo – Orio al Serio nel primo pomeriggio del 10 agosto, arrivo in (vado a controllare, perché non riesco a farmi entrare in testa quale sia la Lettonia e quale la Lituania, cribbio!) Lituania previsto per le 18:20. Nel mese di agosto l’aeroporto di Vilnius era chiuso per lavori, abbiamo quindi prenotato con Wizz Air, atterraggio a Kaunas, a circa 1 ora e 30 di distanza dalla capitale. Il volo peggiore della mia vita a causa di un paio di scossoni violenti che mi hanno provocato più di un attacco di tachicardia e che mi hanno permesso di solidarizzare con Tatolo per la sua fobia dell’aereo, cosa per cui lo avevo sempre perculato. Comodissimo il servizio di trasporto di Ollex (10€ a testa) che “scarica” di fronte al MacDonald’s in Seinu gatvè, pullman comodo e non affollato.

Ho prenotato l’ormai consueto appartamento con Airbnb in Bernardinu gatve, che sbuca nella centralissima Pilies. I circa 25 minuti di tragitto a piedi tra la stazione e l’appartamento con trolley al seguito sono stati complicati da qualche sporadico scroscio di pioggia, ma niente di troppo disagevole. Dopo qualche fatica ad aprire la porta del gigantesco alloggio di Neringa, siamo andati a dormire.

Il giorno successivo, dopo aver fatto colazione lungo il percorso, siamo andati a prendere un bus per Trakai. Le due cittadine sono collegate molto bene (3/4 autobus all’ora in entrambe le direzioni) da diverse compagnie, tutte con un biglietto inferiore ai 2€ per singola tratta.  Dopo circa 40 minuti si arriva a destinazione e con una piacevole passeggiata di una mezz’oretta si giunge al castello, che svetta con la sua pietra rossa in un’isoletta in mezzo a un lago.

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Abbiamo fatto un giro di tre ore scarse, passeggiando tra le amene stradine sterrate che percorrono l’isola, piluccando frutti di bosco comprati da una delle signore strategicamente appostate all’ingresso. A parte l’imponente fortezza, la zone è priva di ulteriori attrattive, verso le 16 abbiamo quindi preso un pullman per tornare nella capitale.

Al rientro abbiamo passeggiato senza meta per le vie di Vilnius, col semplice scopo si facesse ora di cena. Ai tempi delle scuole superiori, in quarta precisamente, la mia classe di russo aveva trascorso una decina di giorni tra Voronezh e San Pietroburgo, durante i quali ho imparato ad apprezzare le brodaglie sovietiche, che volevo riassaporare durante questo giro baltico. A cena quindi minestrina di brodo con pollo e verdure galleggianti e piatto tipico lituano i cepelinai (in lingua locale) o più comunemente zeppelin, ovvero dirigibili, nome derivato dalla forma della pietanza. Sono in pratica degli gnocconi di patate ripieni di un macinato grossolano di carne (manzo e/o maiale) serviti con contorno di panna acida e pezzetti di pancetta croccante. Ce ne sono più di una decina di varianti, ma francamente a me sembravano un po’ tutte la stessa identica cosa. Io non so dire se la colpa fosse del ristorante (Forto Dvaras, in Pilies g.) o se proprio non siano di mio gusto, fatto sta che mi hanno lasciata piuttosto insoddisfatta: impasto esterno insipido e gommoso, ripieno di carne bollito e poco saporito. 

Il giorno dopo giro intensivo:

la Chiesa di Sant’Anna, il monumento vicino al quale dormivamo e quello che più mi è piaciuto

la Cattedrale, che più di un edificio sacro sembra un palazzo, col suo colonnato da tempio greco 

il quartiere ebraico (Vilnius è stata un importante centro per la cultura yiddish), che a parte le scritte col doppio alfabeto non ha molto di caratteristicoil palazzo presidenzialee la fortezza di Gedimino, o ciò che di essa rimane, che troneggia sull’omonima collina, sulla quale val la pensa salire anche se la cremagliera è rotta, poiché si gode una vista panoramica sulla città: il quartiere vecchio, la nuova zona commerciale e le altre colline circostanti, su una delle quali sorge il monumento delle Tre Croci.Verso le 16:30 partenza con pullman Lux Express (spesa circa 19€, prenotato una decina di giorni prima) dalla stazione dei bus. Viaggio iper confortevole con wifi, distributore di bevande e bagno a bordo. Davanti a ogni sedile c’era un piccolo schermo con presa per le cuffie col quale era possibile guardare un film, io ho guardato Sings in inglese sottotitolato. Dopo circa 4 ore siamo giunti a Riga… (to be continued, prima o poi :D)

Aggiornamenti rapidissimi per i pochi a cui interessano

Come da titolo insomma…cose random successe nella mia (irrilevante) esistenza negli ultimi tempi. Procediamo con elenco numerato che fa blogger (?!) figo:

  1. 21/5/17 Ho raggiunto una nuova decina, ovvero ho compiuto i fatidici 30 anni di vita, “festeggiandoli” sommessamente a Bologna al Caffé Olè (da Linda) in porta Mascarella, piccola tradizione dell’ultimo triennio.  Che in realtà non è esattamente vero, perché ero lì la sera del 20, allo scoccare della mezzanotte ero in auto col mio amicone che andavamo verso casa sua in Riviera Romagnola. Il giorno del genetliaco ho fatto 2h di treno per arrivare in Emilia da Tatolo, per celebrare la mia “vecchiezza” anche con lui.
  2. 17/6/17 I-days di Monza per il concerto dei (quasi) Blink 182 e Linkin Park. Siamo arrivati che iniziavano a suonare i Sum 41 (non ho idea di chi ci fosse prima :D), dopo una fila assurda sotto un sole delirante e in mezzo a un polverone da Far West. Decisamente impattante sentire live gli inni della mia adolescenza cantati da qualcuno che non fosse il vero, detestabile, tragicamente inimitabile Tom Delonge; resa live sicuramente migliore con Matt Skiba alla voce (Skiba che ricordiamo io apprezzo moltissimo per gli Alkaline Trio), ma che vi devo dire…per me era tutto troppo strano. I pezzi dell’ultimo disco California invece una resa live pazzesca. I Linkin Park, che onestamente non ho mai seguito, una presenza scenica e una potenza vocale da panico. E alla luce dei tragici eventi successivi, sono felice di aver sentito Chester Bennington dal vivo prima del suo suicidio. Al di là dell’aspetto prettamente musicale, vi inviterei a leggere le recensioni dell’evento sulla sua pagina Facebook, perché davvero location e logistica del concerto sono stati una cosa oltre i confini dell’assurdo. Mai più Monza e w l’I-day all’Arena Parco Nord di Bologna!
  3. 18/7/17 Poi, ringraziando l’Orologiaio Cosmico, anche giugno è finito in archivio ed è giunto luglio, mio ultimo mese di lavoro, di quel posto che se mi leggete assiduamente…avete capito. Ultimo mese per “colpa mia”, calcolando che ho deliberatamente rifiutato la proroga al 31 agosto, che sarebbe in ogni caso stato il termine ultimo del contratto. Ma queste sono pippe, era solo per dare completezza di informazioni. (Sono una brutta persona). In ogni caso, la data riportata ad inizio del punto 3 riguarda il concerto dei Biffy Clyro a Rimini, per cui vale ancora e di più il post adorante di febbraio, con l’aggiunta che questa volta Simon Neil ha cantato una versione acustica da brividi di God&Satan e io ho quasi pianto. Aggiungerei anche che questa volta ero decisamente più vicina 😀 Primo gruppo spalla locale non l’ho visto, sono arrivata che stava finendo, You me at six notevoli live come energia, ma dopo le prime 3/4 canzoni un po’ ridondanti a mio parere. E niente, viva la Scozia e mon the Biff!biffy intro @rimini
  4. Ultima settimana di luglio Ho sfidato la torrida estate emiliana, questa volta io e Tatolo anziché fare soltanto i divanati ci siamo concessi una gita a Fontanellato, per esplorare il labirinto ideato da Franco Maria Ricci. A dirla tutto l’ho dovuto quasi costringere, ma ero davvero curiosa di vederlo! E’ decisamente caro, 18€ per visita alla collezione (che francamente meh…) e labirinto non è sicuramente un prezzo stracciato, ma per una volta vale la pena, perché è una cosa da vedere.labirinto.JPGDopodiché, percorso opposto a quello del mio compleanno e rotta verso la Romagna, dove il 29/7/17 ho partecipato alla Rimini Summer Pride, con il solito amico ormai storico. Ce lo eravamo ripromessi da qualche anno e finalmente ne abbiamo avuto l’occasione. Esperienza sicuramente gioiosa e piacevole, alla quale sono felice di aver preso parte.atei.JPG

In mezzo a tutto questo ho lavorato nel delirio di un ufficio con carenza devastante di “quote azzurre”, ferie concesse a caso, pratiche che si ammucchiano, colpi bassi, incompetenza generalizzata e senso di menefreghismo a condire il tutto; tuttavia, ciò è estremamente noioso e preferisco sorvolare. Last but not least, domani parto per le ferie e se sono brava prima o poi su queste pagine troverete un post sulle capitali baltiche.

Cibarie ed eventuali (ovvero Porto&Lisbona, best of the rest)

Ordunque, sparuti lettori, eccoci al post di cui blatero da parecchi mesi! Non prima però della solita, inutile introduzione carica di malcontento, inadeguatezza e senso di scazzo cosmico assortito. Sono stati mesi faticosi, incredibilmente lunghi e discretamente rognosi. Ciò che più ha caratterizzato il trimestre che separa questo “articolo” dal precedente è la gastrite. Verso fine marzo mentre ero fuori a cena mi si è piantato un boccone di pollo nell’esofago, cosa che mi ha fatto finire in pronto soccorso. Dopo una serie di accertamenti e una gastroscopia a notte fonda (o di prima mattina, come preferite chiamare le 3 di notte) finalmente il pollo se n’è andato nello stomaco. Ma il precitato esame ha evidenziato una serie di problematiche che hanno richiesto cure e accertamenti, in parte ancora in corso. Dal risultato della biopsia di 15 giorni fa sembra sia meno grave di quanto inizialmente prospettato, tra un mese ho la terza gastroscopia di questa “stomachevole” primavera e speriamo che sia l’ultima per un po’ di tempo.
Ora, mi par di ricordare che mi ero proposta di parlare di quello che ho mangiato in Portogallo, delle giornate in spiaggia e dell’escursione a Sintra. Comincerei da una delle stupide ossessioni che mi porto dietro dai tempi del viaggio in Belgio e Olanda del 2012: Wok to walk. Da quando, per puro caso, in una via di Amsterdam ho incontrato un “ristorante” di questa catena, me ne sono perdutamente innamorata, tanto da controllare se c’è la simpatica insegna arancione prima di andare a visitare una città. Per quanto concerne il concept, se interessa, vi rimando al sito, io vi dico solo che decisamente vale la pena provarlo. Ce ne sono alcuni sia a Porto sia a Lisbona (spesso nei centri commerciali) e se vi piace il cibo asiatico cucinato bene, che potete “comporre” a piacimento, spendendo ragionevolmente questo fa sicuramente per voi. Potete sedervi o prendere d’asporto, nel primo caso tenete però tenere presente che dovrete essere i camerieri di voi stessi, ovvero verrete chiamati quando è pronto il vostro piatto e ve lo dovete portare al tavolino, simile a quelli di un barIMG_7248.jpegIMG_7207.jpeg

Mi rendo perfettamente conto sia vergognoso cominciare un post sul cibo in Portogallo parlando di una catena olandese (WtW nasce ad Amsterdam) che cucina cibo asiatico, perdonatemi. Mh, tra l’altro, ora che mi viene in mente, sarebbe stato utile fare una premessa, che a questo punto dovrei chiamare “mezzessa”: colazione era tendenzialmente a “casa” (ricordate? Appartamenti Airbnb) con succo Compal (meraviglioso in particolare quello al mango) e prodotti da forno random, a volte freschi dalla pasticceria, a volte del supermercato; qualche colazione al bar forse, ma niente di troppo rilevante. Il pranzo era uno spuntino abbastanza volatile, nel senso che difficilmente ci si sedeva da qualche parte, il più delle volte si comprava qualcosa al supermercato e si mangiava su una panchina. A  parte quando ci siamo trovati davanti 100 Montaditos e non abbiamo resistito a sederci, mangiare 2 panini a testa, le patatine, scroccare wifi e ripartire (mi pare sia successo 2/3 volte). Quello della foto se non ricordo male era nel Bairro Alto a Lisbona.
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Questo sproloquio per dire, che l’unico pasto “serio” della giornata era la cena. Ho ovviamente mangiato il bacalhau almeno un paio di volte, a dirla tutta non mi ha entusiasmato granché, anche perché tende ad essere abbastanza salato e dopo averlo provato in alcuni posti ho preferito ripiegare sul altri pesci. Intendiamoci, non che sia sgradevole, ma non è nemmeno degno di grandi elogi. Quello nella foto mi pare di averlo mangiato a Porto ed è a lagareiro, ovvero cotto nell’olio d’oliva e servito con patate lesse passate al forno, cipolle e olive.
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Grande rivelazione del Portogallo invece è stato il robalo, ovvero il branzino, che non avevo mai assaggiato ed è un pesce meraviglioso! Altra grande scoperta, in un ristorante piccolino nel quartiere di Alfama, su una salita che parte da vicino al Museo del Fado, è stato il tamboril, la coda di rospo, un pesce di cui è meglio scoprire l’aspetto solo dopo averlo assaggiato. L’ho mangiato in una specie di zuppa, cotto nel latte con le verdure, è un pesce bianco dal sapore non accentuato, ma davvero polposo e gustoso!
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Queste le cibarie più rilevanti, ora passerei a disquisire delle “escursioni” durante la permanenza nella capitale lusitana, iniziando dalla spiaggia. Esiste un treno che parte dalla stazione Cais do Sodré percorre tutta la costa del Tago e arriva fino a Cascais. Io ero andata con la metro, ma la stessa linea ha una fermata vicino al monastero dos Jerónimos e torre di Belem. Ogni 20 minuti parte un comboio e in circa 40 minuti, con una spesa di 2,20€ a testa per tratta (A/R 4,40€ quindi) vi porta dal centro di Lisbona a Estoril, dove grazie ad un pratico sottopassaggio siete subito in spiaggia! Non si cono lettini e ombrelloni, ma c’è un giornalaio, due chioschi di gelato e un bar, anche se su quest’ultimo non sono sicura al 100%. E cosa, che non guasta, c’è pure il wi-fi libero! Non so se è perché era settembre, ma l’acqua era gelata, il tempo di immergersi per una rinfrescata e subito fuori, non aspettatevi di nuotare!
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Last but not least, Sintra! Anche questa raggiunta col treno, spesa e tempistiche di percorrenza molto simili a quelle per Estoril (forse qualcosa di meno sia in termini sia di tempo, sia di costo, ma più o meno siam lì!), così come la frequenza dei convogli in partenza; differente è invece la stazione: si “salpa” (esiste l’equivalente ferroviario di salpare? Boh) dalla Stazione di Rossio, che paradossalmente è più vicina alla fermata della metro Restauradores, rispetto all’omonima. I treni portoghesi sono ben tenuti, economici e puntuali e sono un’ottima scelta se volete muovervi sul territorio. Il centro storico di Sintra è decisamente carino, ma ciò per cui la città  è famosa è senza alcun dubbio il Palácio da Pena. Arrivarci a piedi dal centro è pressoché impensabile (vero che sono 3km, ma non dimentichiamo che è su una collina!), arrivarci in autobus, data la folla di turisti, è un’ardua impresa. Noi abbiamo optato per il taxi, se non ricordo male un esborso di circa 10€, davvero ben spesi. Infatti, non solo il tassista ci ha dato un mucchio di informazioni utili e interessanti, ma si è anche fermato in un punto da dove la visuale sull’impressionante costruzione è spettacolare! Al ritorno abbiamo optato per farla a piedi, per immergerci appieno nella lussureggiante vegetazione dei giardini sotto al palazzo. Lungo il tragitto si possono ammirare il Castelo dos Mouros e la Quinta da Regaleira dall’alto, ma la cosa più apprezzabile secondo me è la flora che circonda il ripido (ecco perché conviene farlo in discesa!) percorso che porta verso il centro.
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Con questo post si conclude (ed era anche ora!) il “reportage” portoghese della sottoscritta. Spero non sia troppo sconclusionato e che sia interessante. Per le ferie di quest’anno è ancora tutto molto work in progress,  ma dato che negli ultimi 3 anni è stato mare e sud Europa, per il 2017 vorrei tornare a destinazioni più settentrionali. Ho bisogno di una pausa da sole e mare.

Biffy Clyro@Padova 7/2/2017

L’ultimo post portoghese non me lo sono dimenticato, è che sono abulica in modo (forse) più pressante del solito. E’ una vita che non finisco un libro, in realtà sono arenata nella lettura di 1984 in inglese, ma in generale ho poca voglia. Negli ultimi mesi ho seguito e sto guardando una serie di telefilm, non solo recenti, dei quali potrei anche pensare di parlare, giusto per tenere in piedi il blog, visto che i cavolacci miei in senso stretto sono ripetitivi e interessanti quanto il placido pascolare dei bovini sui pendii montani. Tra l’altro nemmeno so perché mi sto giustificando, ma bando alle ciance.

In questo grigiume cosmico, martedì della scorsa settimana sono riuscita a convincere il mio migliore amico ad accompagnarmi a vedere i meravigliosi Biffy Clyro. Ed è stato bellerrimo! La cosa che ti fa apprezzare di avvicinarti a lunghi passi ai 30 anni e che finalmente ti ritrovi ai concerti da adulti, con gruppi che hanno alle spalle almeno 5 album e che possono reggere una scaletta di quasi due ore! Gruppi con un pubblico tra il quale non dico che abbassavo l’età media, ma quasi. Gruppi con una voce, una carica, un’identità e la personalità per reggere il palco con un’energia stratosferica.

Mi sono innamorata dei Biffy col loro disco Only revolutions, del 2009 o giù di lì. Ho recuperato poi i loro lavori precedenti e poi non li ho più mollati. Il modo in cui riescono a coniugare una carica musicale incredibile e i testi “filosofici” di Simon Neil è spettacolare. E diciamocelo, lui è pure bello da paura. No, dico, ma avete visto la loro partecipazione a Sanremo e quanto era meraviglioso?

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La scaletta del concerto è la seguente:

Wolves of Winter
Living Is a Problem Because Everything Dies
Sounds Like Balloons
Biblical
Victory Over the Sun
On a Bang
Opposite
Bubbles
57
Friends and Enemies
Black Chandelier
The Captain
Re-Arrange
Herex
Medicine
Glitter and Trauma
Mountains
In the Name of the Wee Man
Flammable
That Golden Rule
Many of Horror

BIS

Machines
Animal Style
Stingin’ Belle

ed è stata portata avanti con poche pause in maniera assolutamente egregia.  Io ero presissima e adorante e alla fine pure il mio amico, che era lì per farmi un piacere, ha apprezzato questo meraviglioso trio di scozzesi. E sono stati talmente convincenti sul palco che ho perdonato loro pure la mancanza in scaletta di God&Satan, che in ogni caso spero prima o poi di veder eseguita live. E niente, se vi capita andate a vederli, amateli, ascoltateli e fangirlate potentemente Simon Neil come faccio io.

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(Volevo caricare il video di un pezzo di Opposite, ma WordPress mi fa presente che sono un’utente pezzente e quindi vi beccate solo l’unica foto decente che sono riuscita a fare).

Denatalità

Se qualcuno ha letto il blog con una certa frequenza o se ha scorso qualche articolo un po’ meno recente, non avrà mancato di notare che non sono la fan numero uno del genere umano. So di averlo fatto presente in più circostanze, ma la mia ottennale stramba relazione col signor Tatolo nasce grazie all’aforisma bukowskiano “Umanità mi stai sul cazzo da sempre, questo è il mio motto”. Insomma, forse gli ultimi post sono stati un po’ fuorvianti, perché piuttosto neutri, ma sono un essere umano  complicato e scontroso, caratteristiche che forse si evincono dal post “Trained monkey”. E, a proposito del buon Hank e della mia attuale occupazione, ci sarebbe da scrivere “School office”, che non avrebbe assolutamente nulla da invidiare a “Post office”. Ma ho il vago sentore di aver già detto una cosa del genere, perdonatemi è un momento piuttosto difficile per me dal punto di vista intellettivo. Anche per un sacco, sacco, sacco di altra gente che ho intorno, ma almeno loro non lo sanno, io, ahimè, ne sono fin troppo consapevole.

Involontariamente, quest’ultima parte di quest’introduzione un po’ così, si è rivelata un ottimo tramite per esprimere un ennesimo parere non richiesto che, com’è facilmente intuibile, rimanda al titolo. Sarebbe fin troppo facile giocare sull’impossibilità di trovare parcheggio, sullo stare in fila nel traffico, sul prenotare una qualsiasi visita medica, sul prendere un treno e perfino sul fare la fila alla cassa. Credo che molto pochi di noi, nella loro vita quotidiana, abbiano la percezione di una qualche carenza nella produzione di esseri umani. Ma, ci dicono, in Italia si fanno sempre meno figli e da qui partiamo, prendendo per buona quest’affermazione.

Non ho voglia di parlare di numeri. Non ho voglia di stare a sviscerare il fatto che sul Pianeta siamo più di 7 miliardi e nel complesso non stiamo affatto diminuendo. Non ho voglia di parlare di costi, previdenza sociale, invecchiamento della popolazione e “ommioddio qualcuno pensi al patrimonio genetico italiano, salviamo l’italianità dall’estinzione” e altre farneticazioni del genere. Tutto probabilmente molto giusto, ma tutto estremamente ‘sticazzi. In milioni di anni nella storia dell’umanità si sono succeduti popoli e razze e la Terra ha continuato a girare. Struggetevi voi per la pizza e Dante, io credo nella Grande Irrilevanza del particolare, all’interno del grande meccanismo del Flusso Cosmico. Ho pure fatto pace con l’horror vacui.

Io, nella mia infinita presunzione, vorrei provare a dare una prospettiva, al solito estremamente personale, che vada al di là dell’aspetto economico, femminista o strettamente sociologico. Io non mi sono mai interessata ai grandi mutamenti della struttura familiare, dei rapporti personali, della condizione della donna nella società moderna e bla bla bla. Sono figlia di un goldone bucato o di un coito interrotto mal riuscito, chi lo sa, non ho alcun tipo di background per farmi un’idea su un contesto domestico come dovrebbe essere. (Non ce l’ho anche per una serie di altri motivi, ma non sono interessanti né da leggere, né tanto meno da raccontare).

Io, molto più basilarmente, ho osservato con il mio sguardo distorto la realtà e mi sono posta delle domande. Mannaggia a me e agli interrogativi ai quali non riesco a sottrarmi. E mi sono chiesta come si legittima questo gran parlare di culle vuote. E mi è tornato in mente Schopenhauer, tutto questo blaterare di fertility day e di necessità di riprodursi, mi ha fatto ripensare alla Vita come Volontà il cui solo scopo è perpetrare se stessa. E se proprio vogliamo dirla tutta, sarebbe anche umanamente semplice e consolante. Ma se devo guardare i miei genitori o la stragrande maggioranza di chi ho intorno, io, nel loro vivere da soli, andare a lavorare, guidare nel traffico, fare i pranzi di Natale ecc. non vedo niente di buono in sé. Cioè, se io devo alzarmi la mattina, starmene in ufficio maledicendo ogni cellula del mio corpo, per guadagnare dei soldi, mettermi un tetto sulla testa e dare vita ad un’altra generazione…anche no. Perché se non lo faccio io, ci sono altri miliardi di persone che lo fanno. E non c’è niente di buono, né meritevole, né originale in tutte le politiche familiari immaginabili. Cioè, ma come diamine fanno “tutti loro” a pensare che la loro insulsa, immutabile, stantia routine valga la pena? Perché io ho solo voglia di tirare le testate contro il muro. La società non può legittimarsi semplicemente con il suo costante sussistere. Abbiamo bisogno di pazzi, visionari, persone che hanno progetti che vadano oltre lo spingere carrozzine e aprire mutui per case a schiera.

Tuttavia, mi rendo conto che giro sempre intorno alla stessa cara ossessione, senza fare nulla per sfuggirci. Che sono stanca di meccanismi ai quali non ho mai fatto poi molto per sottrarmi. Che sono sempre e solo stata in un angolino a compatirmi. Che questo è l’ennesimo, ciclico, post di rabbia e disprezzo pseudoadolescenziale e alla soglia dei 30 o ti sottrai o ti arrendi. Amen.

P.s. Arriverà anche l’ultimo post sul Portogallo. Solo che l’inizio anno, il rientro in ufficio e la vita che ti passa sulla schiena come un trattore mi hanno debilitato nello spirito. Sì, insomma, niente di più, niente di meno, rispetto alle “cicliche fasi di paranoia e pessimismo, senza motivo apparente” con cui mi presento in “About”.

Lisbona

Mi devo impegnare nell’ardua missione di difendermi dal decadimento neuronale e per una persona intrappolata in un’apatia atavica come la sottoscritta non è per nulla facile. Quindi mi sono fatta forza e ho abbandonato il divano, dove il televisore stava guardando me, e mi sono posizionata alla scrivania per scrivere il preannunciato post sulla capitale lusitana.

Ordunque, ci siamo lasciati alla stazione di Porto, dove  ho preso un treno locale dalla stazione di São Bento, cambiato a Campanhã, dove  sono salita sull’Alfa Pendular per Lisbona Santa Apolonia. Sono passati ormai circa due mesi e diventa difficile per me ricordare i dettagli dei costi, mi sembra comunque di aver speso tra i 30 e i 35€ per il viaggio. Treno pulito, puntuale, col wi-fi (che funzionava a tratti, a dir la verità) e la possibilità di guardare dei programmi tv grazie alle cuffiette infilate nel sedile; personalmente non mi sono lasciata sfuggire l’opportunità di godermi un programma di cucina in portoghese. La durata del viaggio è stata di circa tre ore.

Anche qui ho prenotato un appartamento su Airbnb, la padrona di casa ci aspettava davanti al Museo del Fado, distante circa un quarto d’ora a piedi da Santa Apolonia. L’appartamento, nel caratteristico quartiere Alfama, era vicinissimo a questo luogo d’interesse, in una posizione allo stesso tempo molto centrale, ma tranquilla.  In pochi minuti a piedi, attraverso un intricato dedalo di stradine sali-scendi, si arriva alla Sè, la cattedrale.

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A circa 15 minuti a piedi dal quartiere Alfama si trova Praça do Comércio, la piazza principale di Lisbona e il simbolo più evidente della ricostruzione voluta dal marchese di Pombal a seguito del terremoto che demolì la città nel 1755. È una piazza a pianta rettangolare, di notevolissime dimensioni delimitata da una serie di edifici e dal fiume Tago nella parte inferiore.

Passando sotto l’arco tra le due ali dei palazzi che racchiudono la piazza, si giunge al quartiere Baixa, che può essere considerato un po’ il centro storico vero e proprio della capitale portoghese.  È la zona più spiccatamente turistica, dove si può fare shopping, facendo slalom tra i “buttadentro” che ti incitano a mangiare al ristorante a qualsiasi ora del giorno; tutte le vie si incrociano seguendo uno schema ad angoli retti, modello castrum romano.

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A questo punto, confesso che per me è faticoso organizzare le idee e proseguire in ordine e in maniera comprensibile col post. Mi sono fermata a Lisbona 7 giorni e non mi ricordo assolutamente tutto ciò che ho fatto, né tanto meno con quale ordine. Comincerei con una nota di ordine pratico: come a Porto è possibile acquistare a tipo 0,50€ una carta ricaricabile, che ha validità un anno dalla data di emissione, sulla quale è possibile caricare sia importi per tratte singole che vengono scalate quando viene “obliterata” la tessera, sia abbonamenti. Io, ad esempio, alcune giornate ho caricato il giornaliero (mi pare per 7€, ma non sono sicura), che vale 24h dalla prima “validazione” ed è utilizzabile su TUTTI i trasporti: non solo la metro, i tram e gli autobus, ma anche l’Elevador de Santa Justa e tutte le varie funicolari che si trovano in città. Per quanto riguarda queste ultime (Bica, Gloria e Lavra) la fila è abbastanza contenuta, per prendere l’ascensore che dalla Baixa vi porta fino alla Chiesa del Carmo, invece, armatevi di tanta pazienza, perché l’attesa è lunga. Consiglio spassionato, almeno per una giornata a Lisbona, fate la tessera trasporti, perché è veramente un ottimo lasciapassare: nelle foto potete notare 3,60€, prezzo che si riferisce ad un viaggio A/R  ed è valido per tutte le funicolari, Santa Justa (salita+discesa) costa invece 5€…fate due conti. Il mio preferito è stato l’Ascensor do Bica e porta da a Rua de São Paulo a Largo Calhariz.

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 Sempre in tema di trasporti, è pressoché impossibile parlare di Lisbona senza citare quello che forse è il suo simbolo più famoso: il tram 28! Partiamo col dire che anche questo mezzo  è compreso nell’ormai “celeberrima” carta di cui sopra. Questo dettaglio mi rende i portoghesi particolarmente simpatici, perché temo che in Italia questo peculiare “scatolotto” giallo,a tutti gli effetti più un’attrazione che un sistema per spostarsi, sarebbe estremamente più caro. Purtroppo però, come nel caso dell’Elevador, è comprensibilmente un’ardua impresa salirci, visto il quantitativo di turisti ad ogni ora del giorno! Prenderlo fuori da uno dei due capolinea è pressoché impossibile, la scelta più saggia, a mio avviso è mettersi in fila a Martim Moniz e attendere. E attendere. E attendere. E attendere un altro po’. Perché viaggiando su rotaia il tram è soggetto ad ogni sorta di ingorgo del traffico. Può succedere, causa intralci al suo percorso, che non ne arrivino per un’ora e poi ce ne siano tre di fila. Il perché ve lo spiega la foto…scattata in presa diretta dalla sottoscritta. Non so dirvi come sia finita, perché ad un certo punto, dopo tipo mezz’ora di attesa, sono scesa e tornata all’appartamento a piedi.

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La parte più interessante del tragitto si ha nel quartiere Alfama, dove il tram lambisce da molto vicino le pareti delle case e degli altri edifici. Un altro aspetto che ho apprezzato del Portogallo, tra l’altro, è stata la mancanza di avvisi paternalistici: nel senso che, se sporgi la faccia dal 28 in corsa, rischi di schiantarti contro un muro, ma il mezzo non è tappezzato di segnali di pericolo vari ed eventuali. Insomma, se sei scemo, ti fai male, cosa che dalle mie parti si chiama “descanta bauchi”.  Il 28 termina la sua corsa a Campo Ourique, anche se non si sa bene in quanto tempo! In ogni caso, se esaurite la pazienza, potete in alternativa optare per il tram 12, che pur eseguendo un tracciato più breve, garantisce gli stessi suggestivi scorci del suo più celebre “fratello” in un abitacolo sicuramente meno affollato. A meno che, non abbiate una botta di fortuna notevole e non vi accontentiate di un giro al buio! Dopo una certa ora, infatti, i percorsi del 28 possono accorciarsi e quindi, quasi per magia, si svuotano considerevolmente. A me una sera è capitato di prenderlo da Campo Ourique fino a Praça de Luís de Camões e inizialmente era completamente vuoto, come da testimonianza fotografica. Poi qualcuno è salito, ma decisamente pochissime persone!

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È nei dintorni di Praça Camões che si trova anche la celeberrima statua di Fernando Pessoa, subito dietro le scale per l’uscita dalla fermata Baixa-Chiado della metro.

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Personalmente, reputo il Castello di Sao Jorge abbastanza trascurabile, più bello da vedere da lontano che non da raggiungere. Rimangono a questo punto tre cose di Lisbona della quali vale la pena parlare: il giro in battello, Belem e l’acquario (a parte il post “Varie ed eventuali portoghesi” che sarebbe mia intenzione scrivere, viste le cose che non riuscirò ad infilare in questo che sta diventando lunghissimo!).

 Lo Yellow Boat Tour, a mio personalissimo avviso, è il modo più suggestivo per raggiungere Belem. L’imbarco si trova proprio di fronte a Praça do Comércio, i battelli partono ogni ora e mezza, il primo salpa alle 11.00. Il biglietto costa 19€, c’è uno sconto se lo si fa online, ha la formula “hop on/hop off” e dura 24h. La prima sosta si ha dopo circa un quarto d’ora, quando, se si vuole, si può scendere a Cacilhas, un anonimo porticciolo sul fiume Tago che si trova più o meno di fronte al punto di partenza. Ci sono un faro carino, un sacco di meduse gigantesche nell’acqua, qualche negozietto trascurabile e il “solito” vialone di ristoranti per turisti.  Il punto comunque non è la location in sé, anzi, in realtà essere costretti a starci 1h e 30′ è un po’ una rottura, ma la vista che si ha sulla città di Lisbona, sicuramente vale un giretto.

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Per arrivare a Belem da qui sono necessari circa 45 minuti di navigazione, durante i quali si passa sotto il suggestivo ponte 25 de Abril, realizzato dalla stessa compagnia del Golden Gate di San Francisco, con il quale condivide lo stile. Durante il viaggio si gode anche di un’ottima visuale sulla statua del Cristo-Rei, che svetta maestosa sulla riva sinistra del Tago; alla fine è una”taroccata”di quello di Rio de Janeiro, eretto per ringraziare Dio per non mi ricordo quale guerra scampata. Prima dell’attracco si trova il Monumento alle Scoperte, che raffigura e celebra i marinai che parteciparono alle grandi esplorazioni marittime. Purtroppo durante la mia visita erano in corso lavori di ristrutturazione, quindi l’opera era completamente ricoperta dai ponteggi.

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L’arrivo è praticamente di fronte al Monastero dos Jerónimos, uno spettacolare edificio bianco in stile gotico manuelino, costruito per celebrare il ritorno di Vasco da Gama, dopo aver scoperto la rotta per l’India.

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Nei pressi della suggestiva costruzione c’è anche la più famosa e antica pasticceria (si chiama “Antiga confeitaria de Belem”) che sforna i “pasteis de nata”: i super tipici pasticcini portoghesi a base di sfoglia e una specie di crema pasticcera molto “budinosa”. Si narra siano nati proprio all’interno del monastero e si siano diffusi in seguito alla rivoluzione liberale del 1820, quando g li ordini religiosi vennero aboliti. I dipendenti laici del convento iniziarono a cercare lavoro altrove, così il pasticcere dei Jèronimos si portò dietro l’antica ricetta e la diffuse nel mondo. La fila per l’asporto è notevole, forse vale la pena sedersi un attimo, mangiare con calma, fare pipì e ripartire, perché il servizio e rapido e efficiente, il locale è grande e secondo me vi sbrigate prima!

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Ovviamente poi a Belem sorge sulla riva del fiume Tago la celeberrima omonima torre, posta a difesa della foce del corso d’acqua.

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Il ritorno dura un’oretta scarsa, durante la quale potete avere un’ottima panoramica della torre dall’acqua, ovviamente tutte le attrazioni viste all’andata e Praça do Comércio all’attracco.

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L’ultimo capitolo, prima del post di contorno al quale accennavo prima, nel quale vorrei parlarvi di Sintra, cibarie e delle giornate al mare, è l’acquario. Partiamo col dire che lo scorso anno sono stata a quello di Valencia, dove mi sono follemente innamorata del tricheco. Ma la di là di improbabili lovestory transpecie, sicuramente l’attrazione spagnola mi è piaciuta di più. Tuttavia anche l’acquario portoghese vale sicuramente una visita. Se non ricordo male, ma prendetela col beneficio del dubbio, potete comprare i biglietti online e stamparli nelle biglietterie automatiche che trovate all’ingresso, il prezzo è intorno ai 17€ (credo).

Innanzitutto è comodo da raggiungere: ci si arriva con la metro amaranto, la fermata è “Oriente” e se avete intenzione di andare solo lì vi conviene fare il biglietto A/R e non il giornaliero. La vasca centrale è enorme e tutto il percorso, fatto anche di zone più piccole, le gira intorno. Di questa notevole quantità d’acqua le cose che più mi sono rimaste impresse sono due: gli orrendi pesce sole e la maestossima manta gigante.

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Per il resto non mi sembra rimanga molto da dire, semplicemente vi metto le tre foto delle cose che mi sono piaciute di più: i puffin, che “rincorro” per vederli dal vivo dal almeno 4/5 anni, le adorabili lontre e la piccola figliola di Chtulhu, la seppia. Spero il”reportage” sia interessante e comprensibile e spero di sbrigarmi con l’ultimo capitolo di quest’avventura lusitana!

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Trained monkey

E’ passato del tempo. Però dai, in relazione agli ultimi due anni di vita del blog, nemmeno troppo. Nel frattempo, negli ultimi giorni, le mia vita “lavorativa” è diventata noiosamente frenetica. E lo so che “noiosamente frenetica” più che un ossimoro suona come una grossa idiozia, ma quando le opportunità che si susseguono in maniera inattesa riguardano cose che non pensi abbia un gran senso fare (citandomi nel post di fine settembre “un lavoro tritaneuroni, monotono e totalmente insoddisfacente”), alla luce di questo, forse l’espressione apparentemente strampalata acquista un senso. Quindi da domani si ritorna a fare la scimmia ammaestrata, perché così dice di fare la società. Perché la mia devastante abulia causa questo genere di situazioni da mal di stomaco. Per un po’, finché si regge, ce la faremo andare bene così. Al limite poi nessuno ti lega mai ad una sedia, “viviamo in gabbie con le porte aperte”, disse una volta qualcuno al cui nome non sono riuscita a risalire.

Vabbè, parliamoci chiaro, altrimenti tutto risulta inutilmente oscuro. Il mio babbo lavora in una scuola, fa il tecnico di laboratorio informatico. E siccome la maggior parte degli umani viene al mondo per essere il più conservativo possibile, un lustro fa, il mio signor genitore mi ha fatto iscrivere alle graduatorie per supplenze nelle segreterie del magico mondo dell’istruzione. Ora io eviterò i dettagli, perché il world wide web alle volte non è proprio così “wide”. Anni sono passati senza che nulla accadesse su quel fronte, fino a quando, da fine marzo ad agosto dello scorso anno, mi sono ritrovata a fare il coadiutore amministrativo scolastico. Questo è ciò che accadrà nuovamente a partire da domani. Nella medesima scuola del sopracitato donatore di patrimonio genetico, tra l’altro. In realtà negli ultimi 10 giorni è stato un turbine di chiamate in quel senso: sei scuole. Ho avuto offerte di contratti lunghi e altri decisamente più brevi. Ho optato per questa soluzione perché non è né l’una, né l’altra, nel senso che potrebbe durare tre settimane (quelle al momento sono piuttosto certe) o parecchi mesi, con il vantaggio che si rinnova (o rinnoverebbe) di mese in mese; ovvero, se decido che ne ho piene le palle, so che ad un certo punto posso rifiutare la proroga al mese successivo senza perdere la disoccupazione. Mi rendo perfettamente conto del ragionamento italiota da “figlia del benessere” che può permettersi queste soluzioni, ma francamente ‘STICAZZI.

Sappiate che il fertility day era un po’ per colpa mia, perché questi pensieri, che oggettivamente sono abbastanza sbagliati, nascono dal fatto che io non ho intenzione di accasarmi e riprodurmi. A me non INTERESSA accumulare punti, avere per forza uno stipendio e un lavoro poco soddisfacente, perché “fare il nido” non è mai stato un mio obiettivo. E se sapessi qual è, questo blog non si chiamerebbe “Elucubrazioni” e non sarebbe permeato di disfattismo, apatia e scazzo cosmico. Sono un animo irrequieto ed è faticoso. E pensare che ero partita con l’idea di scrivere un post su Lisbona. Invece ecco qui, un inutile pippozzo sul mio essere un pessimo individuo. In tutto questo, tra l’altro, ci perdo le ferie che avevo prenotato la penultima settimana di novembre a Bruxelles e Sofia (destinazioni apparentemente inconciliabili, ma accomunate dalle super offerte RyanAir di questa primavera). Però prometto che prima o poi arriverà anche il “reportage” dalla capitale portoghese!

P.s. Tanti auguri a me e a Tatolo, oggi sono otto anni che ci consideriamo morosi. Che anniversario inquietante…

P. p. s. Speriamo nessun CAS finisca a leggere questa pagina, sennò si offende o.O