Archivi del mese: marzo 2008

Umani…troppo umani!

“So human as I am
I had to give up my defences”
“Any other world”, Mika
 
Sempre sulla scia del Daniel Gildenlöw-pensiero (“We will always be much more human than we wished to be”, -Beyond the pale-, Pain of Salvation e bisogna ripeterlo sennò Stefano si arrabbia e mi aizza contro la scimmia asceta!) ecco un’altra riflessione sul lato umano che c’è in ognuno di noi, quella cosa che talvolta ci costringe a lasciar perdere, ad alzare le braccia e dire “E’ troppo, mi arrendo!”.  Ci sono occasioni in cui la più grande vittoria è subire una colossale batosta. Sì, non ha senso…ma va bene così. 

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There Is A Light And It Never Goes Out

Nonostante questa canzone sia un po’ più vecchia di me, la sento incredibilmente mia e non so nemmeno bene il perché.  Mi fa venire i brividi ogni volta che l’ascolto e ultimamente accade spesso. Nient’altro da aggiungere…la canzone parla da sola…c’è una luce che non si spegne mai…


Take me out tonight
Where there’s music and there’s people
And they’re young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven’t got one
Anymore
Take me out tonight
Because I want to see people and I
Want to see life
Driving in your car
Oh, please don’t drop me home
Because it’s not my home, it’s their
Home, and I’m welcome no more

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure – the privilege is mine

Take me out tonight
Take me anywhere, I don’t care
I don’t care, I don’t care
And in the darkened underpass
I thought Oh God, my chance has come at last
(But then a strange fear gripped me and I
Just couldn’t ask)

Take me out tonight
Oh, take me anywhere, I don’t care
I don’t care, I don’t care
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven’t got one, da …
Oh, I haven’t got one

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure – the privilege is mine

Oh, There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out
There Is A Light And It Never Goes Out

There Is A Light And It Never Goes Out…

 

A volte ritornano…

Ho bisogno di nuova forza per indignarmi, non posso pensare di aver ancora da
compiere 21 anni e sentire addosso la cinica passività di un’ottantenne. Mi
piacerebbe ritrovare un po’ di quell'”innocenza” e illusione che ti
fa credere di poter cambiare le cose, che non tutto faccia schifo, che ci sia
qualcosa per cui
vale la pena (e questa è la formula magica) lottare.
Così…ecco quello che per me è il pezzo più significativo di uno dei miei
libri preferiti, quello che ha segnato la mia giovinezza che fu (quanto avevo,
15 anni?! Più o meno mezzo secolo fa!). Ho bisogno di ritrovare qualche utopia
da inseguire, di cavalcare in groppa ad un unicorno. Certi giorni mi sento così
vecchia…dovrei recuperare un po’ di quella ragazzina che fuggiva dalla realtà
rifugiandosi tra le pagine di un libro e i cd di musica pop-punk. Insomma,
alcuni cercano di restare degli eterni “Peter Pan”, io invece voglio
ritrovare il Vecchio Alex che è in me, da qualche parte, sono sicura che c’è ancora. ..don’t give up the fight!!!!!

Alex, amico mio, finita questa lettera scenderò per via dei colli, via san Mamolo, via D’Azeglio e via Farini a cavallo della mia celebre vespa special, mi fermerò in piazza Minghetti di fronte alle poste, imbucherò la lettera, forse prenderò un gelato (mi va un gelato alla frutta con le amarene sopra), tornerò indietro, lascerò la vespa in giardino, mi chiuderò in casa e distruggerò tutti i quadri che si sono comprati i miei per far bello questo posto di morti. Mi fa troppo schifo vivere così, e ci sono troppo dentro per cambiare. Comunque, i miei sono dei poveretti. Non è per loro che ho deciso. E’ per me. Ho pensato e pensato, vecchio mio. E le mie conclusioni sono queste: se sei un barbone, un drogato, un immigrato, un albano, sei sfottuto. Ti isolano, sei fuori dal gruppo. Poi, il gruppo ti lascia più o meno in disparte all’inizio, fino a quando non ne fai una troppo grossa, e allora finisci in galera. Se invece sei una persona normale, rispettabile, se sei nel gruppo, bene o male lavori per il gruppo. E questo non vuol dire necessariamente essere onesti. Anzi. I capi del gruppo sono tipo gli amici dei miei, gran stronzi pieni di soldi che cercano di controllare la gente. Con i partiti, con la censura, con i gruppi economici- Ne sai a pacchi di queste cose, tu, che sei una specie di inkazzato sociale. Il gruppo è tutta la merda che ci danno da mangiare, giusto. Ecco, io credo che se ne esca o essendo intelligentissimi o spiritualmente liberi come i monaci buddisti o i grandi filosofi, e allora ci si innalza; oppure prendendo il sacco a pelo e andando a vivere alla stazione o nei campi nomadi, e allora ci si abbassa. A me la prima soluzione non mi va. Troppo dura. E poi l’unica cosa intellettuale che faccio e guardare i film. E la seconda non mi va perché a fare i barboni ci si ammala quasi subito e si diventa pieni di croste e malati e bruttissimi. C’è pure un terzo modo, alla fine: un salto fuori dal cerchio che ci hanno disegnato intorno. Ma fa solo un po’ schifo pensare a come sarà il mio corpo. Ieri notte ho sognato i pompieri che entravano in casa buttando giù la porta e trovavano il mio cadavere. Ero sdraiato per terra a pancia in su. Il pompiere era grosso, sui cinquanta, aveva i baffi neri, mi sollevava la testa e diceva: “Povero ragazzo…” come nei film. Ma sono a posto con me stesso, sai Alex?, perché è la prima grande cosa che faccio. Tutto il resto me l’hanno insegnato, questa storia l’ho progettata e decisa io. Alex, amico mio, sono sereno, non credere. Ti abbraccio e ti saluto con tutta la forza. Non lasciare che ti sottomettano. Non dimenticarmi.

Martino

(da Jack Frusciante èuscito dal gruppo, di E. Brizzi)

st. Patrick

Quanto darei per essere a Dublino, magari al Temple Bar a tracannare Guinnes e festeggiare il santo patrono di quel popolo adorabile che sono gli Irlandesi! Col cuore, sono lì! Buon giorno di San Patrizio a tutti!
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Happy Birthday!

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Probabilmente non ci avrebbe scommesso neppure lui, eppure oggi Pete Doherty spegne 29 candeline! Auguri…

Piccolo principe

In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…”
“Chi sei?” domando’ il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono cosi’ triste…”
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe.
“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”
“Gli uomini” disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “<addomesticare>?”
“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro’ per te unica al mondo”.
“Comincio a capire” disse il piccolo principe. “C’e’ un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“E’ possibile”, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…”
“Oh! non e’ sulla Terra”, disse il piccolo principe.
La volpe sembro’ perplessa:
“Su un altro pianeta?”
“Si”.

“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
“No”.
“Questo mi interessa. E delle galline?”
“No”.
“Non c’e’ niente di perfetto”, sospiro’ la volpe. Ma la volpe ritorno’ alla sua idea:
“La mia vita e’ monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio’. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara’ illuminata. Conoscero’ un rumore di passi che sara’ diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara’ uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu’ in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e’ inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e’ triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sara’ meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e’ dorato, mi fara’ pensare a te. E amero’ il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardo’ a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, pero’. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno piu’ tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia’ fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu’ amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domando’ il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, cosi’, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ piu’ vicino…”
Il piccolo principe ritorno’ l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero’ ad essere felice. Col passare dell’ora aumentera’ la mia felicita’. Quando saranno le quattro, incomincero’ ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro’ il prezzo della felicita’! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro’ mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
“Che cos’e’ un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa e’ una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’e’ un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e’ un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Cosi’ il piccolo principe addomestico’ la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangero'”.
“La colpa e’ tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
Poi soggiunse:
“Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua e’ unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero’ un segreto”.
Il piccolo principe se ne ando’ a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e’ per me unica al mondo”.
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si puo’ morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e’ piu’ importante di tutte voi, perche’ e’ lei che ho innaffiata. Perche’ e’ lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche’ e’ lei che ho riparata col paravento. Perche’ su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche’ e’ lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche’ e’ la mia rosa”.
E ritorno’ dalla volpe.
“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale e’ invisibile agli occhi”.
“L’essenziale e’ invisibile agli occhi”, ripete’ il piccolo principe, per ricordarselo.
“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi’ importante”.
“E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurro’ il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verita’. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripete’ il piccolo principe per ricordarselo.

(da “Il Piccolo Principe” di  Antoine de Saint-Exupéry)

Dedicato ai poveri piccoli idealisti smarriti nel mondo reale da parte di una persona cha avrebbe un dannato bisogno di sentirsi “volpe”. Porcaccia la miseria, ma quando sono diventata così vomitevolmente melensa?! La rispota la so…però questo non migliora le cose, anzi! Altro che Principe Azzurro a cavallo, io voglio un Piccolo Principe!

You’re my Waterloo

Si dice Waterloo e subito si pensa alla fine dell’impero di Napoleone, ad un batosta militare, ad una battaglia che forse ha cambiato radicalmente il corso della storia. Per estensione, si associa questo nome ad ogni perdita, ad ogni momento della vita che ne ha compromesso una tranquilla prosecuzione, che l’ha resa radicalmente diversa da quello che avrebbe potuto essere. Sarà che mi fa ripensare a Pete e Carl insieme, sarà che mi fa ripensare alla mia Waterloo personale (alle mie molteplici Waterloo personali), sarà che sono (diventata) una donnina maledettamente melensa, ma questa canzone mi ha stretto il cuore…anche perché le parole con cui inizia sono una vera pugnalata “You’ll never fumigate the demons, no matter how much you smoke…“. Sì, la vita continua, ogni giorno, ma non si può certo dire che non sia faticoso anche soltanto respirare…