Archivi del mese: febbraio 2010

Son ancor qui…

Febbraio psicotico e fastidioso e quindi scrivo. Scrivo qui, perché sul divano col Mac sulle ginocchia è più comodo che nel letto, tenendo la carta appoggiata da qualche parte e poi c’è anche mia sorella che dorme e forse non è il caso di accendere la luce. Scrivo ora perché ho sonno, ma non ho voglia di dormire, soprattutto non ho voglia di infilarmi nel letto e rigirarmici per ore. Non so, quando non mi addormento subito, mi piglia l’angoscia e il letto, da caldo giaciglio confortevole, si trasforma in una prigione di frustrazioni, paranoie e insicurezze. Scrivo anche perché è il caso che io riprenda confidenza con questa nobile arte, mia ancora di salvezza in periodi molto molto più tetri e psicotici di questo, ma ultimamente accantonata. E da un certo punto di vista non è male…il fatto che io non scriva, o comunque scriva molto meno, è indice di una certa forma di benessere interiore. Quella stabilità emotiva che ho inseguito per lunghissimi anni della mia vita, ora c’è, e come avevo sempre sospettato, non è qui, ma altrove. Ma non è tanto questo il punto: è già molto, moltissimo importante per me sapere che c’è ed è per questo che stati d’animo analoghi, frequenti nel mio passato, ora sono più rari e meno intensi. Quel punto fermo in un mondo vorticante, spesso mi evita la nausea di uno scenario che mi frulla intorno senza darmi tregua, mi aiuta a reggermi in piedi quando sembra non esserci altro a cui aggrapparmi. A volte mi terrorizza pensare quanto è gigantesca e rassicurante questa sensazione avvolgente di “sentirsi a casa”, soprattutto per me, che l’ho inseguita così a lungo, per sfuggire al senso di precarietà che mi scavava la carne. E’ bello avere qualcosa da poter chiamare “mio” e sentirlo mio per davvero, come nient’altro prima, e viceversa sentirsi “posseduti”, per un’inguaribile egocentrica come me, sentirsi “parte di” è nuovo e dannatamente piacevole. E’ alla luce di queste considerazioni che stavo rielaborando la mia personale visione del concetto di Libertà. Eh sì, che a noi filosofandi i grandi temi piacciono parecchio, la Libertà poi è uni di quelli che io sento particolarmente. La gente secondo me ha una visione superficiale e distorta di questa parola, viene utilizzata a sproposito (tipo nel nome di partiti ad esempio, ma non voglio polemizzare su questo) e riempie la bocca quotidianamente, come se fosse una banalità affogata nel mare di inezie quotidiane. Quella a cui penso io non è la “semplice” libertà, contrapposta alla schiavitù dei neri d’Amerca. In realtà mi sentirei inadeguata e troverei anacronistica una riflessione su questo tema. Ed in questo preciso momento non mi va nemmeno di pensare alla libertà civile, argomento più attuale e contorto in quest’epoca di opinioni rumorose e contrastanti, di cui penso tratterò col procedere della tesi. In questa notte di elucubrazioni stavo pensando alla libertà strettamente personale, quella meravigliosa sensazione di sentirsi pervadere le vene di un puro concentrato di ciò che siamo, a prescindere da ciò che facciamo. Perché io credo che sotto le nostre azioni quotidiane, sepolto da tutto quel che ci viene addosso, dalle bugie che ci raccontano e ci raccontiamo, dai sensi di colpa, dalle maschere che ci mettiamo, da tutte le piccole/grandi ipocrisie del vivere insieme, ci sia un nucleo pulsante di pura e semplice essenza, un succo concentrato del nostro io. La Libertà, secondo me, è essere consapevoli di quel centro vitale e riuscire a non farlo soccombere sotto il peso dello scorrere del tempo. Ed è stato solo grazie al mio piccolo/grande punto fermo di cui sopra che ho ritrovato quella sorgente ed è questo il motivo per cui le mie psicosi sono meno devastanti di prima, per cui questo orrendo mese è meno orrendo di quanto sarebbe stato senza questa piacevolissima stabilità emotiva. Ecco ciò a cui stavo pensando in questo febbraio lungo e snervante (e fortuna cha ha solo 28 giorni!).
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Romanticismo

Estate. E’ notte. Lui e lei tornano verso casa di lui dopo essere usciti a prendere un gelato. Il cielo è limpido e stellato e si sta bene dopo una giornata di infernale caldo padano, torrido umido e soffocante. Camminano tra i canali, lungo una strada dissestata, mano nella mano. Al che lei, che è una dolce donzella romantica, si attende da lui un discorso del tipo: “Guarda tesoro, come sono belle le stelle…ecc. ecc.”. E invece quel che si sente dire è: “Toh guarda…una rana morta”. E a questa donnina piccola piccola in questo momento quell’ometto scemo, che invece di parlare di cielo stellato indica gli animali morti, manca tantissimo. C’è gente matta in giro eh?

P.s.: a discolpa del lui in questione c’è da dire che lei NON E’ una dolce donzella romantica 🙂

Matrimoni, gay e non

Sarà biografico, non lo metto in dubbio ,ma non posso fare a meno di pensarlo. Negli ultimi anni si sono fatte sempre più rumorose e insistenti le richieste per rendere giuridicamente validi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Personalmente la trovo una rivendicazione più che legittima…però, ci metto un però. Io non ho assolutamente nulla in contrario a due uomini o due donne che si sposano, mi spaventa proprio l’idea del matrimonio di per sè. E viste le statistiche sui divorzi, le liti conseguenti, gli strascichi giudiziari, mi domando se sia poi tutto questo vantaggio la possibilità per due persone di sposarsi. Non sono una di quelle donnine che sogna di indossare l’abito bianco e camminare verso l’altare dove ad attendermi c’è il principe azzurro, la vita e una psiche intricata mi hanno sempre proibito di abbandonarmi ad una tale fantasia. D’altra parte, non voglio nemmeno dire che due persone non possano stare assieme ed amarsi per tutta la vita. Solo che…sono scettica. Scettica prima di tutto sull’eternità di un sentimento, ma ci posso anche stare, questa è un ‘ipotesi che non mi sento di escludere a priori. Scettica però soprattutto su una cosa: c’è proprio tutto questo bisogno della legittimazione e di un contratto firmato per poter stare insieme e sentirsi una coppia? Dell’abito bianco, dei fiori, del viaggio di nozze, del pranzo con quindici portate e tutto il resto? Più che amarsi all’interno del matrimonio, si finisce per amarsi perché si è sposati, mentre secondo me ci si può amare a prescindere dall’esserlo. Tornando alle rivendicazioni di gay e lesbiche…io trovo che lasciar loro la possibilità di sposarsi presto diventerà una necessità, sarà un’esigenza di mercato per un settore in ridimensionamento. Fino a quando, passato l’entusiasmo iniziale, anche i matrimoni omosessuali non faranno più scandalo e non saranno più avvertiti come una necessità. O forse sono ottimista, perché ci saranno sempre le principesse alla ricerca del loro lieto fine, del loro “giorno speciale”, salvo poi pentirsi ai primi segni di routine. Io credo, forse cinicamente, che i matrimoni siano adatti a due categorie di esseri umani: in primo luogo, gli stupidi, i quali più delle volte vivono matrimoni estremamente felici e appaganti, un po’ come i bambini che sono contenti del loro appuntamento quotidiano coi cartoni animati del pomeriggio; in secondo luogo i mediocri, i quali il più delle volte vanno incontro a matrimoni infelici, per il semplice motivo che non sono capaci di rassegnarsi alla quotidianità della loro stessa mediocrità. E qui ci sono due sottoinsiemi: i mediocri che puntano al meglio, che divorziano sperando in qualcosa di più che li renda felici e i mediocri rassegnati, che piantano le tende nel loro malcontento e si avvelenano lentamente. Le persone più intelligenti, più profonde, più pazzoidi e schizzate (più interessanti?) scelgono altre vie. Non dico che non abbiano mai vissuto l’amore (personalmente ritengo che una persona più emotivamente colta viva i sentimenti in modo molto più intenso di un mediocre sposato da anni), dico solo che sono patologicamente incapaci di abbandonarsi a considerazioni che coinvolgono il resto delle loro vite, condensato nella cerimonia di un’ora. O più probabilmente il mio ragionamento è solo viziato dalla considerazione iniziale, legato alle personalissime vicende che ho vissuto da spettatrice interessata. Mah…

13 anni

Ciclicamente mi sembra di avere 13 anni. I miei di 13 anni però. E questo non è bene, non è bene per nulla. Anzi, comporta crisi di pianto immotivato e generici attacchi d’ira, odio globale e mal di stomaco di origine psicosomatica.

Obiettivo: uscirne vivi anche stavolta, riportando meno danni cerebrali possibili.