Archivi del mese: dicembre 2011

Il rosso e il nero

“Nella sua anima satura trovava soltanto Mathilde padrona assoluta della sua felicità e della sua immaginazione. Aveva bisogno di tutta l’energia  del suo carattere per mantenersi  al di sopra della disperazione. Pensare a ciò che non aveva alcun nesso con la signorina de La Mole era fuori dal suo potere. L’ambizione e i semplici successi di vanità un tempo lo distraevano dai sentimenti che la signora de Rênal gli aveva ispirato. Mathilde aveva tutto assorbito; egli la trovava ovunque nel suo avvenire”.

Dopo più o meno un secolo si riparla di libri su questo blog, finalmente ho trovato un romanzo degno di una certa attenzione. Adoro lo stile dei romanzieri ottocenteschi, soprattutto adoro lo spessore psicologico che riescono a dare ai loro personaggi. Ci sono ancora buoni scrittori al giorno d’oggi, capaci di comporre storie coinvolgenti, di raccontare vicende interessanti, di riempire pagine di emozione e di avere uno stile più che apprezzabile. Non sto dicendo con brontolio nostalgico che la letteratura è morta, ho sempre letto soprattutto i contemporanei e continuerò a farlo. Però i grandi personaggi tormentati del romanzo ottocentesco non si ritrovano più, difficile al giorno d’oggi trovare un Ivan Karamazov, uno dei miei più grandi amori letterari, oppure, poiché del capolavoro di Stendhal parliamo, un Julien Sorel.

La trama de Il rosso e il nero non sto a raccontarvela, la trovate tranquillamente su Wikipedia, più che altro vorrei soffermarmi su tormenti interiori del giovane abate francese. Probabilmente questo romanzo mi ha preso così tanto perché sento delle affinità elettive con il suo protagonista, mi sembra di provare una certa empatia nei confronti del minore tra i fratelli Sorel. Ed in particolare la frase che ho citato mi ha fatto venir voglia di scrivere questo post, perché ricorda da vicino i toni di molti dei miei post di4 anni fa. Di acqua sotto e sopra i ponti ne è passata tanta: chilometri in treno, pianti, risate, amore, baci, tenerezze, discussioni…rispetto a “quegli” anni il mio stato psicologico è fortunatamente molto diverso. Eppure frasi come questa mi riportano ancora “lì” col pensiero, a dimostrazione di quanto non mi sbagliassi quando affermavo che non posso e non potrò mai prescindere da quel periodo, da quel sentire, da quell’Amore così straziante, così grande, così viscerale. Io capisco perfettamente le sensazioni provate dal povero Julien, comprendo fin troppo bene la sensazione di “aveva tutto assorbito”. E’ quel genere di cose che stravolgono la vita, dopo di esse niente può più essere come prima, sono parte di noi, ci influenzano un po’ in tutte le nostre scelte successive. Io credo non si ami mai due volte nella stessa maniera, perché è lo stesso amare qualcuno a cambiarci e soprattutto l’innocenza, la fragilità, l’inesperienza del primo amore non si ritrovano mai più. Non che questo sia necessariamente un male, intendiamoci. Per quanto sia stato a suo modo meraviglioso ciò che è stato, per nulla al mondo lo cambierei con ciò che è ora. Solo, mi piace ripensarci ogni tanto e frasi come questa mi riportano inevitabilmente indietro a quelle mattine di quarta e quinta superiore, a quegli occhi, a quella voce, a quella persona a cui continuo ad augurare tutto il meglio dalla vita.

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Normal life sucks

“Se mai dovessi parlare di amore e di stelle… uccidetemi” – Charles “Hank” Bukowski

Mi chiedo spesso dove tutto sia andato storto. Avrei potuto essere una di quelle ragazze normali che credono nei valori, nell’amore, nella famiglia. Ho anche fatto tutti i i sacramenti di Santa Romana Chiesa fino alla Cresima, volendo potrei anche sposarmi in Chiesa, giurando amore eterno davanti a Dio, mentre ora invece il mio unico credo è quello della Scimmia Asceta. Non so, a volte ci penso e mi piacerebbe essere una di quelle che vuole “sistemarsi”: una casa, un buon lavoro, un compagno, dei figli, il pranzo dai genitori la domenica, i mercatini di Natale, le ricorrenze coi parenti, le associazioni più o meno benefiche, le iniziative paesane. E invece no, da qualche parte qualcosa deve essersi inceppato perché a me fondamentalmente non importa una cippa di queste cose. La sensazione che ricorre più spesso nella mia pigra è insensata esistenza, è un senso di disagio per tutto quanto è considerato il “vivere comune” (credo si noti anche dal “Post politically scorrect” di qualche giorno fa). Quasi mi infastidisce che la gente ritenga importanti cose per la quali io non nutro il benché minimo interesse. Mi rendo perfettamente conto di essere io quella sbagliata, se tutti fossero disfattisti come me staremmo ancora dentro le grotte ad accendere il fuoco coi legnetti coperti di pellicce d’orso, ciò non toglie il disagio che questo mio sentire mi provoca costantemente. Dicevo, non lo so bene quando tutto questo è iniziato e non so nemmeno se vi sia un qualche rimedio. Non riesco a pensare di lasciarmi pervadere da un senso di gioia e tripudio dinnanzi alla meravigliosa avventura della vita, proprio non riesco. Dev’esserci in me un qualche difetto di fabbrica, probabilmente congenito, che non mi permette di apprezzare a pieno la nostra avventura terrena. 

Insomma, io credo davvero alla felicità di tutta quella gente più o meno soddisfatta della sua esistenza con un lavoro  d’ufficio, il consorte a casa, i figli, le piante da annaffiare, le ferie a Rimini su lettini disposti in file ordinate, le feste comandate, le cene in famiglia ecc. ecc., non posso che provare invidia per loro, ma non posso fare a meno di chiedermi come fanno. Cos’hanno in più di me? O cosa manca loro? Quale oscuro segreto si cela dinanzi a tanto lasciarsi travolgere dal flusso vitale, senza tentare di opporgli una strenua resistenza? Cosa rende accettabile il tran tran quotidiano a milioni di persone? E perché a me tutte queste cose appaiono di un’insignificanza che talvolta mi spaventa? Perché in fondo io mi rendo perfettamente conto di avere un bug da qualche parte dentro il mio software (evvai con le metafore nerd :D), ma proprio non capisco. Sono cose innate? Si impara? Ci si rassegna? Insomma, come diamine funziona?

Uteri vuoti

Ma che è il boom di ricerche correlate a “Oppio sulle nuvole” di ieri? E com’è che ultimamente sembra diventato gettonatissimo il voto plurimo?

Cmq, dato questo prologo completamente inutile ed insensato, volevo dire la mia sul famigerato articolo apparso su Libero a firma Camillo Langone, quello intitolato, più o meno, “Togliete i libri alle donne e torneranno a fare figli”. Premetto che non ho letto l’articolo e non ho alcuna intenzione di farlo, visto che dell’opinione di uno che scrive su tale giornale me ne frega veramente poco, va bene il pluralismo, ma anche un minimo di selezione mi sembra doveroso! Allora, viene giustamente da chiedersi cosa cavolo lo tiro in ballo a fare, se nemmeno gli ho dedicato 5 minuti della mia attenzione…beh, in realtà volevo semplicemente usarlo come pretesto per parlare del tema che il titolo del suo articolo suggerisce.

Ultimamente mi è capitato di leggere almeno una decina di blog “femministi”: di mamme in carriera che rivendicano il loro ruolo sia in società sia in famiglia, di donne che si lamentano di uomini egocentrici e pressapochisti, di ragazze che si disperano perché trovano in giro solo stronzi. Ora, io questo qualunquismo femminista, quest’ottica del maschi vs. femmine che ci hanno inculcato in testa in ogni modo, non riesco a digerirlo, non posso sopportarlo. Che poi questo fondamentalmente non centra nulla con quello che volevo dire in origine, ma serve almeno a dare un’idea generale, una volta di più, di che orrenda persona sono.

Tornando al tema della discussione, io sono perfettamente d’accordo col titolo dell’articolo del sig. Langone. Mi sembra un dato di fatto quantomeno oggettivo che l’ingresso sempre più massiccio delle donne nel mondo del lavoro, nelle università, nella politica, registrato negli ultimi decenni del Novecento, abbia portato ad un decremento delle nascite. Mi sembra, inoltre, evidente che spesso siano le extracomunitarie, tendenzialmente “sottomesse” al marito e poco scolarizzate, ad avere le famiglie più numerose. Mi sembra lapalissiano che una donna in grado di realizzarsi “fuori casa” non voglia passare la vita cambiando pannolini per 6, 7, 8 ecc. figli. Insomma, anche se è brutto dirlo, oggi molte donne fanno cose più rilevanti che sfornare marmocchi.

Noi italiani viviamo in una società in cui la donna è circondata dall’aura mistica di “angelo del focolare”, leggevo o guardavo in tv, non ricordo bene dove, che all’estero la donna italiana è vista come una creatura dalla tette enormi, i fianchi generosi con annodato un grembiule, sempre ai fornelli che sforna manicaretti per il maritino ed i suoi pargoli. Io resto fermamente convinta che per quanto siano orrendi gli stereotipi, se esistono vuol dire che un fondo di verità c’è. Poi non c’è da stupirsi degli exploit di certi personaggi più o meno politicamente schierati, che se ne escono con queste vaccate. Nell’immaginario collettivo la donna italiana rimane ancorata ad una visione patriarcale di stampo fascista e all’onnipresente tradizione cattolica.

Ma in fondo non è nemmeno questo il punto. La verità è che l’avvento della cultura “per le masse” ha aperto gli occhi anche alle giovani ragazze italiane, hanno scoperto che c’è tutto un mondo anche fuori dalla loro cucina, per cui nella vita non c’è solo essere una buona moglie e madre, ma ci si può realizzare anche in società e sul  lavoro, si può contare qualcosa anche al di fuori della famiglia. E per forza di cose questo si riflette sulla natalità, è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Conciliare casa e lavoro è un’impresa in cui si cimentano sempre più donne, che non possono minimamente pensare di avere 4 o 5 figli, semplicemente non ne hanno il tempo e probabilmente spesso non avrebbero nemmeno i soldi per garantire a tutti loro determinati standard. Quella degli standard di vita oggi sarebbe un’altra digressione interessante, ma non in quest’occasione. Forse è vero che c’è meno propensione al sacrificio, meno disponibilità alla rinuncia, ma non mi sembra così sconvolgente in questa società del “tutto e subito”. Insomma, perché questa possibilità dovrebbe valere per gli uomini e non per le donne?

Infine, mi chiedo dove stia il “male” in tutto questo. Insomma, la popolazione mondiale ha passato i 7 miliardi, dove diamine sta il problema se le italiane fanno meno figli? E’ proprio così necessario che ci si riproduca come i conigli per salvaguardare il popolo italiano? Non è che siamo portatori di chissà quali grandi virtù eh, anche perché nella nostra penisola nel corso dei millenni da qui è passato un po’ chiunque, quindi di base il cosiddetto “popolo italiano” ha un corredo genetico abbastanza “bastardo” (nel senso di non puro). E poi, in un mondo affaticato, in cui si vive sempre più a lungo, in cui i ritmi sono sempre più frenetici, è poi così un male se ci sono famiglie meno numerose? E’ così una male se alcune donne decidono di non avere figli? Io personalmente non credo. Fermo restando che la maternità rimarrà per sempre un valore imprescindibile all’interno della società, fermo restando che il “desiderio di maternità” (nel bene e nel male) resta una pulsione primaria della donna, fermo restando il diritto di essere contemporaneamente madri e lavoratrici, mi chiedo davvero se sia un male che attualmente le donne stiano diventando un po’ più persone ed un po’ meno mamme.

Io che, ripetiamolo, sono una personale orribile proporrei uno slogan: più cultura e meno marmocchi, più libri e meno pannolini.