Archivi del mese: aprile 2013

Silenzi e tormenti

Il problema…eh no eh, un altro merda di post che inizia con “il problema”. Chiedo venia. Confesso candidamente che sono giorni in cui la mia autostima sta raggiungendo profonde pozze di stagnante autocommiserazione, quest’incipit orrendo è un buon prologo all’immondezzaio seguente.
Fino ad ora avevo sempre osservato il mondo con ascetico schifo sprezzante, dall’alto di studentella saputella. Adesso invece striscio nel più trito dei cliché del “9to5 job”, circondata da quella stessa gente che prima potevo permettermi di osservare da lontano, dietro la spocchia ridondante di “quella che aveva capito tutto”. E alla fine mi sento triturata in dinamiche tanto mostruose, quanto banali. E vivo…ehm…mi trascino pigramente con la speranza che le ore
non passino troppo lentamente. È qualcosa di ancor più viscerale rispetto al senso di tradimento post concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti. È schifo, è rifiuto, è un profondo, doloroso, lancinante senso di inutilità. Perché più ingombrare dell’horror vacui (cosa che francamente non mi ha mai spaventato più di tanto), c’è il riempimento forzato, l’ingoio del precostituito, il convenzionale routinario. Peggio del non fare niente, c’è compiere azioni vuote.
Che poi non che esista un fine ultimo a cui tendere. Una qualche parvenza di nichilismo m’è rimasta addosso, incollata tenacemente a ciò che perdura di me, nonostante la mia banalizzazione forzata. Non credo ci siano scopi superiori a cui tendere. Credo però sia sacrosanto (si fa per dire, ovviamente) dover preservare se stessi, nonostante tutti i nonostante del caso. E io sento che questo mi sta sfuggendo di mano. Sento la dissociazione e lo spaesamento che crescono dentro di me. Sento la mia già precaria identità di essere umano vacillare sotto i colpi della sveglia al mattino. E piango. Piango come quando avevo 12 anni e stavo faticosamente cercando di capire chi o cosa diavolo sono. E adesso alla soglia dei 26 anni piango perché quella stessa me, che ho così difficilmente fatto mia, non riesco a sopportarla. Sono perfino troppo pigra, vigliacca e apatica per essere me. Amen.

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Considerazione estemporanea

Mi sento talmente bukowskiana che mi vien voglia di cercare lavoro alle poste.

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P.s. A breve considerazioni aggiornate e dettagliate per la serie “Umanità mi stai sul cazzo da sempre questo è il mio motto”. O forse no. Chi lo sa!

Betrayal

Ci vorrebbe un post lungo, lirico e straziante. Uno di quelli che mi veniva tanto dolorosamente naturale buttar giù nelle fatale estate 2006. Che non per tutti l’estate post maturità è entusiasmante come un film del giovane Muccino. Ma non è questo il punto. (Che poi io dico spesso “ma non è questo il punto”, come se poi ci fosse un qualche scopo nei miei panegirici. Non è che il blog si chiama elucubrazioni a caso eh…). E niente, è che sono tornata poco fa da un concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti. È la seconda volta che li vedo live ed è inevitabile (vuoi per i loro testi, vuoi perché sono fatta così) per me ripensare al loro concerto di boh…6/7 anni fa? Che poi non fosse proprio in quel lasso di tempo che mi ha così a fondo inciso la carne, che non sia quello  che subdolamente mi spinge a DOVER scrivere in questa notte romagnola. Penso di no cmq,  da questo punto di vista, quantomeno questa volta, il dettaglio cronologico che rimanda indietro alla me neodiplomata isterica è poco rilevante. La mia riflessione “urgente” rimanda alla fedeltà (il titolo dovrebbe suggerirlo, no?). È che sono appena entrata, caduta, piombata, sprofondata, precipitata, caracollata, in quella fase della vita in cui vedi te stesso a 16/17 anni e ti senti una merda nei tuoi confronti. Perché a dirla tutta io poi tanto idealista non lo sono mai davvero stata. Sì, insomma, il solito dilemma pigra perché disfattista o viceversa non è storia recente, diciamo così. E però ci sta un abisso psicologico, prima che temporale tra l’essere un ignavo ed essere un “adagiato”. Perché se ti ritrovi a 26 anni a passare le ore ad una scrivania, lavorando per qualcosa che cozza profondamente con quelle poche cose in cui avevi in qualche modo “creduto”, allora forse è il caso di fermarsi e chiedersele due cosine. Perché sì, essere realisti e tutte quelle robe tanto odiate dal buon Hank (“Detesto i prati, perché tutti hanno un prato con l’erba e quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri,  si diventa tutti gli altri”), che sono poi le cose che finiscono banalmente nella categoria “fottutissimo vivere comune”. Sì, va bene….perché con la pancia vuota filosofeggiare diventa difficile. Ecco però alla fine a me, mi frega l’onestà intellettuale (eh sì, abuso di quest’espressione!). E in questo preciso istante della mia vita mi sento davvero una puttana. Una gran mignotta traditrice.

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