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Nothing to do, nothing to say

Sono ufficialmente disoccupata da un mese e due giorni. O più che altro sono in una fase prettamente italiota di…come li chiamano? Ah sì…NEET. Bene, al momento penso di essere un numero all’interno di quella statistica lì. Sì, sono una brutta persona. A mia “discolpa” (ma colpa de che? Ma che ve frega a voi?) dico che sto (quasi) facendo progetti, epperò con la classica lentezza, pigrizia, indolenza e scazzo cosmico che caratterizzano la mia esistenza. A dirla tutta ho anche un po’ di quel “sano” malessere atavico che serve a farti sentire vivo e un po’ meno cerebroleso della media. Eh sì, che a noi animi afflitti da cicliche fasi di paranoia senza motivo apparente, piace ergerci al di sopra del “popolino”, perché così almeno ci consoliamo pensando di essere un po’ speciali. Che poi non è vero perché anch’io sono “la canticchiante e danzante merda del mondo”, ma alla fine uno dovrà pur raccontarsi delle cose per appoggiare i piedi fuori dal letto la mattina, o no?

In ogni caso, questo voleva essere un post vagamente “libroso”. Nel senso che, questa mia ennesima fase di impasse esistenziale, mi ha riportato a leggere abbastanza regolarmente ed ho da poco finito “Il seggio vacante” di J. K. Rowling. Ora, tutti sanno che la Rowling è l’autrice di Harry Potter ed è per quello che sempre verrà ricordata. Credo però fosse giusto che come scrittrice si cimentasse in qualcosa di molto diverso dalla saga del celeberrimo mago. Quindi, tenendo ben in mente questo, mi sono fatta regalare la sua ultima fatica. In realtà il libro giaceva da parecchi mesi su una mensola, ma non riuscivo a conciliare il mio ruolo di dipendente pubblico con quello di lettrice.
La trama in estrema sintesi: il consigliere comunale di un piccolo paese inglese muore improvvisamente e dev’essere sostituito. Sullo sfondo le rogne, le invidie,  le storie e gli intrallazzi di una comunità ottusa e antipatica. I personaggi sono tanto ben descritti, quanto odiosi, stereotipati, irritanti e noiosi. Le loro vicende non appassionano e mentre le pagine scorrono sotto le dita aumentano il fastidio e il desiderio che facciano tutti la fine di Barry Fairbrother (il consigliere morto). Le dinamiche sapientemente raccontate sono quelle che chi abita in un paese di merda già conosce. Non è difficile riconoscere in Shirley Mollison la vicina impicciona, bigotta e ipocrita che chi si ritrova a vivere in un posto tipo quello dove abito io sicuramente conosce. I “tipi” identificabili sono molti, ma quello della moglie del più grande avversario politico del povero defunto Barry, Howard Mollison, è il più fastidioso. Forse perché, per la sottoscritta, ha lo stesso atteggiamento di quella che abita sotto di me. Il giudizio finale è: seppur ben scritto, se avevo voglia di rompermi le balle coi pettegolezzi di una realtà claustrofobica e rurale stavo ad ascoltare i sermoni di quella di sotto e non mi sorbivo 553 pagine.

Infine, una roba che non c’entra nulla, ma era un mese che volevo pubblicarla cercando un pretesto. A questo punto me ne frego del preteso e l’accodo qui.

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Le geometrie dell’anima

Il titolo melodrammatico non è voluto, mi è uscito così e non avevo voglia di pensare ad altro. Anzi, potrebbe essere che quest’espressione sia già stata usata da qualcuno, tipo quei manuali di auto-aiuto, o i libri della Tamaro, o tutta quella letteratura prettamente donnesca. Ho inavvertitamente cancellato, poi, l’incipit di questo post (le prime tre righe) e stavo riflettendo sugli infiniti modi di dire una stessa cosa. E’ un tema affascinante. (E sticazzi, Mrs. Macabrette di ‘sta ceppa, vorresti fare l’editor, ci mancherebbe che non trovi affascinante i diversi linguaggi con cui può essere detta una stessa cosa). In questo caso comunque ho già scritto troppo…volevo solo lasciare una citazione in forma di foto. (Citazione che ho già condiviso su Facebook, ma calcolando che dovrebbe esserci un solo “lettore” di queste pagine, tra gli amici del social network di Zuckerberg, preferisco ripetermi. Lettore, che tra l’altro è quello che ha consigliato questa lettura, scusate il giro di parole).

Image

(foto al libro Flatlandia, di Edwin A. Abbott, ed. Adelphi).

The perks of being Mrs. Macabrette

Settimana del cinema a 3€. Che io definisco sbrigativamente così, ma sicuramente ha  un nome fichissimo. Il succo è che alla fine vai al cinema e paghi 3€, che conta è questo, no?!

E allora ieri, un po’ che sono leggermente bimbaminkia, un po’ che sono più sentimentalona di quanto sembri, un po’ che le storie di ragazzini introversi mi piacciono, sono andata a vedere “The perks of being a wallflower” aka “Noi siamo infinito”, grazie alla meravigliosa traduzione che ci regalano in italiano (che li possino…).

La trama del film, manco a dirlo, è di una banalità disarmante. Sarà che ho 26 anni (ma quante volte lo dico in questo periodo che ho 26 anni? E tra l’altro, non ancora compiuti…), ma insomma…qualcosina di un pochino diverso lo si poteva inventare. Vabbè che c’è poco di originale nell’essere adolescenti in se. Ah, io il libro non l’ho letto, l’ho solo visto in una libreria a Londra (ma quanto fa fico dire “l’ho visto in una libreria a Londra? xD) dove ho passato 2 ore perché fuori c’era un vento maledetto e aveva una copertina carina.

Ma al solito sto divagando. O forse no. Perché poi verrebbe da chiedersi divagando rispetto a cosa e io non saprei che dire. Direi che mi va di scrivere per il gusto di farlo. Poco importa comunqe. Dicevo…I personaggi sono invece abbastanza riusciti, soprattutto i tre protagonisti, ma anche il cast nel complesso. E anche quelle frasi fatte da giovanotto poco convenzionale, anche se alla fine puzzano un po’ di Baci Perugina, ti fanno sempre ripensare al tuo essere “cipollina sott’aceto nella macedonia di frutta” e ti strappano un sorriso,

Eppure non è nemmeno questo il punto. Perché anche con dei personaggi come Charlie, Sam e Patrick e con qualche citazione che calza a pennello sulle Smemo (mai avuto una Smemoranda in vita mia in realtà) dei liceali d’oggi questo film sarebbe ampiamente dimenticabile. Solo che quando infili in una delle scene più significative del film una canzone come Heroes di David Bowie…beh, allora le cose cambiano. E se poi infili gli Smiths…Insomma, per quanto possa essere una commediola con poche pretese anche 500 giorni insieme diventa una film di cui parlare, quando Tom (che tra l’altro è Joseph Gordon-Levitt, quel gran figo del Gordon-Levitt, mica pizza e fichi!) si mette ad ascoltare There’s a light that never goes out.

In estremissima sintesi, questo post alla fine è una “scusa” per pubblicare Asleep 🙂

Uomini d’azione

Oggi spulciavo il mio “diario delle citazioni” e casualmente ho ritrovato questa:

” (…) tutti gli uomini immediati e d’azione sono attivi appunto perché sono ottusi e limitati (…): essi a ragione della loro limitatezza scambiano le cause primarie con quelle originarie, sicché si convincono più rapidamente e più facilmente degli altri di aver trovato un fondamento immutabile alla loro attività e così si tranquillizzano; e questo, si sa, è l’essenziale”.

da “Memorie del sottosuolo”

-F. M. Dostoevskij –

Il rosso e il nero

“Nella sua anima satura trovava soltanto Mathilde padrona assoluta della sua felicità e della sua immaginazione. Aveva bisogno di tutta l’energia  del suo carattere per mantenersi  al di sopra della disperazione. Pensare a ciò che non aveva alcun nesso con la signorina de La Mole era fuori dal suo potere. L’ambizione e i semplici successi di vanità un tempo lo distraevano dai sentimenti che la signora de Rênal gli aveva ispirato. Mathilde aveva tutto assorbito; egli la trovava ovunque nel suo avvenire”.

Dopo più o meno un secolo si riparla di libri su questo blog, finalmente ho trovato un romanzo degno di una certa attenzione. Adoro lo stile dei romanzieri ottocenteschi, soprattutto adoro lo spessore psicologico che riescono a dare ai loro personaggi. Ci sono ancora buoni scrittori al giorno d’oggi, capaci di comporre storie coinvolgenti, di raccontare vicende interessanti, di riempire pagine di emozione e di avere uno stile più che apprezzabile. Non sto dicendo con brontolio nostalgico che la letteratura è morta, ho sempre letto soprattutto i contemporanei e continuerò a farlo. Però i grandi personaggi tormentati del romanzo ottocentesco non si ritrovano più, difficile al giorno d’oggi trovare un Ivan Karamazov, uno dei miei più grandi amori letterari, oppure, poiché del capolavoro di Stendhal parliamo, un Julien Sorel.

La trama de Il rosso e il nero non sto a raccontarvela, la trovate tranquillamente su Wikipedia, più che altro vorrei soffermarmi su tormenti interiori del giovane abate francese. Probabilmente questo romanzo mi ha preso così tanto perché sento delle affinità elettive con il suo protagonista, mi sembra di provare una certa empatia nei confronti del minore tra i fratelli Sorel. Ed in particolare la frase che ho citato mi ha fatto venir voglia di scrivere questo post, perché ricorda da vicino i toni di molti dei miei post di4 anni fa. Di acqua sotto e sopra i ponti ne è passata tanta: chilometri in treno, pianti, risate, amore, baci, tenerezze, discussioni…rispetto a “quegli” anni il mio stato psicologico è fortunatamente molto diverso. Eppure frasi come questa mi riportano ancora “lì” col pensiero, a dimostrazione di quanto non mi sbagliassi quando affermavo che non posso e non potrò mai prescindere da quel periodo, da quel sentire, da quell’Amore così straziante, così grande, così viscerale. Io capisco perfettamente le sensazioni provate dal povero Julien, comprendo fin troppo bene la sensazione di “aveva tutto assorbito”. E’ quel genere di cose che stravolgono la vita, dopo di esse niente può più essere come prima, sono parte di noi, ci influenzano un po’ in tutte le nostre scelte successive. Io credo non si ami mai due volte nella stessa maniera, perché è lo stesso amare qualcuno a cambiarci e soprattutto l’innocenza, la fragilità, l’inesperienza del primo amore non si ritrovano mai più. Non che questo sia necessariamente un male, intendiamoci. Per quanto sia stato a suo modo meraviglioso ciò che è stato, per nulla al mondo lo cambierei con ciò che è ora. Solo, mi piace ripensarci ogni tanto e frasi come questa mi riportano inevitabilmente indietro a quelle mattine di quarta e quinta superiore, a quegli occhi, a quella voce, a quella persona a cui continuo ad augurare tutto il meglio dalla vita.

Born like this (grazie Hank!)

Born like this
into this
as the chalk faces smile

as mrs. death laughs

as the elevators break

as political landscapes dissolve

as the supermarket bag boy holds a college degree

as the oily fish spit out their oily prey

as the sun is masked

we are

born like this

into this

into these carefully mad wars

into the sight of broken factory windows of emptiness

into bars where people no longer speak to each other

into fist fights that end as shootings and knifings

born into this

into hospitals which are so expensive that it’s cheaper to die

into lawyers who charge so much it’s cheaper to plead guilty

into a country where the jails are full and the madhouses closed

into a place where the masses elevate fools into rich heroes

born into this

walking and living through this

dying because of this

muted because of this

castrated

debauched

disinherited

because of this

fooled by this

used by this

pissed on by this

made crazy and sick by this

made violent

made inhuman

by this

the heart is blackened

the fingers reach for the throat

the gun

the knife

the bomb

the fingers reach toward an unresponsive god

the fingers reach for the bottle

the pill

the powder

we are born into this sorrowful deadliness

we are born into a government 60 years in debt

that soon will be unable to even pay the interest on that debt

and the banks will burn

money will be useless

there will be open and unpunished murder in the streets

it will be guns and roving mobs

land will be useless

food will become a diminishing return

nuclear power will be taken over by the many

explosions will continually shake the earth

radiated robot men will stalk each other

the rich and the chosen will watch from space platforms

dante’s inferno will be made to look like a children’s playground

the sun will not be seen and it will always be night

trees will die

all vegetation will die

radiated men will eat the flesh of radiated men

the sea will be poisoned

the lakes and rivers will vanish

rain will be the new gold

the rotting bodies of men and animals will stink in the dark wind

the last few survivors will be overtaken by new and hideous diseases

and the space platforms will be destroyed by attrition

the petering out of supplies

the natural effect of general decay

and there will be the most beautiful silence never heard

born out of that.

the sun still hidden there

awaiting the next chapter


Charles Bukowski

HPL

“E’ una sfortuna,
ma è anche una realtà, che la maggior parte della gente abbia
un’apertura mentale troppo limitata per valutare con intelligenza i
fenomeni rari in cui si imbattono gli individui più sensibili, fenomeni
che vanno oltre l’esperienza comune e che in pochi riescono a
percepire. Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta
distinzione tra il reale e l’irreale, che le cose appaiono come sembrano
solo in virtù di delicati strumenti fisici e mentali attraverso cui le
percepiamo; ma il prosaico materialismo della maggioranza condanna come
follia i lampi di visione che a volte squarciano il velo dell’ottica
comune e del più ovvio empirismo”.


da “La Tomba”, racconto di Howard Phillips Lovecraft

A volte ritornano…

Ho bisogno di nuova forza per indignarmi, non posso pensare di aver ancora da
compiere 21 anni e sentire addosso la cinica passività di un’ottantenne. Mi
piacerebbe ritrovare un po’ di quell'”innocenza” e illusione che ti
fa credere di poter cambiare le cose, che non tutto faccia schifo, che ci sia
qualcosa per cui
vale la pena (e questa è la formula magica) lottare.
Così…ecco quello che per me è il pezzo più significativo di uno dei miei
libri preferiti, quello che ha segnato la mia giovinezza che fu (quanto avevo,
15 anni?! Più o meno mezzo secolo fa!). Ho bisogno di ritrovare qualche utopia
da inseguire, di cavalcare in groppa ad un unicorno. Certi giorni mi sento così
vecchia…dovrei recuperare un po’ di quella ragazzina che fuggiva dalla realtà
rifugiandosi tra le pagine di un libro e i cd di musica pop-punk. Insomma,
alcuni cercano di restare degli eterni “Peter Pan”, io invece voglio
ritrovare il Vecchio Alex che è in me, da qualche parte, sono sicura che c’è ancora. ..don’t give up the fight!!!!!

Alex, amico mio, finita questa lettera scenderò per via dei colli, via san Mamolo, via D’Azeglio e via Farini a cavallo della mia celebre vespa special, mi fermerò in piazza Minghetti di fronte alle poste, imbucherò la lettera, forse prenderò un gelato (mi va un gelato alla frutta con le amarene sopra), tornerò indietro, lascerò la vespa in giardino, mi chiuderò in casa e distruggerò tutti i quadri che si sono comprati i miei per far bello questo posto di morti. Mi fa troppo schifo vivere così, e ci sono troppo dentro per cambiare. Comunque, i miei sono dei poveretti. Non è per loro che ho deciso. E’ per me. Ho pensato e pensato, vecchio mio. E le mie conclusioni sono queste: se sei un barbone, un drogato, un immigrato, un albano, sei sfottuto. Ti isolano, sei fuori dal gruppo. Poi, il gruppo ti lascia più o meno in disparte all’inizio, fino a quando non ne fai una troppo grossa, e allora finisci in galera. Se invece sei una persona normale, rispettabile, se sei nel gruppo, bene o male lavori per il gruppo. E questo non vuol dire necessariamente essere onesti. Anzi. I capi del gruppo sono tipo gli amici dei miei, gran stronzi pieni di soldi che cercano di controllare la gente. Con i partiti, con la censura, con i gruppi economici- Ne sai a pacchi di queste cose, tu, che sei una specie di inkazzato sociale. Il gruppo è tutta la merda che ci danno da mangiare, giusto. Ecco, io credo che se ne esca o essendo intelligentissimi o spiritualmente liberi come i monaci buddisti o i grandi filosofi, e allora ci si innalza; oppure prendendo il sacco a pelo e andando a vivere alla stazione o nei campi nomadi, e allora ci si abbassa. A me la prima soluzione non mi va. Troppo dura. E poi l’unica cosa intellettuale che faccio e guardare i film. E la seconda non mi va perché a fare i barboni ci si ammala quasi subito e si diventa pieni di croste e malati e bruttissimi. C’è pure un terzo modo, alla fine: un salto fuori dal cerchio che ci hanno disegnato intorno. Ma fa solo un po’ schifo pensare a come sarà il mio corpo. Ieri notte ho sognato i pompieri che entravano in casa buttando giù la porta e trovavano il mio cadavere. Ero sdraiato per terra a pancia in su. Il pompiere era grosso, sui cinquanta, aveva i baffi neri, mi sollevava la testa e diceva: “Povero ragazzo…” come nei film. Ma sono a posto con me stesso, sai Alex?, perché è la prima grande cosa che faccio. Tutto il resto me l’hanno insegnato, questa storia l’ho progettata e decisa io. Alex, amico mio, sono sereno, non credere. Ti abbraccio e ti saluto con tutta la forza. Non lasciare che ti sottomettano. Non dimenticarmi.

Martino

(da Jack Frusciante èuscito dal gruppo, di E. Brizzi)

Piccolo principe

In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo…”
“Chi sei?” domando’ il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono cosi’ triste…”
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe.
“Che cosa vuol dire <addomesticare>?”
“Gli uomini” disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire “<addomesticare>?”
“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire <creare dei legami>…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro’ per te unica al mondo”.
“Comincio a capire” disse il piccolo principe. “C’e’ un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“E’ possibile”, disse la volpe. “Capita di tutto sulla Terra…”
“Oh! non e’ sulla Terra”, disse il piccolo principe.
La volpe sembro’ perplessa:
“Su un altro pianeta?”
“Si”.

“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
“No”.
“Questo mi interessa. E delle galline?”
“No”.
“Non c’e’ niente di perfetto”, sospiro’ la volpe. Ma la volpe ritorno’ alla sua idea:
“La mia vita e’ monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio’. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara’ illuminata. Conoscero’ un rumore di passi che sara’ diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara’ uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu’ in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e’ inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e’ triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sara’ meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e’ dorato, mi fara’ pensare a te. E amero’ il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardo’ a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, pero’. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non ci conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno piu’ tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia’ fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu’ amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domando’ il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, cosi’, nell’erba. Io ti guardero’ con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ piu’ vicino…”
Il piccolo principe ritorno’ l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero’ ad essere felice. Col passare dell’ora aumentera’ la mia felicita’. Quando saranno le quattro, incomincero’ ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro’ il prezzo della felicita’! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro’ mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
“Che cos’e’ un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa e’ una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’e’ un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e’ un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Cosi’ il piccolo principe addomestico’ la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangero'”.
“La colpa e’ tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
Poi soggiunse:
“Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua e’ unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero’ un segreto”.
Il piccolo principe se ne ando’ a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora e’ per me unica al mondo”.
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si puo’ morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, e’ piu’ importante di tutte voi, perche’ e’ lei che ho innaffiata. Perche’ e’ lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perche’ e’ lei che ho riparata col paravento. Perche’ su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perche’ e’ lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perche’ e’ la mia rosa”.
E ritorno’ dalla volpe.
“Addio”, disse.

“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale e’ invisibile agli occhi”.
“L’essenziale e’ invisibile agli occhi”, ripete’ il piccolo principe, per ricordarselo.
“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi’ importante”.
“E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurro’ il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verita’. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripete’ il piccolo principe per ricordarselo.

(da “Il Piccolo Principe” di  Antoine de Saint-Exupéry)

Dedicato ai poveri piccoli idealisti smarriti nel mondo reale da parte di una persona cha avrebbe un dannato bisogno di sentirsi “volpe”. Porcaccia la miseria, ma quando sono diventata così vomitevolmente melensa?! La rispota la so…però questo non migliora le cose, anzi! Altro che Principe Azzurro a cavallo, io voglio un Piccolo Principe!

Apatia (portami via…)

“E forse non finiamo all’inferno per quello che facciamo. Forse finiamo all’inferno per quello che non facciamo”
C. Palahniuk, “Ninna Nanna
 

Se fossi uno dei sette peccati mortali, sarei sicuramente l’accidia. Per fortuna non mi pongo il problema della vita ultraterrena, sennò già mi vedrei in barca con Caronte.  L’inferno di cui ho paura io è un altro, più terreno e pressante, è quello che ognuno si costruisce per sè, quel posto in cui rinchiude le proprie ansie, i timori, gli incubi, le aspirazioni più segrete e agghiaccianti, i desideri che ciascuno ha paura di ammettere perfino con se stesso. L’inferno è quel posto che ci portiamo in tasca, dove vanno a finire le cose che non facciamo e che avremmo dovuto, ciò che non portiamo a termine per paura delle conseguenze. Il vero regno degli inferi sta all’antitesi del peccato originale: non è la disubbidienza a Dio, bensì la cieca (e stupida?!) fiducia in ciò che abbiamo, convinti che di meglio non possiamo ottenere. Credere nell’immobilità senza osare muoversi, ecco l’inferno. E poi, biblicamente, quando fa la sua comparsa il diavolo?! Nella Genesi quando, sotto forma di serpente, insinua in Adamo ed Eva il dubbio sulla famosa mela, ovvero quando li invita ad uscire dalla cieca sottomissione ad un dogma che era stato loro imposto. Il  diavolo dona all’uomo la possibilità di scegliere, il libero arbitrio…è questo il vero inferno: l’impossibilità di essere neutrali, pena la condanna al rimorso. Si dice che dai propri errori bisognerebbe imparare…staremo a vedere…insomma, il proverbio dice “errore è umano, perseverare è diabolico”…buahahaha