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Betrayal

Ci vorrebbe un post lungo, lirico e straziante. Uno di quelli che mi veniva tanto dolorosamente naturale buttar giù nelle fatale estate 2006. Che non per tutti l’estate post maturità è entusiasmante come un film del giovane Muccino. Ma non è questo il punto. (Che poi io dico spesso “ma non è questo il punto”, come se poi ci fosse un qualche scopo nei miei panegirici. Non è che il blog si chiama elucubrazioni a caso eh…). E niente, è che sono tornata poco fa da un concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti. È la seconda volta che li vedo live ed è inevitabile (vuoi per i loro testi, vuoi perché sono fatta così) per me ripensare al loro concerto di boh…6/7 anni fa? Che poi non fosse proprio in quel lasso di tempo che mi ha così a fondo inciso la carne, che non sia quello  che subdolamente mi spinge a DOVER scrivere in questa notte romagnola. Penso di no cmq,  da questo punto di vista, quantomeno questa volta, il dettaglio cronologico che rimanda indietro alla me neodiplomata isterica è poco rilevante. La mia riflessione “urgente” rimanda alla fedeltà (il titolo dovrebbe suggerirlo, no?). È che sono appena entrata, caduta, piombata, sprofondata, precipitata, caracollata, in quella fase della vita in cui vedi te stesso a 16/17 anni e ti senti una merda nei tuoi confronti. Perché a dirla tutta io poi tanto idealista non lo sono mai davvero stata. Sì, insomma, il solito dilemma pigra perché disfattista o viceversa non è storia recente, diciamo così. E però ci sta un abisso psicologico, prima che temporale tra l’essere un ignavo ed essere un “adagiato”. Perché se ti ritrovi a 26 anni a passare le ore ad una scrivania, lavorando per qualcosa che cozza profondamente con quelle poche cose in cui avevi in qualche modo “creduto”, allora forse è il caso di fermarsi e chiedersele due cosine. Perché sì, essere realisti e tutte quelle robe tanto odiate dal buon Hank (“Detesto i prati, perché tutti hanno un prato con l’erba e quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri,  si diventa tutti gli altri”), che sono poi le cose che finiscono banalmente nella categoria “fottutissimo vivere comune”. Sì, va bene….perché con la pancia vuota filosofeggiare diventa difficile. Ecco però alla fine a me, mi frega l’onestà intellettuale (eh sì, abuso di quest’espressione!). E in questo preciso istante della mia vita mi sento davvero una puttana. Una gran mignotta traditrice.

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A long road to nowhere

Il bisogno di radici, di affondare i piedi in qualcosa che io senta un po’ più mio, inizia a farsi assillante, fino a mozzarmi il fiato in certi momenti. Giorni così…in cui tutto sembra inutile, in cui l’aria è irrespirabile, in cui ogni piccolo dettaglio sembra irrimediabilmente sbagliato. Ciclica fase di pessimismo, fastidio e scazzo cosmico. Passerà, come sempre. Tornerà, come sempre. Solo che a volte…tutto questo…mi sfinisce…e come sempre…Charles…
Quando basso e pesante il cielo grava
Come un coperchio al gemebondo spirito
Preda di lunghe accidie, e a noi, abbracciando
Tutto il cerchio dell’orizzonte, versa
Un buio lume, più triste che notte;
Quando la terra si trasforma in umido
Carcere dove la Speranza, come
Un pipistrello, se ne va sbattendo
Contro i muri la sua timida ala,
Urtando il capo a putridi soffitti;
Quando la pioggia, stendendo le sue
Immense strisce, imita le sbarre
D’una vasta prigione, e un muto popolo
Di ragni infami al fondo del cervello
Viene a tenderci le sue reti, – a un tratto
Campane erompono furiose e lancian
oVerso il cielo uno spaventoso urlo,
Come spiriti erranti e senza patria
Che diano in gemiti, ostinatamente.
E dei lunghi, funerei cortei
Vanno sfilando nell’anima mia
Senza tamburi né musica, lenti.
È in lacrime, ormai vinta, la Speranza
L’atroce Angoscia mi pianta, dispotica,
Sul cranio chino il suo vessillo nero.

Spleen

Oggi è una di quelle giornate in cui si ha voglia solo di stare nel letto, a guardare le lancette che girano…è una di quelle giornate da “spleen”, in cui non c’è motivo per essere di cattivo umore, ma allo stesso tempo non si è felici, nasce una malinconia difficile da spiegare a parole…il mio adorato Charles ha scritto una serie di poesie su questo stato d’animo, la prima che ho letto e che mi ha fatto innamorare di lui è questa:

Spleen

di Charles Baudelaire

Quando il cielo basso e grave pesantemente incombe

Sullo spirito che geme in preda a lunghe pene

E serrando tutto il giro d’orizzonte versa

Una luce nera più triste della notte

Quando la terra si trasforma in umida cella

Dove la Speranza, come un pipistrello

Sbatte contro i muri con le timide ali

E urta con la testa nei soffitti marciti

Quando la pioggia spiegando le sue immense strisce

Imita le sbarre di una prigione smisurata

E un muto popolo di ragni si mette, infame,

a tessere la sua tela dentro il nostro cervello

con furia e all’improvviso esplodono campane

e lanciano verso il cielo un urlo orrendo

che sembra il gemito ostinato

di erranti spiriti senza patria

E senza musica né fanfara, lunghi carri funebri

Sfilano lentamente nella mia anima sconfitta

Piange la Speranza e, dispotica, l’Angoscia atroce

Sul mio cranio arreso pianta il suo vessillo nero.