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Aggiornamenti rapidissimi per i pochi a cui interessano

Come da titolo insomma…cose random successe nella mia (irrilevante) esistenza negli ultimi tempi. Procediamo con elenco numerato che fa blogger (?!) figo:

  1. 21/5/17 Ho raggiunto una nuova decina, ovvero ho compiuto i fatidici 30 anni di vita, “festeggiandoli” sommessamente a Bologna al Caffé Olè (da Linda) in porta Mascarella, piccola tradizione dell’ultimo triennio.  Che in realtà non è esattamente vero, perché ero lì la sera del 20, allo scoccare della mezzanotte ero in auto col mio amicone che andavamo verso casa sua in Riviera Romagnola. Il giorno del genetliaco ho fatto 2h di treno per arrivare in Emilia da Tatolo, per celebrare la mia “vecchiezza” anche con lui.
  2. 17/6/17 I-days di Monza per il concerto dei (quasi) Blink 182 e Linkin Park. Siamo arrivati che iniziavano a suonare i Sum 41 (non ho idea di chi ci fosse prima :D), dopo una fila assurda sotto un sole delirante e in mezzo a un polverone da Far West. Decisamente impattante sentire live gli inni della mia adolescenza cantati da qualcuno che non fosse il vero, detestabile, tragicamente inimitabile Tom Delonge; resa live sicuramente migliore con Matt Skiba alla voce (Skiba che ricordiamo io apprezzo moltissimo per gli Alkaline Trio), ma che vi devo dire…per me era tutto troppo strano. I pezzi dell’ultimo disco California invece una resa live pazzesca. I Linkin Park, che onestamente non ho mai seguito, una presenza scenica e una potenza vocale da panico. E alla luce dei tragici eventi successivi, sono felice di aver sentito Chester Bennington dal vivo prima del suo suicidio. Al di là dell’aspetto prettamente musicale, vi inviterei a leggere le recensioni dell’evento sulla sua pagina Facebook, perché davvero location e logistica del concerto sono stati una cosa oltre i confini dell’assurdo. Mai più Monza e w l’I-day all’Arena Parco Nord di Bologna!
  3. 18/7/17 Poi, ringraziando l’Orologiaio Cosmico, anche giugno è finito in archivio ed è giunto luglio, mio ultimo mese di lavoro, di quel posto che se mi leggete assiduamente…avete capito. Ultimo mese per “colpa mia”, calcolando che ho deliberatamente rifiutato la proroga al 31 agosto, che sarebbe in ogni caso stato il termine ultimo del contratto. Ma queste sono pippe, era solo per dare completezza di informazioni. (Sono una brutta persona). In ogni caso, la data riportata ad inizio del punto 3 riguarda il concerto dei Biffy Clyro a Rimini, per cui vale ancora e di più il post adorante di febbraio, con l’aggiunta che questa volta Simon Neil ha cantato una versione acustica da brividi di God&Satan e io ho quasi pianto. Aggiungerei anche che questa volta ero decisamente più vicina 😀 Primo gruppo spalla locale non l’ho visto, sono arrivata che stava finendo, You me at six notevoli live come energia, ma dopo le prime 3/4 canzoni un po’ ridondanti a mio parere. E niente, viva la Scozia e mon the Biff!biffy intro @rimini
  4. Ultima settimana di luglio Ho sfidato la torrida estate emiliana, questa volta io e Tatolo anziché fare soltanto i divanati ci siamo concessi una gita a Fontanellato, per esplorare il labirinto ideato da Franco Maria Ricci. A dirla tutto l’ho dovuto quasi costringere, ma ero davvero curiosa di vederlo! E’ decisamente caro, 18€ per visita alla collezione (che francamente meh…) e labirinto non è sicuramente un prezzo stracciato, ma per una volta vale la pena, perché è una cosa da vedere.labirinto.JPGDopodiché, percorso opposto a quello del mio compleanno e rotta verso la Romagna, dove il 29/7/17 ho partecipato alla Rimini Summer Pride, con il solito amico ormai storico. Ce lo eravamo ripromessi da qualche anno e finalmente ne abbiamo avuto l’occasione. Esperienza sicuramente gioiosa e piacevole, alla quale sono felice di aver preso parte.atei.JPG

In mezzo a tutto questo ho lavorato nel delirio di un ufficio con carenza devastante di “quote azzurre”, ferie concesse a caso, pratiche che si ammucchiano, colpi bassi, incompetenza generalizzata e senso di menefreghismo a condire il tutto; tuttavia, ciò è estremamente noioso e preferisco sorvolare. Last but not least, domani parto per le ferie e se sono brava prima o poi su queste pagine troverete un post sulle capitali baltiche.

Trained monkey

E’ passato del tempo. Però dai, in relazione agli ultimi due anni di vita del blog, nemmeno troppo. Nel frattempo, negli ultimi giorni, le mia vita “lavorativa” è diventata noiosamente frenetica. E lo so che “noiosamente frenetica” più che un ossimoro suona come una grossa idiozia, ma quando le opportunità che si susseguono in maniera inattesa riguardano cose che non pensi abbia un gran senso fare (citandomi nel post di fine settembre “un lavoro tritaneuroni, monotono e totalmente insoddisfacente”), alla luce di questo, forse l’espressione apparentemente strampalata acquista un senso. Quindi da domani si ritorna a fare la scimmia ammaestrata, perché così dice di fare la società. Perché la mia devastante abulia causa questo genere di situazioni da mal di stomaco. Per un po’, finché si regge, ce la faremo andare bene così. Al limite poi nessuno ti lega mai ad una sedia, “viviamo in gabbie con le porte aperte”, disse una volta qualcuno al cui nome non sono riuscita a risalire.

Vabbè, parliamoci chiaro, altrimenti tutto risulta inutilmente oscuro. Il mio babbo lavora in una scuola, fa il tecnico di laboratorio informatico. E siccome la maggior parte degli umani viene al mondo per essere il più conservativo possibile, un lustro fa, il mio signor genitore mi ha fatto iscrivere alle graduatorie per supplenze nelle segreterie del magico mondo dell’istruzione. Ora io eviterò i dettagli, perché il world wide web alle volte non è proprio così “wide”. Anni sono passati senza che nulla accadesse su quel fronte, fino a quando, da fine marzo ad agosto dello scorso anno, mi sono ritrovata a fare il coadiutore amministrativo scolastico. Questo è ciò che accadrà nuovamente a partire da domani. Nella medesima scuola del sopracitato donatore di patrimonio genetico, tra l’altro. In realtà negli ultimi 10 giorni è stato un turbine di chiamate in quel senso: sei scuole. Ho avuto offerte di contratti lunghi e altri decisamente più brevi. Ho optato per questa soluzione perché non è né l’una, né l’altra, nel senso che potrebbe durare tre settimane (quelle al momento sono piuttosto certe) o parecchi mesi, con il vantaggio che si rinnova (o rinnoverebbe) di mese in mese; ovvero, se decido che ne ho piene le palle, so che ad un certo punto posso rifiutare la proroga al mese successivo senza perdere la disoccupazione. Mi rendo perfettamente conto del ragionamento italiota da “figlia del benessere” che può permettersi queste soluzioni, ma francamente ‘STICAZZI.

Sappiate che il fertility day era un po’ per colpa mia, perché questi pensieri, che oggettivamente sono abbastanza sbagliati, nascono dal fatto che io non ho intenzione di accasarmi e riprodurmi. A me non INTERESSA accumulare punti, avere per forza uno stipendio e un lavoro poco soddisfacente, perché “fare il nido” non è mai stato un mio obiettivo. E se sapessi qual è, questo blog non si chiamerebbe “Elucubrazioni” e non sarebbe permeato di disfattismo, apatia e scazzo cosmico. Sono un animo irrequieto ed è faticoso. E pensare che ero partita con l’idea di scrivere un post su Lisbona. Invece ecco qui, un inutile pippozzo sul mio essere un pessimo individuo. In tutto questo, tra l’altro, ci perdo le ferie che avevo prenotato la penultima settimana di novembre a Bruxelles e Sofia (destinazioni apparentemente inconciliabili, ma accomunate dalle super offerte RyanAir di questa primavera). Però prometto che prima o poi arriverà anche il “reportage” dalla capitale portoghese!

P.s. Tanti auguri a me e a Tatolo, oggi sono otto anni che ci consideriamo morosi. Che anniversario inquietante…

P. p. s. Speriamo nessun CAS finisca a leggere questa pagina, sennò si offende o.O

Porto

Chi l’avrebbe mai detto che in tempi relativamente brevi avrei effettivamente iniziato a scrivere il “reportage” sul mio viaggio in Portogallo. Non aspettatevi troppi dettagli, ma forse potreste recuperare qualche informazione utile se decideste di visitare Porto e Lisbona. Visto che qui mi pare diventi lunga, spezzerò in due post: uno per ogni città.

Partenza da Orio al Serio e atterraggio a Porto. Comodissima la metro proprio sotto all’aeroporto, dove alla biglietteria automatica dovete obbligatoriamente fare la tesserina magnetica ricaricabile (mi sfugge il prezzo esatto, ma mi pare fossero 50 cent) e “caricare” la tratta desiderata. Un modo veloce ed economico per raggiungere il centro. Avevo prenotato su Airbnb nel quartiere Lapa, in un vicolo proprio dietro la Igreja de Lapa. Se siete amanti dei cimiteri monumentali, quello dietro la chiesa merita davvero una visita: ha delle cappelle funebri che sembrano uscite da un racconto di Edgar Allan Poe.

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Da lì comunque in circa un quarto d’ora a piedi si raggiunge la piazza sulla quale si affaccia il Municipio della città di Porto. Lungo il tragitto non mancano le opportunità per fare colazione a prezzi decisamente abbordabili. La strada è in leggera discesa, questo significa, ovviamente, che al ritorno dovrete fare un po’ di salita, ma se vi spaventano i saliscendi il Portogallo non va per noi, perché lo stesso “problema” si ritroverà a Lisbona.

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La città non è particolarmente grande e si può tranquillamente visitare in un weekend, le attrazioni principali sono la Cattedrale (Sè), la Estação de São Bento coi suoi interni magnificamente decorati con le azulejos e lo spettacolare ponte Dom Luis, che unendo le due sponde del Douro permette di raggiungere Villa Nova de Gaia, parte della città famosa soprattutto per le cantine del celeberrimo e omonimo vino. Restando ancora su questo lato del fiume troviamo la libreria Lello e Irmao, alla quale J. K. Rowling (che ha insegnato inglese in Portogallo) si è ispirata mentre scriveva Harry Potter, con la sua scala dalla strana forma ad elica. Per entrare bisogna fare un biglietto che costa 3€ in un “baldacchino” dall’altro lato della strada. Personalmente la trovo un pochino sopravvalutata, ma merita una visita, se non altro per togliersi lo sfizio.

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La sponda del fiume è dominata dalla Torre Dos Clerigos che svetta sul panorama della città.

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Più in basso troviamo forse il quartiere più caratteristico di Porto, Ribeira. Si trova in prossimità del ponte Dom Luis e sorge proprio sulla sponda del Douro, acquisendo la magia tipica dei quartieri che si specchiano nell’acqua. Alla “caciara” dei turisti seduti nei ristoranti  sulla riva, preferite un giro tra gli stretti vicoli che si nascondono lì dietro.

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Perché la vera magia di Porto sta proprio nelle case a volte sbilenche e malandate, nelle lamiere traballanti, nel senso di “‘sticazzi” che pervade una città alla cui anima sembra fregare davvero poco dell’essere turistica. Ed è l’aria che si respira in vincoli come questi a renderla un posto nel quale vale la pena semplicemente perdersi tra le vecchie abitazioni almeno un paio d’ore.

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Ma non si può parlare di Porto senza citare l’omonimo vino. E allora andiamo sull’altra sponda del fiume Douro, a Villa Nova de Gaia, come vi dicevo prima. Disseminati per la città trovate delle “torrette” che fungono da mini ufficio turistico dove è possibile comprare dei pacchetti con le varie cose da visitare in città. Io ho fatto quello 2 cantine con degustazione+funicolare, che mi pare costasse 8€. Avevo visitato le cantine Florio a Marsala qualche anno fa e in proporzione qui il gioco non vale la candela. Il costo è tutto sommato contenuto, vi danno un assaggio del loro vino, ma la visita alla cantina vera e propria non è particolarmente interessante, soprattutto per quanto riguarda le cantine Cruz, che sono fondamentalmente un bar con dei video sulla produzione del vino. Più interessante invece l’altra cantina del “pacchetto”, di cui mi sfugge il nome, mannaggia a me, e che non sono riuscita a recuperare su internet. Le foto comunque si riferiscono a questa seconda location. Estremamente trascurabile da un punto di vista paesaggistico la “cabinovia” che ha semplicemente lo scopo di riportarti dalla riva del fiume alla parte alta del ponte Dom Luis.

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Ciò che ricordo con più piacere della due giorni a Porto comunque è stato il viaggio sullo storico tram 1 Infante – Passeio Alegre, che partendo dal centro città, davanti al Palacio de Bolsa, in circa 20 minuti di tragitto, arriva fino ad un faro sull’oceano. Il biglietto lo fate direttamente in carrozza, andate e ritorno mi pare siano 5€ a persona.  Nelle foto vedete i due capolinea.

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Io poi ho una particolare passione per i fari, nata credo al Mull of Galloway in Scozia nell’ormai lontano (credo) 2007 e notevolmente nutrita durante il viaggio in Bretagna e Normandia del 2011. E poi c’era la nebbia. Io adoro la nebbia. Peccato non avessi voglia di fare un post l’anno scorso in novembre quando sono tornata dalla “full immertion” linguistica di York, perché lì  è stato davvero spettacolare.

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Ordunque, così si conclude la prima parte del resoconto di viaggio. Spero di scrivere di Lisbona tra qualche giorno.

Cose che ho fatto, che avrei dovuto fare, che non ho più voglia di fare

Buongiorno,

mi sorprende piacevolmente notare che qualcuno ancora  lo leggiucchia questo blog. Mi strappa anche un sorriso il recente commento, calcolando la mia totale sparizione da un forum che ho bazzicato abbastanza per un certo periodo, perché ho il brutto vizio di esprimere pareri non richiesti. Grazie, ho molto apprezzato.  Questo piccolo segnale mi ha fatto venire voglia di “battere un colpo” su queste pagine. Vorrei tanto aggiornarvi con le mirabolanti avventure di un’adorabile (sì, sono adorabile, sapevatelo!) paranoica, ma fondamentalmente si potrebbe copia/incollare il post di luglio dello scorso anno. Vita sentimentale pressoché identica, così come la residenza. L’unico piccolo sussulto l’ha registrato il conto in banca, visto che tra primavera ed estate ho svolto un lavoro tritaneuroni, monotono e totalmente insoddisfacente, ma quantomeno lo stipendio era a quattro cifre (non pensate a robe incredibili, ma di ‘sti tempi vedere un 1 seguito da altri tre numeri non è malaccio). E ora sono di nuovo in quella tragicomicamente ricorrente fase della mia vita in cui non so che fare, in cui avrei voglia di cambiare tutto perché mi sento piccola e incompresa, ma sono travolta dalla sgradevole fissazione di essere una minuscola particella di sodio in acqua Lete. Ho un po’ la sindrome della damigella in pericolo, mettiamola così. Solo che non arriva il Principe Azzurro sul cavallo bianco a portarti il lavoro dei tuoi sogni e magari un buco in cui vivere all’ombra delle Due Torri (no, non quelle della Terra di Mezzo, quelle in Emilia). Sarebbe un’interessante rivisitazione delle fiabe classiche tra l’altro, una sorta di eroe 2.0, che ‘sta cosa del castello, il reame, la prigionia nel bosco e le matrigne sono un po’ troppo old-school oramai. Le donzelle al giorno d’oggi vanno liberate dal precariato, porca miseria. Vabbè, che di questi tempi pure il Principe Azzurro verrebbe assunto solo come stagista. Questo più o meno è quanto, un po’ un post generico di “raccordo”, se così si può chiamare. Avrei potuto scrivere un post lo scorso anno sul mio piccolo viaggio di agosto nei Balcani, ma vi farò solo presente quanto è bella Sarajevo. Anche perché ormai è un po’ tardi per parlare di quell’esperienza. Potrei invece, quasi verosimilmente, fare un piccolo resoconto delle ferie concluse da poco a Oporto e Lisbona; ma questo più avanti. Per intanto, ho battuto un colpo.

Anni che passano e cose che a volte ritornano…

Erano parecchi parecchissimi mesi che non loggavo su WordPress. L’inedia ha preso il totale possesso della mia esistenza e dal criptico post del 30 luglio di praticamente un anno fa, non è che sia successo poi granché… La vita scorre pigra e lenta, coi suoi lunghi momenti di deleterio piattume e i brevi sprazzi che ti tengono ancorato ad un barlume di sanità mentale. Così, piccolo aggiornamento personale, se a qualcuno dovesse importare: nel frattempo NON mi sono sposata (:D), NON mi sono trasferita (:\), NON ho trovato un’occupazione stabile (;O), NON ho contribuito all’aumento del sovraffollamento del globo (:P). Ah, però sto ancora con Tatolino ❤

Però ecco, stanno QUASI succedendo cose. Nel senso che lo scorso autunno, dopo lo strano luglio all’estero e un agosto in ferie, mi sono infilata in quel magico tritacarne che è la Garanzia Giovani, il simpatico programma statale per i giovani dai 18 ai 29 anni. E dopo rimbalzi di uffici, colloqui, code, corsi, mail e puttanate assortite, a distanza di tipo 10 mesi da quando mi sono registrata sul portale (sig!), settimana scorsa ho iniziato uno stage che potrebbe quasi essere figo e sensato per quanto riguarda la mie “ambizioni” lavorative.

E poi, visto che su questo blog se n’è parlato  anche in passato, volevo dire che sono stata a due concerti in tempi più o meno recenti: i Placebo il 20 maggio all’Arena di Verona ed i Libertines al Fabrique di Milano sabato scorso. Avevo già visto Brian Molko e Stefan Olsdal al Castello Scaligero a Villafranca, quando alla batteria c’era Steve Forrest. E devo dire che pur essendo stato un buon concerto in una location meravigliosa, in cui non ero mai stata, il cambio di batterista, o forse anche gli anni che avanzano, si sono fatti sentire.

I Libertines invece sono stati decisamente impattanti. Un concerto come questo, così come lo sono stati i Blink 182, è prima di tutto un viaggio dell’anima, poi un’esperienza musicale. Perché sono più vicini ai 40 che ai 30 e sembrano ancora un adorabile gruppo di coglioni scapigliati che fanno le prove in garage. Perché sono dei cazzari. Perché sono sensibile agli stereotipi romantici e alle relazioni disturbate e vedere Pete e Carl dividersi un microfono è meraviglioso. Perché adoro la musica semplice e secca. Perché l’alone di “belli e dannati” ha su di me una presa da bimbominkia di cui quasi mi vergogno. Ma soprattutto perché live certe canzoni fanno venire letteralmente i brividi. Up the bracket mi ha esaltato live da pazzi, così come mi ha esaltato dal primo ascolto, così come continua ad esaltarmi e così come mi esalterà domani. L’apice per la sottoscritta comunque è stata You’re my Waterloo, dove è quasi scesa la lacrimuccia. Immensi.

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P.s. John Hassall è dietro la colonna…tipo era imbullonato lì, visto che si è mosso pochissimo 😀

Random feelings

Non credo di essere ancora pronta a metabolizzare e mettere per iscritto quello che è stato tra il 27 giugno e il 24 luglio. Credo di essere ancora emotivamente provata, turbata e parzialmente in lutto, per il tritacarne emotivo che ho passato. Nel frattempo, la canzone che fa da colonna sonora a questo mio peculiare momento esistenziale.

L’educazione sentimentale

It’s Christmas Eve! Ma a me della vigilia di Natale non interessa un granché. Mi chiedo se esistano adulti senza figli a cui il Natale piace davvero. Probabilmente sì e tanti, mica viviamo in un mondo di Grinch. La mia riflessione notturna random con questo in realtà non c’entra nulla, riguarda invece il “giudizio” sul sentimento altrui. In Italia viviamo all’interno di una società che si scandalizza per le coppie omo, ma ritiene “culturalmente” accettabili tutta una serie di comportamenti REALMENTE lesivi all’immagine della coppia voluta dai simpatici cristiani. Non voglio fare la massmediologa di ‘sta ceppa, quindi evito di soffermarmi su tutte le soap-opera melense e melodrammatiche che ci sono. Io mi limito ad una considerazione nata da una situazione estremamente vicina a me (mia sorella, 18 anni). Come si fa a dire “ti amo” a tre persone diverse nell’arco di 2 anni e mezzo? Come si fa ad entrare ed uscire dalle vite delle persone (con tanto di cene con parentame della “dolce metà” di turno) con tanta facilità? Ora io mi rendo perfettamente conto dei miei limiti di sfigatella repressa che ha perso 5 anni dietro ad un ragazzo con gusti FIN TROPPO simili ai suoi (you know what I mean…). Mi rendo conto che non tutti possano dannarsi l’anima per un altro essere umano tanto a lungo, senza reciprocità. Mi rendo assolutamente conto poi che da teenagers uno abbia anche voglia di “provare”. Ma perché depauperare l’esperienza relazionale? Pur ammettendo i miei fondamentalismi, le mie stramberie, le mie intransigenze, non posso pensare che un qualsiasi essere umano sia in grado di AMARE qualcuno, porre fine alla storia e una settimana dopo AMARE una persona completamente diversa. Non posso pensare che sia normale infilarsi nelle FAMIGLIE della controparte perché si è innamorati e poi tutto finisce e 15 giorni dopo si PORTA A CASA un altro. Sarò io che dò troppo importanza alle cose, alle parole, agli atteggiamenti, sarà l’invidia, sarà il rancore del mio passato Amore frustrato, ma questa roba qui mi turba proprio. Sarà che la vivo in “diretta”. Sarà che dalla prima superiore sono passati SOTTO QUESTO TETTO almeno 5/6 morosini di mia sorella. E mi chiedo se sono io particolarmente bacchettona (e probabilmente lo sono). Non mi sconvolge che un teen sia un po’ farfallone, non mi sconvolge l’idea di storie superficiali, senza importanza. Mi lascia perplessa invece il somministrare steroidi emotivi a relazioni graciline e poco “palestrate”. Sarà anche che io ho un senso della riservatezza (figlio diretto del mio egocentrismo) enorme. Perché non si può limonare e financo copulare con Tizio e Caio di turno senza per forza dovergli dire TI AMO e andare a mangiare la torta al compleanno di sua nonna? E, di contro, perché non ci si fanno scrupoli il mese dopo ad amare, copulare e mangiare la torta per il compleanno della nonna di un altro? A me personalmente lascia immensamente più nauseata lo sfoggio tanto ridicolo di relazioni amorose che si rivelano interscambiabili, piuttosto che i dettagli anatomici del sesso tra due persone che davvero condividono qualcosa in quanto uniche l’una per l’altra. Perché siamo esseri umani schifidi e insignificanti, detestabili e sostituibili. Ma se c’è una cosa in cui dovremmo essere “speciali” è l’Amore, perché SE si ama, lo si fa verso UNA persona per il modo in cui lei È. E se questo finisce si viene privati di un pezzo importante di se stessi, di ciò che si era messo in gioco, di ciò che si era visto nell’altro. Un Amore che finisce è un lutto, è una necrosi dell’anima, una ferita lancinante, sanguinante che ha bisogno di tempo per rimarginarsi. E le catene di montaggio notoriamente spersonalizzano, alienano e privano l’umano della sua identità di persona. A me sembra un po’ la storia di “al lupo, al lupo!”. Per quante volte in un limitato lasso di tempo (e in senso assoluto in realtà, ma su questo sono più “agnostica”) si può dire “TI AMO” risultando credibili? Lo so, lo so…non esiste un numero. Lo si può fare il numero di volte in cui il pirla di turno è disposto a crederti. E poi si “timbra” il compleanno di un’altra nonna. E nella percezione comune questi non vengono delineati come “mal-educazione sentimentale” e identificati come il germe della decadenza di un sistema di valori improntati sulla famiglia e sul matrimonio. No, l’importante è che i gay spariscano dal pianeta! Ma vaffanculo vah,,,

P.s. La citazione nel titolo dell’omonimo romanzo di Flaubert è voluta, anche se non c’entra …

Cose un po’ così

In questi giorni, un po’ di viaggio, un po’ di svago, un po’ del solito scazzo e senso di spaesamento esistenziale, ho pensato ad un sacco di cose diverse delle quali avrei voluto/potuto/mi sarebbe piaciuto scrivere. Ma come in un banale cliché le idee più prolifiche mi sono sempre giunte ben oltre il calar delle tenebre e per pigrizia o impossibilità nulla si è concretizzato. Riflessioni trite e stantie su partenze e ritorni, sul genere umano, sull’essere innamorati, su me stessa und so weiter. La verità è che mi trovo in uno di quei (frequenti) periodi in cui non ho una gran voglia di essere me. Stando al mio profilo di Facebook poi si è verificata un’inquietante tempesta di matrimoni, il che mi fa pensare che ci sono persone convinte (quantomeno in un dato momento) di una scelta di vita. E io tutto quello che so è quanto mi sembrino odiose e scontate la maggior parte delle scelte del genere umano. Alla volte poi viene da chiedermi su cosa si basino queste mie considerazioni, cosa ci sia di sbagliato in me per non volere ciò che sembra ovvio a chiunque altro. E questo, in parte per il solito inutile e malcelato senso di superiorità, in parte per invidia, mi induce a pensare agli stereotipi. Perché credo sia proprio questo a rendere certe categorie stigmatizzate: l’ottusa e sterile tendenza trincerarsi dietro convinzioni rigide e difenderle senza esserne davvero in grado. Ad esempio, leggendo il famigerato FB e altri vari commenti in giro per internet mi è venuto da chiedermi se le risposte di certe donne ai commenti (presunti) sessisti non siano poi il motivo per cui nel 2013 certe affermazioni hanno ancora senso di esistere. Che poi sì…è vero…parlo per invidia, perché io una “bandiera”, quale che sia, non sono mai riuscita ad averla e quindi quest’identificazione, seppure becera e bigotta, in qualche modo mi manca. Tutto quello che ho è la paura di essere me o forse piuttosto quella di non riuscire ad esserlo. I just don’t know what to do with myself…

Twice

Avrei voluto sorvolare. Avrei voluto sorvolare per un’infinità di ragioni: per il tempo trascorso, per il fiume di parole già a suo tempo tracimate dagli argini della mia psiche malconcia, per la mia situazione sentimentale attuale, per l’inutilità di tutto questo. Una decina di giorni fa circa ho sorvolato sul meraviglioso incontro. Ritrovarmelo davanti nell’arco dello stesso mese, mi sembra troppo surreale per non scriverne. Di chi sto parlando? Miei cari lettori (?!) dell’ultim’ora, dovreste farvi un giro sull’archivio ante-2008 di questo blog per capire di chi parlo. Perché il protagonista più o meno latente, agli albori di questo sito (che ai tempi era un qualcosa tipo elucubrazioni.livespace.com), è stato lui. Sempre lui. Lui, coi suoi occhi malsanamente azzurri (che mi scatenano sempre turbini di imprecazioni), lui col suo modo di parlare, lui col suo sorriso timido, lui con la sua mimica facciale, lui e i suoi capelli (un po’ meno in realtà) castano rossicci. Insomma, lui…in tutta la sua “cipollinitudine” . E alla fine, basterebbe andare a ripescare uno di quei post (e sono certa ce ne sarà almeno una decina) e riproporlo. Ma no, perché…perché sono passati 8 anni, 5 mesi e 11 giorni dal fatidico 17 febbraio 2005. Perché dopo la maturità e “quella” lettera l’ho “perso”. Perché l’ho rivisto verso Capodanno 2010, ho provato a chiedergli di restare in contatto, ma niente. Perché nel frattempo ho un moroso che amo da 4 anni e mezzo. Ma nonostante tutti questi perché che rendono diversa la situazione, penso che le emozioni potrebbero essere più o meno le stesse. Le sensazioni tipo 9 giugno 2007, quando dopo non ricordo che evento studentesco ed il concerto di Frankie Hi-nrg abbiamo fatto tipo “Lilly e il vagabondo”  raccogliendo i cavi sul palco, quando per qualche secondo ci siamo abbracciati e io ricordo chiaramente di aver pensato “All I ever wanted, all I ever needed is here in my arms”. E ancora una volta, di nuovo, ho bisogno di fissare con le parole questa “cosa”. Ho bisogno di lasciare traccia delle mie mani che ancora tremano vicino a lui. Ho bisogno di lasciare traccia del Nulla che mi attraversa quando lo sfioro. Ho bisogno di lasciare traccia dell’insensata felicità che mi pervade all’idea della sua esistenza. Ho bisogno di lasciare traccia che incrociarlo scatena nella me 26enne laureata inoperosa, le stesse identiche sensazioni che dirompevano nella non ancora 18enne liceale nichilista. E diamine, quando scrivevo del “per sempre” di cui questa strana straziante vicenda mi è sempre sembrata intrisa, non immaginavo fosse così intenso anche a distanza di anni. Innamorarmi di lui ha cambiato irrimediabilmente il corso della mia esistenza e questo l’avevo capito anche in quella fatidica mattinata di autogestione. Quello che non potevo prevedere era quanto sarebbero perdurati altri aspetti della vicenda. E a questo punto, da innamorata ricambiata e morosa convinta e fedele, rimane ancora più deleterio tentare di connotare il tipo di “sortilegio” che mi lega   a questo “strazio” di gioventù. Sarà che l’empatia di fondo è talmente radicata da non sentire il tempo che passa. Sarà che, al di là di ogni stupida retorica, lui mi ha realmente cambiato la vita. Sarà che ha tenuto in ostaggio i miei neuroni per più di 3 anni. 8 anni fa tutto questo lo chiamavo Amore. Ora non lo so. Perché l’Amore per me si chiama Tatolino. E quindi? Alla fine, so che non dovrebbe importarmene nulla. Se una volta morivo dalla voglia di assaggiare il sapore delle sue labbra (e diamine quanto c’ho fantasticato), ora assolutamente no. Eppure, pur senza la componente fisica, so che se lui facesse parte della mia vita, mi sentirei un po’ meno smarrita, un po’ meno spaesata (o forse sarebbe il caso di dire “impaesata”? xD) e il mondo mi farebbe un po’ meno schifo. In ogni caso, sia come sia…la sensazione della mia guancia contro la sua barbuta per i  classici bacini di saluto, sarà un pensiero che mi strapperà un sorriso per le settimane a venire. Perché per la parte di me che è rimasta intrappolata nei suoi occhi un giovedì del 2005 il tempo sembra non passare mai. E, ora come allora, se da un lato questo mi turba immensamente, dall’altro mi fa sorridere come una povera stronza. E non mi resta altro che dirmi va bene così e ringraziare non so chi per averlo messo sulla mia strada.

Nothing to do, nothing to say

Sono ufficialmente disoccupata da un mese e due giorni. O più che altro sono in una fase prettamente italiota di…come li chiamano? Ah sì…NEET. Bene, al momento penso di essere un numero all’interno di quella statistica lì. Sì, sono una brutta persona. A mia “discolpa” (ma colpa de che? Ma che ve frega a voi?) dico che sto (quasi) facendo progetti, epperò con la classica lentezza, pigrizia, indolenza e scazzo cosmico che caratterizzano la mia esistenza. A dirla tutta ho anche un po’ di quel “sano” malessere atavico che serve a farti sentire vivo e un po’ meno cerebroleso della media. Eh sì, che a noi animi afflitti da cicliche fasi di paranoia senza motivo apparente, piace ergerci al di sopra del “popolino”, perché così almeno ci consoliamo pensando di essere un po’ speciali. Che poi non è vero perché anch’io sono “la canticchiante e danzante merda del mondo”, ma alla fine uno dovrà pur raccontarsi delle cose per appoggiare i piedi fuori dal letto la mattina, o no?

In ogni caso, questo voleva essere un post vagamente “libroso”. Nel senso che, questa mia ennesima fase di impasse esistenziale, mi ha riportato a leggere abbastanza regolarmente ed ho da poco finito “Il seggio vacante” di J. K. Rowling. Ora, tutti sanno che la Rowling è l’autrice di Harry Potter ed è per quello che sempre verrà ricordata. Credo però fosse giusto che come scrittrice si cimentasse in qualcosa di molto diverso dalla saga del celeberrimo mago. Quindi, tenendo ben in mente questo, mi sono fatta regalare la sua ultima fatica. In realtà il libro giaceva da parecchi mesi su una mensola, ma non riuscivo a conciliare il mio ruolo di dipendente pubblico con quello di lettrice.
La trama in estrema sintesi: il consigliere comunale di un piccolo paese inglese muore improvvisamente e dev’essere sostituito. Sullo sfondo le rogne, le invidie,  le storie e gli intrallazzi di una comunità ottusa e antipatica. I personaggi sono tanto ben descritti, quanto odiosi, stereotipati, irritanti e noiosi. Le loro vicende non appassionano e mentre le pagine scorrono sotto le dita aumentano il fastidio e il desiderio che facciano tutti la fine di Barry Fairbrother (il consigliere morto). Le dinamiche sapientemente raccontate sono quelle che chi abita in un paese di merda già conosce. Non è difficile riconoscere in Shirley Mollison la vicina impicciona, bigotta e ipocrita che chi si ritrova a vivere in un posto tipo quello dove abito io sicuramente conosce. I “tipi” identificabili sono molti, ma quello della moglie del più grande avversario politico del povero defunto Barry, Howard Mollison, è il più fastidioso. Forse perché, per la sottoscritta, ha lo stesso atteggiamento di quella che abita sotto di me. Il giudizio finale è: seppur ben scritto, se avevo voglia di rompermi le balle coi pettegolezzi di una realtà claustrofobica e rurale stavo ad ascoltare i sermoni di quella di sotto e non mi sorbivo 553 pagine.

Infine, una roba che non c’entra nulla, ma era un mese che volevo pubblicarla cercando un pretesto. A questo punto me ne frego del preteso e l’accodo qui.