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Denatalità

Se qualcuno ha letto il blog con una certa frequenza o se ha scorso qualche articolo un po’ meno recente, non avrà mancato di notare che non sono la fan numero uno del genere umano. So di averlo fatto presente in più circostanze, ma la mia ottennale stramba relazione col signor Tatolo nasce grazie all’aforisma bukowskiano “Umanità mi stai sul cazzo da sempre, questo è il mio motto”. Insomma, forse gli ultimi post sono stati un po’ fuorvianti, perché piuttosto neutri, ma sono un essere umano  complicato e scontroso, caratteristiche che forse si evincono dal post “Trained monkey”. E, a proposito del buon Hank e della mia attuale occupazione, ci sarebbe da scrivere “School office”, che non avrebbe assolutamente nulla da invidiare a “Post office”. Ma ho il vago sentore di aver già detto una cosa del genere, perdonatemi è un momento piuttosto difficile per me dal punto di vista intellettivo. Anche per un sacco, sacco, sacco di altra gente che ho intorno, ma almeno loro non lo sanno, io, ahimè, ne sono fin troppo consapevole.

Involontariamente, quest’ultima parte di quest’introduzione un po’ così, si è rivelata un ottimo tramite per esprimere un ennesimo parere non richiesto che, com’è facilmente intuibile, rimanda al titolo. Sarebbe fin troppo facile giocare sull’impossibilità di trovare parcheggio, sullo stare in fila nel traffico, sul prenotare una qualsiasi visita medica, sul prendere un treno e perfino sul fare la fila alla cassa. Credo che molto pochi di noi, nella loro vita quotidiana, abbiano la percezione di una qualche carenza nella produzione di esseri umani. Ma, ci dicono, in Italia si fanno sempre meno figli e da qui partiamo, prendendo per buona quest’affermazione.

Non ho voglia di parlare di numeri. Non ho voglia di stare a sviscerare il fatto che sul Pianeta siamo più di 7 miliardi e nel complesso non stiamo affatto diminuendo. Non ho voglia di parlare di costi, previdenza sociale, invecchiamento della popolazione e “ommioddio qualcuno pensi al patrimonio genetico italiano, salviamo l’italianità dall’estinzione” e altre farneticazioni del genere. Tutto probabilmente molto giusto, ma tutto estremamente ‘sticazzi. In milioni di anni nella storia dell’umanità si sono succeduti popoli e razze e la Terra ha continuato a girare. Struggetevi voi per la pizza e Dante, io credo nella Grande Irrilevanza del particolare, all’interno del grande meccanismo del Flusso Cosmico. Ho pure fatto pace con l’horror vacui.

Io, nella mia infinita presunzione, vorrei provare a dare una prospettiva, al solito estremamente personale, che vada al di là dell’aspetto economico, femminista o strettamente sociologico. Io non mi sono mai interessata ai grandi mutamenti della struttura familiare, dei rapporti personali, della condizione della donna nella società moderna e bla bla bla. Sono figlia di un goldone bucato o di un coito interrotto mal riuscito, chi lo sa, non ho alcun tipo di background per farmi un’idea su un contesto domestico come dovrebbe essere. (Non ce l’ho anche per una serie di altri motivi, ma non sono interessanti né da leggere, né tanto meno da raccontare).

Io, molto più basilarmente, ho osservato con il mio sguardo distorto la realtà e mi sono posta delle domande. Mannaggia a me e agli interrogativi ai quali non riesco a sottrarmi. E mi sono chiesta come si legittima questo gran parlare di culle vuote. E mi è tornato in mente Schopenhauer, tutto questo blaterare di fertility day e di necessità di riprodursi, mi ha fatto ripensare alla Vita come Volontà il cui solo scopo è perpetrare se stessa. E se proprio vogliamo dirla tutta, sarebbe anche umanamente semplice e consolante. Ma se devo guardare i miei genitori o la stragrande maggioranza di chi ho intorno, io, nel loro vivere da soli, andare a lavorare, guidare nel traffico, fare i pranzi di Natale ecc. non vedo niente di buono in sé. Cioè, se io devo alzarmi la mattina, starmene in ufficio maledicendo ogni cellula del mio corpo, per guadagnare dei soldi, mettermi un tetto sulla testa e dare vita ad un’altra generazione…anche no. Perché se non lo faccio io, ci sono altri miliardi di persone che lo fanno. E non c’è niente di buono, né meritevole, né originale in tutte le politiche familiari immaginabili. Cioè, ma come diamine fanno “tutti loro” a pensare che la loro insulsa, immutabile, stantia routine valga la pena? Perché io ho solo voglia di tirare le testate contro il muro. La società non può legittimarsi semplicemente con il suo costante sussistere. Abbiamo bisogno di pazzi, visionari, persone che hanno progetti che vadano oltre lo spingere carrozzine e aprire mutui per case a schiera.

Tuttavia, mi rendo conto che giro sempre intorno alla stessa cara ossessione, senza fare nulla per sfuggirci. Che sono stanca di meccanismi ai quali non ho mai fatto poi molto per sottrarmi. Che sono sempre e solo stata in un angolino a compatirmi. Che questo è l’ennesimo, ciclico, post di rabbia e disprezzo pseudoadolescenziale e alla soglia dei 30 o ti sottrai o ti arrendi. Amen.

P.s. Arriverà anche l’ultimo post sul Portogallo. Solo che l’inizio anno, il rientro in ufficio e la vita che ti passa sulla schiena come un trattore mi hanno debilitato nello spirito. Sì, insomma, niente di più, niente di meno, rispetto alle “cicliche fasi di paranoia e pessimismo, senza motivo apparente” con cui mi presento in “About”.

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Trained monkey

E’ passato del tempo. Però dai, in relazione agli ultimi due anni di vita del blog, nemmeno troppo. Nel frattempo, negli ultimi giorni, le mia vita “lavorativa” è diventata noiosamente frenetica. E lo so che “noiosamente frenetica” più che un ossimoro suona come una grossa idiozia, ma quando le opportunità che si susseguono in maniera inattesa riguardano cose che non pensi abbia un gran senso fare (citandomi nel post di fine settembre “un lavoro tritaneuroni, monotono e totalmente insoddisfacente”), alla luce di questo, forse l’espressione apparentemente strampalata acquista un senso. Quindi da domani si ritorna a fare la scimmia ammaestrata, perché così dice di fare la società. Perché la mia devastante abulia causa questo genere di situazioni da mal di stomaco. Per un po’, finché si regge, ce la faremo andare bene così. Al limite poi nessuno ti lega mai ad una sedia, “viviamo in gabbie con le porte aperte”, disse una volta qualcuno al cui nome non sono riuscita a risalire.

Vabbè, parliamoci chiaro, altrimenti tutto risulta inutilmente oscuro. Il mio babbo lavora in una scuola, fa il tecnico di laboratorio informatico. E siccome la maggior parte degli umani viene al mondo per essere il più conservativo possibile, un lustro fa, il mio signor genitore mi ha fatto iscrivere alle graduatorie per supplenze nelle segreterie del magico mondo dell’istruzione. Ora io eviterò i dettagli, perché il world wide web alle volte non è proprio così “wide”. Anni sono passati senza che nulla accadesse su quel fronte, fino a quando, da fine marzo ad agosto dello scorso anno, mi sono ritrovata a fare il coadiutore amministrativo scolastico. Questo è ciò che accadrà nuovamente a partire da domani. Nella medesima scuola del sopracitato donatore di patrimonio genetico, tra l’altro. In realtà negli ultimi 10 giorni è stato un turbine di chiamate in quel senso: sei scuole. Ho avuto offerte di contratti lunghi e altri decisamente più brevi. Ho optato per questa soluzione perché non è né l’una, né l’altra, nel senso che potrebbe durare tre settimane (quelle al momento sono piuttosto certe) o parecchi mesi, con il vantaggio che si rinnova (o rinnoverebbe) di mese in mese; ovvero, se decido che ne ho piene le palle, so che ad un certo punto posso rifiutare la proroga al mese successivo senza perdere la disoccupazione. Mi rendo perfettamente conto del ragionamento italiota da “figlia del benessere” che può permettersi queste soluzioni, ma francamente ‘STICAZZI.

Sappiate che il fertility day era un po’ per colpa mia, perché questi pensieri, che oggettivamente sono abbastanza sbagliati, nascono dal fatto che io non ho intenzione di accasarmi e riprodurmi. A me non INTERESSA accumulare punti, avere per forza uno stipendio e un lavoro poco soddisfacente, perché “fare il nido” non è mai stato un mio obiettivo. E se sapessi qual è, questo blog non si chiamerebbe “Elucubrazioni” e non sarebbe permeato di disfattismo, apatia e scazzo cosmico. Sono un animo irrequieto ed è faticoso. E pensare che ero partita con l’idea di scrivere un post su Lisbona. Invece ecco qui, un inutile pippozzo sul mio essere un pessimo individuo. In tutto questo, tra l’altro, ci perdo le ferie che avevo prenotato la penultima settimana di novembre a Bruxelles e Sofia (destinazioni apparentemente inconciliabili, ma accomunate dalle super offerte RyanAir di questa primavera). Però prometto che prima o poi arriverà anche il “reportage” dalla capitale portoghese!

P.s. Tanti auguri a me e a Tatolo, oggi sono otto anni che ci consideriamo morosi. Che anniversario inquietante…

P. p. s. Speriamo nessun CAS finisca a leggere questa pagina, sennò si offende o.O

Random feelings

Non credo di essere ancora pronta a metabolizzare e mettere per iscritto quello che è stato tra il 27 giugno e il 24 luglio. Credo di essere ancora emotivamente provata, turbata e parzialmente in lutto, per il tritacarne emotivo che ho passato. Nel frattempo, la canzone che fa da colonna sonora a questo mio peculiare momento esistenziale.

Cose un po’ così

In questi giorni, un po’ di viaggio, un po’ di svago, un po’ del solito scazzo e senso di spaesamento esistenziale, ho pensato ad un sacco di cose diverse delle quali avrei voluto/potuto/mi sarebbe piaciuto scrivere. Ma come in un banale cliché le idee più prolifiche mi sono sempre giunte ben oltre il calar delle tenebre e per pigrizia o impossibilità nulla si è concretizzato. Riflessioni trite e stantie su partenze e ritorni, sul genere umano, sull’essere innamorati, su me stessa und so weiter. La verità è che mi trovo in uno di quei (frequenti) periodi in cui non ho una gran voglia di essere me. Stando al mio profilo di Facebook poi si è verificata un’inquietante tempesta di matrimoni, il che mi fa pensare che ci sono persone convinte (quantomeno in un dato momento) di una scelta di vita. E io tutto quello che so è quanto mi sembrino odiose e scontate la maggior parte delle scelte del genere umano. Alla volte poi viene da chiedermi su cosa si basino queste mie considerazioni, cosa ci sia di sbagliato in me per non volere ciò che sembra ovvio a chiunque altro. E questo, in parte per il solito inutile e malcelato senso di superiorità, in parte per invidia, mi induce a pensare agli stereotipi. Perché credo sia proprio questo a rendere certe categorie stigmatizzate: l’ottusa e sterile tendenza trincerarsi dietro convinzioni rigide e difenderle senza esserne davvero in grado. Ad esempio, leggendo il famigerato FB e altri vari commenti in giro per internet mi è venuto da chiedermi se le risposte di certe donne ai commenti (presunti) sessisti non siano poi il motivo per cui nel 2013 certe affermazioni hanno ancora senso di esistere. Che poi sì…è vero…parlo per invidia, perché io una “bandiera”, quale che sia, non sono mai riuscita ad averla e quindi quest’identificazione, seppure becera e bigotta, in qualche modo mi manca. Tutto quello che ho è la paura di essere me o forse piuttosto quella di non riuscire ad esserlo. I just don’t know what to do with myself…

Considerazione estemporanea

Mi sento talmente bukowskiana che mi vien voglia di cercare lavoro alle poste.

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P.s. A breve considerazioni aggiornate e dettagliate per la serie “Umanità mi stai sul cazzo da sempre questo è il mio motto”. O forse no. Chi lo sa!

Betrayal

Ci vorrebbe un post lungo, lirico e straziante. Uno di quelli che mi veniva tanto dolorosamente naturale buttar giù nelle fatale estate 2006. Che non per tutti l’estate post maturità è entusiasmante come un film del giovane Muccino. Ma non è questo il punto. (Che poi io dico spesso “ma non è questo il punto”, come se poi ci fosse un qualche scopo nei miei panegirici. Non è che il blog si chiama elucubrazioni a caso eh…). E niente, è che sono tornata poco fa da un concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti. È la seconda volta che li vedo live ed è inevitabile (vuoi per i loro testi, vuoi perché sono fatta così) per me ripensare al loro concerto di boh…6/7 anni fa? Che poi non fosse proprio in quel lasso di tempo che mi ha così a fondo inciso la carne, che non sia quello  che subdolamente mi spinge a DOVER scrivere in questa notte romagnola. Penso di no cmq,  da questo punto di vista, quantomeno questa volta, il dettaglio cronologico che rimanda indietro alla me neodiplomata isterica è poco rilevante. La mia riflessione “urgente” rimanda alla fedeltà (il titolo dovrebbe suggerirlo, no?). È che sono appena entrata, caduta, piombata, sprofondata, precipitata, caracollata, in quella fase della vita in cui vedi te stesso a 16/17 anni e ti senti una merda nei tuoi confronti. Perché a dirla tutta io poi tanto idealista non lo sono mai davvero stata. Sì, insomma, il solito dilemma pigra perché disfattista o viceversa non è storia recente, diciamo così. E però ci sta un abisso psicologico, prima che temporale tra l’essere un ignavo ed essere un “adagiato”. Perché se ti ritrovi a 26 anni a passare le ore ad una scrivania, lavorando per qualcosa che cozza profondamente con quelle poche cose in cui avevi in qualche modo “creduto”, allora forse è il caso di fermarsi e chiedersele due cosine. Perché sì, essere realisti e tutte quelle robe tanto odiate dal buon Hank (“Detesto i prati, perché tutti hanno un prato con l’erba e quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri,  si diventa tutti gli altri”), che sono poi le cose che finiscono banalmente nella categoria “fottutissimo vivere comune”. Sì, va bene….perché con la pancia vuota filosofeggiare diventa difficile. Ecco però alla fine a me, mi frega l’onestà intellettuale (eh sì, abuso di quest’espressione!). E in questo preciso istante della mia vita mi sento davvero una puttana. Una gran mignotta traditrice.

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Smile and carry on

E’ il leitmotiv di oggi. O forse più in generale è il leitmotiv di tutta la mia esistenza. O forse ancor più in generale, sia che ce ne rendiamo conto o meno, è il leitmotiv di un sacco di esistenze. Perché se esistesse come disciplina olimpica il tenere insieme i cocci e andare avanti io sarei medaglia d’oro. E deterrei anche il record del mondo probabilmente. In fondo è ciò che in 25 anni di vita mi è riuscito meglio: sopravvivere alla delusione. Io galleggio. Ho imparato a galleggiare benissimo, ho una tecnica invidiabile per tenere la testa fuori dal mare in tempesta. Le ondate di acqua salata che mi feriscono i polmoni  non riescono ad affondarmi. Sono una stoica. E non so nemmeno il perché. Non so perché continuare a resistere, a sorridere e tirare avanti, ad affidare questo genere di riflessioni ricorrenti e tormentose soltanto a poche righe sperdute in un blog che nessuno legge. Non so perché nascondersi dietro una matrioska di maschere e morire dentro. O meglio…lo so, l’ho imparato, l’ho capito, mi è stato scolpito da qualche parte tra il fegato e lo stomaco anni fa. So che quando cerchi di spiegarti ciò che arriva agli altri è inevitabilmente una visione distorta. So che la gente si basa su ciò che pensa tu sia e non su ciò che sei realmente. So che la maggior parte non si prende nemmeno vagamente la briga di provare a capire qualcosa di più della superficie. Forse perché nel 98% dei casi appena si gratta via un po’ di smalto con le unghie non c’è nulla. Ma io…nel bene o nel male non sono questo. Sono talmente tante cose che talvolta mi sembra di rasentare la schizofrenia. Ma forse più importante ancora di ciò che sono, è ciò che NON sono. E ciò che mi ferisce di più non è tanto chi non conosce certi aspetti di me (credo ci sia soltanto una persona che può dire di conoscermi in 3 dimensioni <3), quanto piuttosto chi si comporta come se sapesse cosa mi passa per la testa , quando invece così non è, inevitabilmente non è così. Arrivata a 25 anni, con un’autostima al limite del delirio solipsistico, con un egocentrismo pressoché patologico, con una preoccupante tendenza alla misantropia e con una considerazione del genere umano riassumibile nel solito celebre aforisma del buon Hank “«Umanità, mi stai sul cazzo da sempre». Ecco il mio motto” , ho smesso di rincorrere la comprensione. Io non voglio essere capita. Non me ne frega un beneamato cazzo, a dirla tutta. Semplicemente state fuori dalle palle. Non cagate il cazzo. E così andiamo d’accordo. Soprattutto, per favore, NON FRAINTENDETEMI.

“You people scare me
Please stay away from my home”

“I Won’t Be Home For Christmas” – Blink 182

Elucubrazioni queste sconosciute!

A tempo perso riguardavo le statistiche sui termini usati per approdare su questa pagina ed ho potuto constatare che un sacco di gente si interroga sul significato di elucubrazioni. Che poi ora come ora mi è venuta una genialissima (?!) rivisitazione del dannatissimo “cogito ergo sum” cartesiano: “elucubro ergo vivo”. Perché in effetti…se il semplice pensiero nella sua forma primitiva è presupposto sufficiente per poter sussistere in quanto enti non essenti, l’essere vivi è un qualcosa di più complesso. E per essere VIVI  come lo intendo io, non si può fare a meno di farsi delle gran seghe mentali. Mh…post breve, ma quasi filosofico. Mannaggia, quanto mi manca la filosofia. 

 

P.s. questo è un esempio in piena regola di elucubrazione, aka pippa mentale!

Beata incoscienza!

“Per non farle ti rendi le cose impossibili.”

Questa frase mi era rimasta particolarmente impressa quando per la maturità il mio prof. di lettere (un uomo meraviglioso) ci aveva fatto leggere, tra gli altri, La casa in collina di Cesare Pavese. Ovviamente l’avevo subito fatta mia, eletta manifesto programmatico del mio pensiero, perché è una frase che forse più di tutte mi descrive bene. Sono una persona immobile per vocazione più che per scelte, questo ormai dovrebbe essere piuttosto chiaro, incatenata ad insicurezze e paure ancestrali quanto ridicole. La verità è che sono una donnina dannatamente cerebrale e prima di fare qualsiasi cosa di rilevanza medio/alta ho bisogno di pensarci almeno un trilione di volte. Quando faccio un passo ho bisogno non solo di sapere dove appoggerà il piede, ma anche quanto è lunga la strada, il tipo di pavimentazione, il clima, ecc. ecc. Insomma, le variabili mi terrorizzano, l’eventualità di trovarmi davanti qualcosa che non so mi blocca. Ogni volta in più che si soppesa una decisione spunta un nuovo neo, un nuovo ostacolo, una nuova difficoltà che ti fa passare la voglia anche solo di provarci. Quel che mi manca è l’incoscienza, nel senso buono del termine, vale a dire la capacità di buttarsi nelle occasioni e vadano come vadano. Perché in fondo l’unica alternativa è starsene sempre fermi immobili a prendere polvere. Bisogna buttarsi, tuffarsi nel vuoto. Io non sono capace, io sono immobile.

Andrà tutto bene

Tutti nella vita abbiamo bisogno di una persona a cui credere quando ci dice “Andrà tutto bene”. Anche quando si sguazza nella merda, anche quando è inutile solo provare a sperare, anche quando nessuna luce potrà scalfire le tenebre del proprio malessere interiore. Non importa come poi andranno davvero le cose, lo schifo rimarrà comunque tale, ma poter credere a qualcuno quando ti dice “Andrà tutto bene”, nonostante l’evidenza che ti calpesta la schiena, è una delle grandi conquiste dei miei ultimi anni. Non andrà affatto tutto bene, ma non importa, finché posso tenermi stretto qualcuno in cui credere, va bene a sufficienza. 

La canzone non c’azzecca una cippa di nulla, ma mi piace troppo 🙂

 

P.s. che poi una cosa  del genere l’avevo anche già scritta, come sono ripetitiva…