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Denatalità

Se qualcuno ha letto il blog con una certa frequenza o se ha scorso qualche articolo un po’ meno recente, non avrà mancato di notare che non sono la fan numero uno del genere umano. So di averlo fatto presente in più circostanze, ma la mia ottennale stramba relazione col signor Tatolo nasce grazie all’aforisma bukowskiano “Umanità mi stai sul cazzo da sempre, questo è il mio motto”. Insomma, forse gli ultimi post sono stati un po’ fuorvianti, perché piuttosto neutri, ma sono un essere umano  complicato e scontroso, caratteristiche che forse si evincono dal post “Trained monkey”. E, a proposito del buon Hank e della mia attuale occupazione, ci sarebbe da scrivere “School office”, che non avrebbe assolutamente nulla da invidiare a “Post office”. Ma ho il vago sentore di aver già detto una cosa del genere, perdonatemi è un momento piuttosto difficile per me dal punto di vista intellettivo. Anche per un sacco, sacco, sacco di altra gente che ho intorno, ma almeno loro non lo sanno, io, ahimè, ne sono fin troppo consapevole.

Involontariamente, quest’ultima parte di quest’introduzione un po’ così, si è rivelata un ottimo tramite per esprimere un ennesimo parere non richiesto che, com’è facilmente intuibile, rimanda al titolo. Sarebbe fin troppo facile giocare sull’impossibilità di trovare parcheggio, sullo stare in fila nel traffico, sul prenotare una qualsiasi visita medica, sul prendere un treno e perfino sul fare la fila alla cassa. Credo che molto pochi di noi, nella loro vita quotidiana, abbiano la percezione di una qualche carenza nella produzione di esseri umani. Ma, ci dicono, in Italia si fanno sempre meno figli e da qui partiamo, prendendo per buona quest’affermazione.

Non ho voglia di parlare di numeri. Non ho voglia di stare a sviscerare il fatto che sul Pianeta siamo più di 7 miliardi e nel complesso non stiamo affatto diminuendo. Non ho voglia di parlare di costi, previdenza sociale, invecchiamento della popolazione e “ommioddio qualcuno pensi al patrimonio genetico italiano, salviamo l’italianità dall’estinzione” e altre farneticazioni del genere. Tutto probabilmente molto giusto, ma tutto estremamente ‘sticazzi. In milioni di anni nella storia dell’umanità si sono succeduti popoli e razze e la Terra ha continuato a girare. Struggetevi voi per la pizza e Dante, io credo nella Grande Irrilevanza del particolare, all’interno del grande meccanismo del Flusso Cosmico. Ho pure fatto pace con l’horror vacui.

Io, nella mia infinita presunzione, vorrei provare a dare una prospettiva, al solito estremamente personale, che vada al di là dell’aspetto economico, femminista o strettamente sociologico. Io non mi sono mai interessata ai grandi mutamenti della struttura familiare, dei rapporti personali, della condizione della donna nella società moderna e bla bla bla. Sono figlia di un goldone bucato o di un coito interrotto mal riuscito, chi lo sa, non ho alcun tipo di background per farmi un’idea su un contesto domestico come dovrebbe essere. (Non ce l’ho anche per una serie di altri motivi, ma non sono interessanti né da leggere, né tanto meno da raccontare).

Io, molto più basilarmente, ho osservato con il mio sguardo distorto la realtà e mi sono posta delle domande. Mannaggia a me e agli interrogativi ai quali non riesco a sottrarmi. E mi sono chiesta come si legittima questo gran parlare di culle vuote. E mi è tornato in mente Schopenhauer, tutto questo blaterare di fertility day e di necessità di riprodursi, mi ha fatto ripensare alla Vita come Volontà il cui solo scopo è perpetrare se stessa. E se proprio vogliamo dirla tutta, sarebbe anche umanamente semplice e consolante. Ma se devo guardare i miei genitori o la stragrande maggioranza di chi ho intorno, io, nel loro vivere da soli, andare a lavorare, guidare nel traffico, fare i pranzi di Natale ecc. non vedo niente di buono in sé. Cioè, se io devo alzarmi la mattina, starmene in ufficio maledicendo ogni cellula del mio corpo, per guadagnare dei soldi, mettermi un tetto sulla testa e dare vita ad un’altra generazione…anche no. Perché se non lo faccio io, ci sono altri miliardi di persone che lo fanno. E non c’è niente di buono, né meritevole, né originale in tutte le politiche familiari immaginabili. Cioè, ma come diamine fanno “tutti loro” a pensare che la loro insulsa, immutabile, stantia routine valga la pena? Perché io ho solo voglia di tirare le testate contro il muro. La società non può legittimarsi semplicemente con il suo costante sussistere. Abbiamo bisogno di pazzi, visionari, persone che hanno progetti che vadano oltre lo spingere carrozzine e aprire mutui per case a schiera.

Tuttavia, mi rendo conto che giro sempre intorno alla stessa cara ossessione, senza fare nulla per sfuggirci. Che sono stanca di meccanismi ai quali non ho mai fatto poi molto per sottrarmi. Che sono sempre e solo stata in un angolino a compatirmi. Che questo è l’ennesimo, ciclico, post di rabbia e disprezzo pseudoadolescenziale e alla soglia dei 30 o ti sottrai o ti arrendi. Amen.

P.s. Arriverà anche l’ultimo post sul Portogallo. Solo che l’inizio anno, il rientro in ufficio e la vita che ti passa sulla schiena come un trattore mi hanno debilitato nello spirito. Sì, insomma, niente di più, niente di meno, rispetto alle “cicliche fasi di paranoia e pessimismo, senza motivo apparente” con cui mi presento in “About”.

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Everybody hates Elsa Fornero

Come sempre seguo la politica a spizzichi e bocconi (bocconi minuscolo, nel senso  di “morsi”, che di ‘sti tempi e visti i governi tecnici è meglio specificare…tra l’altro è una battuta involontaria simpatica). Penso però sia impossibile scampare alle sparate più o meno assurde, più o meno criticate del Ministro Fornero. E alla fin fine poi, pur sbagliando i tempi e i modi, errore che un politico, tanto più un membro del Governo, tanto ancor di più di un Governo tecnico non eletto dal popolo, non dovrebbe fare…dicevo, alla fin fine non è che dica cose poi così assurde. Perché pronti tutti ad indignarsi, ma siamo realisti su…tutti abbiamo nella cerchia di conoscenze un laureato a calci in culo, il compagno di liceo ignorante come un carciofo lasciato marcire in frigo che si è iscritto all’università e ci sta mettendo il doppio per finirla. Questa gente esiste ed è ovunque. E se ne sta a “parcheggiata” nelle università a cazzeggiare. Perché? Perché siccome in Italia c’erano pochi laureati, per “gonfiare” le percentuali  si sono inventati la triennale e così ogni povero stronzo ignorante pensa di poter mettere “dottore” davanti al proprio nome.  Ma se sei un povero stronzo ignorante, anche se poi, dopo il doppio del tempo, esci laureato, resti comunque il dottor stronzo ignorante, non è che diventi un genio. Non è che il datore di lavoro viene a chiederti di lavorare per lui per piacere. E allora non è la laurea ad essere sottovalutata, è il dottor stronzo ignorante che si sopravvaluta. E qui si collega anche l’ultima sparata, quella di oggi, quella sui giovani “choosy” che vogliono il lavoro dei loro sogni e non si accontentano di un primo impiego. E secondo me alla fine tra le due cose c’è un nesso profondo: se eri coglione prima, esserti laureato non ti ha migliorato e non ti puoi aspettare di diventare amministratore delegato delle Megaditta solo perché, dopo sei anni, hai preso una triennali in Economia. Non lo so, mi capita di aprire la mia pagina di facebook e di leggere post di certa gente suppergiù della mia età e mi viene da dirmi che alla fine se i giovani sono davvero questo, il problema non è solo la crisi, ma è anche la deficienza imperante. Io tanti miei coetanei che conosco non li assumerei nemmeno per tagliare il prosciutto, altroché laurea…

Ah no…e poi c’è la polemica sui professori. Che anche qui, ho letto un po’ così di passaggio. Premettendo che sono fermamente contraria ai tagli ai docenti, in particolare a quelli di sostegno, mi fa un po’ ridere che questa simpatica categoria     si incazzi per l’aumento delle ore settimanali (da 18 a 24 eh, non stiamo parlando di cose fuori dal mondo) e per la polemica sui giorni di vacanza. Eddai su, ripeto, al di là dei tagli, dei disservizi e quella roba lì, non l’hanno sempre pensato un po’ tutti che i professori siano un pochino paraculati?

Ah…così, vorrei far presenti che io di mio sarei sinistroide eh…

Relazioni normali e non

Mi rendo conto che quanto dirò è opinabilissimo e, come al solito, non ho nessuna pretesa di stabilire assiomi o grandi verità e nemmeno di dare definizioni rigorose. Anche perché ci si potrebbe discutere un mese su cosa sia una relazione “normale”. Io qui mi limito a circoscrivere molto generalmente lo standard con quello di una coppia di morosi che si vedono abbastanza (diciamo almeno una volta a settimana), che non hanno alle spalle o davanti situazioni traumatiche (tipo tossicodipendenze, violenza, situazioni familiari di disagio e similari). Insomma, molto banalmente persone come se ne incontrano a bizzeffe che si frequentano. Mettiamola così. Ok, chiarito un po’ il campo, vorrei buttar già un paio di considerazioni che facevo stamattina.  Lo spunto è il periodo “turbolento” che sta attraversando il mio confidante col suo ragazzo. E di qui mi sono fatta il solito treno di viaggi mentali. Perché in fondo, mi son detta, una relazione normale, da un certo punto di vista è più complicata da gestire di una problematica. Il che suona parecchio paradossale! Quando due persone stanno insieme nonostante il “casino” che le circonda, le difficoltà più o meno oggettive dello stare insieme, sanno quello che fanno e lo fanno forti di un sentimento tale da tenere unite due persone. Altrimenti, chi glielo farebbe fare di sfidare le avversità, se non ci fosse amore? Di contro, quando un rapporto veleggia serenamente sul mare della quotidianità, talvolta diventa anche difficile capire se davvero ci sia l’amore a fare da collante o se semplicemente si sta insieme perché non c’è motivo o la volontà di mollarsi. Mi chiedevo, se il confidante di cui sopra,  che è in un periodo di incertezza con la sua metà, avrebbe così tanti dubbi se troncare o meno in circostanze più avverse. Perché io parto dal presupposto fondamentale che quando attraversi giorni e giorni di dubbi sullo stato del tuo rapporto, significa che in fondo non si tratta più di amore (ammesso ci sia mai stato), bensì di qualcos’altro. Capitano i momenti in cui si è incerti su quanto si prova, ma non puoi non sapere di essere innamorato per settimane! E la situazione peggiora ancora, come in questo caso, quando l’altro, invece, è innamorato. E allora su cosa ci si basa per prendere una decisione? Io di mio sarei drastica, nel senso che se non ami qualcuno è anche inutile pigliarlo per il culo, ma mi rendo conto che non è così facile. Vuoi perché si tiene al proprio partner e si teme di ferirlo (non amarlo non vuol dire fregarsene!), vuoi per una sorta di pigrizia e inerzia sentimentale che caratterizza spesso le relazioni normali. In assenza di condizioni “anomale” (corna, liti accese o cose così) come si fa a porre fine ad una tale relazione? Si potrebbe dire (utopisticamente?) che quando non c’è il sentimento è inutile continuare, ma quanti poi lo fanno? Tutti al cinema a guardare le commedie romantiche, ma poi nella realtà quanti inseguono quell’ideale e quanti “si siedono” in una storia che non ha nulla a che vedere con l’Amore? Forse pochi rincorrono l’autenticità e si accontentano di quel che hanno. Ma è poi onesto con se stessi e con l’altro? E’ poi questo il segreto per tentare di essere felici, il compromesso e accettare le cose come sono? Chiamatemi utopista, ma io credo e voglio sperare che ci sia di più. Ed è proprio quello che sto cercando di spiegare al mio confidante.

Stay together for the kids

No, in questo post non si parla della canzone dei Blink 182, quindi se siete capitati qui per questo vi ho fregati. In realtà, io adoro quella canzone e soprattutto ancor di più quel video, probabilmente il mio preferito in assoluto. Oltretutto ai tempi il buon Tom Delonge ispirava pensieri molto pruriginosi alla me piena di ormoni adolescenziali. L’argomento è comunque affine a quello trattato nella canzone, non è che ho dato il titolo proprio alla cazzo di cane:  si parla di figli di genitori separati (e se non lo si sapesse, categoria cui appartengo). Ne parlavo l’altro giorno col mio signor babbo e gli spiegavo che secondo me ci sono due tipi frequenti di reazioni a crescere con genitori sotto tetti differenti: da un lato c’è chi reagisce per compensazione, ovvero cerca il prima possibile di affondare radici, di avere una famiglia sua e si dedica anima e corpo alla costruzione di un nuovo nido; dall’altro (ed è dove mi ci metto io) c’è chi soffre una mancanza di fiducia nei confronti delle relazioni a lungo termine e non ha alcuna intenzione di cimentarsi nell’impresa di costruire qualcosa di simile ad una famiglia. Ovviamente poi c’è sempre anche chi non rientra in nessuno dei due casi e semplicemente fa quel che diamine gli pare per motivi che non hanno nulla a che fare col resto, però mi incuriosirebbe sapere quanto è impattante, anche a livello inconscio, il fallimento della relazione sentimentale tra i genitori.

Il video però lo metto anche se non è pertinente 😀

Normal life sucks

“Se mai dovessi parlare di amore e di stelle… uccidetemi” – Charles “Hank” Bukowski

Mi chiedo spesso dove tutto sia andato storto. Avrei potuto essere una di quelle ragazze normali che credono nei valori, nell’amore, nella famiglia. Ho anche fatto tutti i i sacramenti di Santa Romana Chiesa fino alla Cresima, volendo potrei anche sposarmi in Chiesa, giurando amore eterno davanti a Dio, mentre ora invece il mio unico credo è quello della Scimmia Asceta. Non so, a volte ci penso e mi piacerebbe essere una di quelle che vuole “sistemarsi”: una casa, un buon lavoro, un compagno, dei figli, il pranzo dai genitori la domenica, i mercatini di Natale, le ricorrenze coi parenti, le associazioni più o meno benefiche, le iniziative paesane. E invece no, da qualche parte qualcosa deve essersi inceppato perché a me fondamentalmente non importa una cippa di queste cose. La sensazione che ricorre più spesso nella mia pigra è insensata esistenza, è un senso di disagio per tutto quanto è considerato il “vivere comune” (credo si noti anche dal “Post politically scorrect” di qualche giorno fa). Quasi mi infastidisce che la gente ritenga importanti cose per la quali io non nutro il benché minimo interesse. Mi rendo perfettamente conto di essere io quella sbagliata, se tutti fossero disfattisti come me staremmo ancora dentro le grotte ad accendere il fuoco coi legnetti coperti di pellicce d’orso, ciò non toglie il disagio che questo mio sentire mi provoca costantemente. Dicevo, non lo so bene quando tutto questo è iniziato e non so nemmeno se vi sia un qualche rimedio. Non riesco a pensare di lasciarmi pervadere da un senso di gioia e tripudio dinnanzi alla meravigliosa avventura della vita, proprio non riesco. Dev’esserci in me un qualche difetto di fabbrica, probabilmente congenito, che non mi permette di apprezzare a pieno la nostra avventura terrena. 

Insomma, io credo davvero alla felicità di tutta quella gente più o meno soddisfatta della sua esistenza con un lavoro  d’ufficio, il consorte a casa, i figli, le piante da annaffiare, le ferie a Rimini su lettini disposti in file ordinate, le feste comandate, le cene in famiglia ecc. ecc., non posso che provare invidia per loro, ma non posso fare a meno di chiedermi come fanno. Cos’hanno in più di me? O cosa manca loro? Quale oscuro segreto si cela dinanzi a tanto lasciarsi travolgere dal flusso vitale, senza tentare di opporgli una strenua resistenza? Cosa rende accettabile il tran tran quotidiano a milioni di persone? E perché a me tutte queste cose appaiono di un’insignificanza che talvolta mi spaventa? Perché in fondo io mi rendo perfettamente conto di avere un bug da qualche parte dentro il mio software (evvai con le metafore nerd :D), ma proprio non capisco. Sono cose innate? Si impara? Ci si rassegna? Insomma, come diamine funziona?

Uteri vuoti

Ma che è il boom di ricerche correlate a “Oppio sulle nuvole” di ieri? E com’è che ultimamente sembra diventato gettonatissimo il voto plurimo?

Cmq, dato questo prologo completamente inutile ed insensato, volevo dire la mia sul famigerato articolo apparso su Libero a firma Camillo Langone, quello intitolato, più o meno, “Togliete i libri alle donne e torneranno a fare figli”. Premetto che non ho letto l’articolo e non ho alcuna intenzione di farlo, visto che dell’opinione di uno che scrive su tale giornale me ne frega veramente poco, va bene il pluralismo, ma anche un minimo di selezione mi sembra doveroso! Allora, viene giustamente da chiedersi cosa cavolo lo tiro in ballo a fare, se nemmeno gli ho dedicato 5 minuti della mia attenzione…beh, in realtà volevo semplicemente usarlo come pretesto per parlare del tema che il titolo del suo articolo suggerisce.

Ultimamente mi è capitato di leggere almeno una decina di blog “femministi”: di mamme in carriera che rivendicano il loro ruolo sia in società sia in famiglia, di donne che si lamentano di uomini egocentrici e pressapochisti, di ragazze che si disperano perché trovano in giro solo stronzi. Ora, io questo qualunquismo femminista, quest’ottica del maschi vs. femmine che ci hanno inculcato in testa in ogni modo, non riesco a digerirlo, non posso sopportarlo. Che poi questo fondamentalmente non centra nulla con quello che volevo dire in origine, ma serve almeno a dare un’idea generale, una volta di più, di che orrenda persona sono.

Tornando al tema della discussione, io sono perfettamente d’accordo col titolo dell’articolo del sig. Langone. Mi sembra un dato di fatto quantomeno oggettivo che l’ingresso sempre più massiccio delle donne nel mondo del lavoro, nelle università, nella politica, registrato negli ultimi decenni del Novecento, abbia portato ad un decremento delle nascite. Mi sembra, inoltre, evidente che spesso siano le extracomunitarie, tendenzialmente “sottomesse” al marito e poco scolarizzate, ad avere le famiglie più numerose. Mi sembra lapalissiano che una donna in grado di realizzarsi “fuori casa” non voglia passare la vita cambiando pannolini per 6, 7, 8 ecc. figli. Insomma, anche se è brutto dirlo, oggi molte donne fanno cose più rilevanti che sfornare marmocchi.

Noi italiani viviamo in una società in cui la donna è circondata dall’aura mistica di “angelo del focolare”, leggevo o guardavo in tv, non ricordo bene dove, che all’estero la donna italiana è vista come una creatura dalla tette enormi, i fianchi generosi con annodato un grembiule, sempre ai fornelli che sforna manicaretti per il maritino ed i suoi pargoli. Io resto fermamente convinta che per quanto siano orrendi gli stereotipi, se esistono vuol dire che un fondo di verità c’è. Poi non c’è da stupirsi degli exploit di certi personaggi più o meno politicamente schierati, che se ne escono con queste vaccate. Nell’immaginario collettivo la donna italiana rimane ancorata ad una visione patriarcale di stampo fascista e all’onnipresente tradizione cattolica.

Ma in fondo non è nemmeno questo il punto. La verità è che l’avvento della cultura “per le masse” ha aperto gli occhi anche alle giovani ragazze italiane, hanno scoperto che c’è tutto un mondo anche fuori dalla loro cucina, per cui nella vita non c’è solo essere una buona moglie e madre, ma ci si può realizzare anche in società e sul  lavoro, si può contare qualcosa anche al di fuori della famiglia. E per forza di cose questo si riflette sulla natalità, è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Conciliare casa e lavoro è un’impresa in cui si cimentano sempre più donne, che non possono minimamente pensare di avere 4 o 5 figli, semplicemente non ne hanno il tempo e probabilmente spesso non avrebbero nemmeno i soldi per garantire a tutti loro determinati standard. Quella degli standard di vita oggi sarebbe un’altra digressione interessante, ma non in quest’occasione. Forse è vero che c’è meno propensione al sacrificio, meno disponibilità alla rinuncia, ma non mi sembra così sconvolgente in questa società del “tutto e subito”. Insomma, perché questa possibilità dovrebbe valere per gli uomini e non per le donne?

Infine, mi chiedo dove stia il “male” in tutto questo. Insomma, la popolazione mondiale ha passato i 7 miliardi, dove diamine sta il problema se le italiane fanno meno figli? E’ proprio così necessario che ci si riproduca come i conigli per salvaguardare il popolo italiano? Non è che siamo portatori di chissà quali grandi virtù eh, anche perché nella nostra penisola nel corso dei millenni da qui è passato un po’ chiunque, quindi di base il cosiddetto “popolo italiano” ha un corredo genetico abbastanza “bastardo” (nel senso di non puro). E poi, in un mondo affaticato, in cui si vive sempre più a lungo, in cui i ritmi sono sempre più frenetici, è poi così un male se ci sono famiglie meno numerose? E’ così una male se alcune donne decidono di non avere figli? Io personalmente non credo. Fermo restando che la maternità rimarrà per sempre un valore imprescindibile all’interno della società, fermo restando che il “desiderio di maternità” (nel bene e nel male) resta una pulsione primaria della donna, fermo restando il diritto di essere contemporaneamente madri e lavoratrici, mi chiedo davvero se sia un male che attualmente le donne stiano diventando un po’ più persone ed un po’ meno mamme.

Io che, ripetiamolo, sono una personale orribile proporrei uno slogan: più cultura e meno marmocchi, più libri e meno pannolini.

Post politically scorrect

Ci ripetono costantemente (giustamente) che la droga fa male e spesso ci dicono cose tipo “Guarda quel tossico come si è ridotto”. Ora, io penso che, nonostante i fruitori di stupefacenti siano un numero considerevole, la maggior parte delle popolazione non si droghi. E…li vedete la maggior parte? Avete presente che facce hanno? Che vite, che mogli, che figli, che suocere, che lavori ecc. hanno? Non vi viene mai da chiedervi: ma non sarebbe meglio se questa gente si drogasse? Non sarebbe più misericordioso essere dei tossici senza speranza che dei normalissimi disperati alle prese coi fraintendimenti, le difficoltà, le incomprensioni, le angosce, i tradimenti, la frenesia, gli appuntamenti di tutti i giorni? Alle volta capita di dire, indicando un emarginato, “Guarda quello che faccia. Poveretto.”, ma ce l’avete presente la VOSTRA faccia? La faccia della gente comune, segnata dai solchi del vivere quotidiano, dai piccoli grandi drammi che ci riguardano in quanto esseri umani. E no, non sto parlando della crisi, dell’arrivare a fine mese e questo genere di problemi materiali. Sto parlando della condizione patologica dell’essere umano in quanto tale. E allora, provocatoriamente, ma solo fino ad un certo punto, mi chiedo se davvero sia così legittimo sentirsi in qualche modo “migliori” solo perché non siamo barboni, tossici, prostitute, ubriaconi, vagabondi. In fondo, in quanto bipedi erranti, alla fin fine siamo tutti sulla stessa zattera in balia dello stesso mare in burrasca, anche se abbiamo un tetto sopra la testa, anche se abbiamo mogli e figli, anche se abbiamo un lavoro, anche se guidiamo macchine costose, anche se ci facciamo la doccia e ci laviamo i denti.

Parente Simpatico

Lui che fa sempre battute, lui che ride sempre sguaiatamente, lui che sa sempre l’ultima barzelletta, lui che tenta goffamente di imitare il comico della trasmissione umoristica di turno, lui che cerca di farsi beffe di tutto e di tutti, avete capito il tipo, c’è in tutte le famiglie: è il “Parente Simpatico”. E’ quello che a partire da quando hai tipo 8 anni ti chiede incessantemente: “Ma il fidanzatino/a ce l’hai? Come si chiama? Quando ce lo presenti?” e se non ne hai uno comincerà a tartassarti sul perché ed il per come, quindi inventatevene uno. E quello che ogni volta che ti vede ti chiede “Ma quanti esami ti mancano alla fine? Ce la facciamo a laurearci prima della fine del mondo?” oppure “Ma il lavoro l’hai trovato?” oppure “Ma quando lo metti in cantiere un bel bambino?”. E’ quello che alla tua festa di compleanno se ne esce con la più imbarazzante tra le foto che ti ritraggono, quello che racconta davanti agli sconosciuti aneddoti inenarribili della tua vita, quello che ti affibbia nomignoli a suo avviso “simpatici”, quello che una camionata di fatti suoi non se la fa nemmeno se lo sventri. IO DICO BASTA! Non se ne può più di questi personaggi bizzarri e molesti che hanno la pretesa di autoproclamarsi giullari delle riunioni familiari. Hanno abbondantemente rotto le balle! A tutti i Parenti Simpatici là fuori nel mondo, PIANTATELA E SE NON SAPETE COSA DIRE STATE ZITTI! E che caspita! Comunque, nelle occasioni in cui non potete evitarlo, cercate di stargli il più lontani possibili, evitate il contatto visivo, socializzate con gli altri membri del “clan” e se proprio ve lo trovate di fronte rispondete dando meno informazioni possibili (siete autorizzati a mentire spudoratamente) e appena possibile squagliatevela.

Andrà tutto bene

Tutti nella vita abbiamo bisogno di una persona a cui credere quando ci dice “Andrà tutto bene”. Anche quando si sguazza nella merda, anche quando è inutile solo provare a sperare, anche quando nessuna luce potrà scalfire le tenebre del proprio malessere interiore. Non importa come poi andranno davvero le cose, lo schifo rimarrà comunque tale, ma poter credere a qualcuno quando ti dice “Andrà tutto bene”, nonostante l’evidenza che ti calpesta la schiena, è una delle grandi conquiste dei miei ultimi anni. Non andrà affatto tutto bene, ma non importa, finché posso tenermi stretto qualcuno in cui credere, va bene a sufficienza. 

La canzone non c’azzecca una cippa di nulla, ma mi piace troppo 🙂

 

P.s. che poi una cosa  del genere l’avevo anche già scritta, come sono ripetitiva…

Indecisioni

Io davvero non capisco la gente indecisa, soprattutto in ambito affettivo/relazionale. Se mi conosceste potreste storcere il naso di fronte a questa mia affermazione, eppure il mio immobilismo esistenziale non è dovuto all’indecisione. E’ vero, sono apatica, pigra, cinica, misantropa, immobile, sfuggo davanti alle svolte, procrastino all’inverosimile, sono terrorizzata dal nuovo e preferisco lagnarmi della situazione piuttosto che cercare di cambiare le cose. Sono una brutta persona, non starò qui a negarlo. Eppure non sono un’indecisa e non capisco chi lo è. Non capisco chi accetta situazioni assurde e si crogiola nell’incertezza di una relazione altalenante. Recentemente parlavo con un mio caro amico dello stato della sua relazione. La persona con cui stava non era sicura del da farsi, non sapeva se voleva stare con lui, cosa provava, se era innamorato, se c’era un futuro per loro. Ecco, io questo genere situazioni non le concepisco, né da un lato, né dall’altro, ovvero né dalla parte di chi è indeciso, né da quella di chi subisce quest’incertezza. Ho passato un’adolescenza letargica, ma nel momento del risveglio, a partire da quell‘assurdo istante di ormai 6 anni fa (occazzo!) io ho capito cosa vuol dire volere, cosa significa desiderare qualcosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Perché nella vita io credo che quando vuoi qualcosa, quando senti nelle vene la necessità, quando la tua anima sanguina di desiderio, quando la tua testa non può pensare ad altro, è difficile non capire se è bianco o nero. Perché sì, nella vita ci sono le sfumature, un’infinità di possibilità della scala cromatica, ma a volte le cose sono semplicemente o bianche o nere. Anche oggi, a distanza di più di un lustro da quella mattina e con una situazione emotiva (fortunatamente) molto differente, continuo ad essere convinta della verità di queste affermazioni, dell’assolutezza di quello stato d’animo. E pure ora, in questo momento, con una meravigliosa relazione in corso, con un omino che non avevo mai sperato di incontrare, so cosa voglio: voglio stare con lui, voglio lui. E non nel senso carnale nel termine, voglio solo sentirlo mio e sapere che è così, voglio che lui senta le stesse cose. Ed è per questo che trovo inconcepibile l’indecisione. Come puoi non sapere se vuoi stare con qualcuno? La forza di un tale desiderio è dirompente, a pensarci ti lascia senza parole, ti mozza il fiato. E dall’altro lato, come puoi sopportare di avere accanto qualcuno che non sa se vuole stare con te o no?  Come si può voler condividere una relazione sentimentale con qualcuno che non è convinto? La verità è molto più tragicamente semplice: se non sa ciò che vuoi, allora vuol dire che non vuoi nulla. E come tutte le grandi ovvietà, le sentenze più lapalissianamente evidenti, troppo spesso viene data per scontata e dimenticata. Quando non sapete cosa fare, ascoltate la “pancia”, fidatevi di lei, lì risiedono le grandi risposte che la testa non può dare.